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Petrolio, dopo i maxi-profitti la festa sta per finire. Ecco perché

I margini delle raffinerie volano grazie alla crisi di Hormuz e agli stop in Russia. Ma dietro il boom gli analisti vedono una nuova tempesta. Ecco perché

L’attuale fiammata dei margini di raffinazione è solo la calma prima della tempesta. La vera partita non si gioca più soltanto sui barili in transito, ma sulla capacità di sopravvivere a un modello energetico alle sue battute finali. È quanto emerge dall’analisi dell’ultimo scenario Oil Macro Scenarios Q2 2026 di Rystad Energy e dai dati presentati oggi da Wood Mackenzie al briefing di Singapore sui mercati della raffinazione.

PETROLIO, IL NODO DI HORMUZ

L’estensione del conflitto mediorientale fino all’ultimo trimestre del 2026 taglierà le lavorazioni globali di greggio di circa 1,4 milioni di barili al giorno (b/d) nel Q4 2026, una flessione guidata a dalle raffinerie asiatiche. È una scossa sistemica “senza precedenti storici moderni”, per usare le parole di Alan Gelder, vicepresidente di Wood Mackenzie.

A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono i continui attacchi di droni alle raffinerie russe, che ad agosto hanno registrato uno stop forzato di impianti pari a 3,5 milioni di b/d, mettendo sotto pressione le forniture di diesel. Ma questa strozzatura ha generato un effetto distorsivo: i margini di raffinazione sono schizzati a livelli stellari. Gli impianti statunitensi ed europei festeggiano profitti inaspettati, arrivando persino a rinviare le manutenzioni programmate al 2027.

IN ARRIVO PETROLIO LOW-COST

Cosa succederà quando le navi torneranno a solcare lo Stretto di Hormuz e la morsa geopolitica si allenterà? Entrambi i report convergono su una prognosi inequivocabile: il mercato si ritroverà sommerso dal greggio. Rystad Energy evidenzia infatti come il ritorno progressivo dell’offerta globale – guidata dalla fine dei tagli volontari dell’OPEC+ e dalla crescita della produzione non-OPEC – supererà nettamente la domanda reale. Un’analisi perfettamente speculare a quella di Wood Mackenzie, che prevede per il biennio 2027-2028 un crollo del Dated Brent verso una forchetta compresa tra i 50 e i 60 dollari al barile.

Al tempo stessa, nella sola regione Asia-Pacifico il consumo crollerà di 1,24 milioni di b/d nel 2026 e non tornerà ai livelli pre-conflitto prima del tardo 2027. Eccezione fatta per l’India, colossi come la Cina hanno già superato il proprio picco strutturale di domanda.

Come sottolinea Rystad, la parabola del consumo fossile sbatte contro la realtà della transizione. Infatti, l’elettrificazione del parco auto e la spinta sulle rinnovabili stanno prosciugando la crescita dei carburanti tradizionali, lasciando alla sola petrolchimica il compito di sostenere la richiesta residua. Il picco massimo globale – stimato da Rystad a 107,5 milioni di b/d entro il 2030 – è ormai dietro l’angolo.

LA NUOVA MAPPA DEL PETROLIO

Il conflitto sta accelerando il riposizionamento geopolitico ed economico. L’Asia, la cui dipendenza dalle importazioni di greggio toccherà un impressionante 82% entro il 2030, non può più permettersi di legare la propria sopravvivenza al solo Medio Oriente (la cui quota sulle importazioni asiatiche scenderà ben al di sotto dell’attuale 65%). Si assiste così a una diversificazione forzata. I barili “long-haul” provenienti da Stati Uniti e America Latina stanno ridisegnando le rotte marittime globali. Chi tra i raffinatori saprà lavorare greggi più complessi e ad alta resa di distillati medi conquisterà quote di mercato, gli altri rischiano l’estinzione.

CHIMICA ED EFFICIENZA PER FAR SOPRAVVIVERE LA RAFFINAZIONE

Quando i prezzi scenderanno a 50 dollari e il picco della domanda sarà realtà, il divario tra asset competitivi e obsoleti diventerà un baratro. “I raffinatori devono trattare l’extra-profitto di oggi come un acconto sulla loro trasformazione”, avverte Alan Gelder. Il modello di sopravvivenza per il decennio 2025-2035 prevede l’integrazione chimica profonda. I siti di seconda generazione capaci di convertire oltre il 40% del barile in prodotti chimici garantiscono margini di cassa netti inavvicinabili per i vecchi impianti.

Non è un caso che entro il 2035 quasi l’80% delle raffinerie top-performer al mondo sarà concentrato in Cina, dove l’integrazione chimica è già standard industriale.
Insieme alla chimica, il secondo fattore decisivo sarà l’efficienza energetica, secondo gli analisti, Infatti, oltre il 55% degli impianti mondiali supera oggi i benchmark di intensità energetica. In un mondo a basse emissioni e a basso costo del barile, consumare troppa energia per raffinare petrolio significa condannarsi fuori dal mercato.

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