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Piano energia-clima, Assomineraria: riconoscere al gas ruolo nel processo di transizione

Efficienza energetica

Valorizzare la produzione domestica di energia sia fossile sia rinnovabili, consente di formare un mix energetico adeguato e in grado di disaccoppiare la crescita economica e i trend emissivi, il pensiero dell’associazione in commissione alla Camera

“Concordiamo tutti sul fatto che il cambio del paradigma energetico si debba realizzare in modo sostenibile, puntando a una crescita delle rinnovabili, escludendo il carbone e riconoscendo al gas un ruolo fondamentale nel processo di transizione. Valorizzare la produzione domestica di energia sia fossile sia rinnovabili, consente di formare un mix energetico adeguato e in grado di disaccoppiare la crescita economica e i trend emissivi, disegnando un futuro sostenibile dal punto di vista ambientale economico e sociale”. È il pensiero espresso dal direttore generale di Assomineraria Andrea Ketoff in Commissione Attività produttive alla Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle prospettive di attuazione e di adeguamento della Strategia Energetica Nazionale al Piano Nazionale Energia e Clima per il 2030.

RISULTANO POCO SPECIFICATE LE ANALISI COSTI-BENEFICI ALLA BASE DELLA SCELTA DEGLI STRUMENTI UTILIZZATI PER RAGGIUNGERE GLI OBIETTIVI

Il piano energia clima presentato dal governo “apre la strada a un processo di transizione energetica” e a “un modello decarbonizzato” che considera “tutte le componenti di una politica energetica” compresi costi e tecnologie. “Tutti elementi da affrontare in modo strategico sulla base della neutralità tecnologica e dell’efficienza” con “l’obiettivo di coniugare la sostenibilità ambientale, economica e sociale con la competitività e la sicurezza del sistema. Gli obiettivi del piano sono in linea con quelli degli altri paesi europei e in alcuni casi sono anche più ambiziosi”. Tuttavia, ha precisato Ketoff “risultano poco specificate le analisi costi-benefici alla base della scelta degli strumenti utilizzati per raggiungere questi obiettivi: non si chiarisce bene da un lato l’impatto sulla spesa del consumatore e dall’altro sulla competitività delle imprese. Mancano le informazioni sull’evoluzione futura e sui costi delle tecnologie su cui puntare. Il piano sembra ritenere che l’unica percorso di decarbonizzazione del sistema elettrico sia il ricorso alle rinnovabili e alla decentralizzazione, ma non fornisce indicazioni di dettaglio su impatto e costi di questa soluzione, in particolare per quanto riguarda l’accumulo”.

NEL PIANO ENERGIA-CLIMA NON SI MENZIONA LA VALORIZZAZIONE DEL SISTEMA NAZIONALE

Il futuro sistema energetico “è caratterizzato da elevati standard di efficienza, soprattutto energia a elevata densità, continua, economica e a basso impatto ambientale. Ma la transizione verso questo modello dovrà essere basata su mix di fonti a zero emissioni e fonti fossili a minore impatto. Il Piano energia-clima evidenzia correttamente l’opportunità di garantire la sicurezza del sistema nazionale gas attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento ma non menziona la valorizzazione del sistema nazionale – ha proseguito Ketoff -. Di conseguenza mancando le indicazioni sulle attività rivolte a garantire questa produzione domestica di idrocarburi, potrebbe risultare una sovrastima delle produzioni nel lungo periodo e del gettito fiscale e una sottostima della dipendenza energetica dall’estero”, ha evidenziato Ketoff.

IN ITALIA MOLTE RISERVE DI IDROCARBURI CHE POTREBBERO ALLEGGERIRE LA BOLLETTA ENERGETICA

Gli idrocarburi prodotti in Italia costituiscono la fonte più sicura di approvvigionamento, ha sottolineato il direttore generale di Assomineraria. Quali sono i numeri legati a questa valorizzazione delle risorse italiane? “Il punto di partenza è che oggi le fonti utilizzate in Italia sono per il 40% gas, per il 36% petrolio, per l’8% il carbone e per il 6% fonti rinnovabili. Secondo i dati 2018, l’Italia importa il 75% delle energie che consuma contro una media europea del 54%. Compriamo dall’estero oltre il 90% del nostro fabbisogno di idrocarburi, le importazioni di energia costano al nostro paese circa 40 miliardi di euro, una bolletta energetica che vale intorno al 2% del Pil – ha chiosato Ketoff -. Nel 2018 la produzione domestica di idrocarburi che ammonta a circa 9,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, ha ridotto questa bolletta energetica di 3,1 miliardi di euro. Le riserve di idrocarburi ammontano a circa 330 milioni di Tep e costituiscono un potenziale importante per il paese. Il solo bacino adriatico potrebbe contribuire al nostro fabbisogno con una produzione di oltre 4 miliardi di m3 cubi l’anno, oggi molto meno di 3”.

DA TASSE CONTRIBUTI E ROYALTY 800 MILIONI DI EURO L’ANNO FINISCONO ALL’ERARIO

Per quanto riguarda l’impegno economico, “un recente studio di Confindustria energia, evidenzia che nel periodo 2018-2030 sono previsti circa 13 miliardi di euro di investimenti solo su progetti già definiti. Con un impegno economico complessivo di circa 18 miliardi che potrebbero salire anche di molto. Per quanto riguarda l’occupazione, il settore attualmente impiega circa 20mila addetti soltanto in corrispondenza dei siti operativi ai quali si aggiungono oltre 100 mila addetti impegnati nel cosiddetto para-petrolifero per l’export, ovvero beni e servizi prodotti in questo settore per altri paesi del mondo, con un fatturato di oltre 20 miliardi l’anno che non è secondario nel bilancio del nostro import-export – ha ammesso il dg di Assomineraria -. Quindi un totale di 120 mila addetti altamente specializzati. Da considerare, inoltre, il contributo per le casse dello Stato: Royalty canoni e tassazioni ordinarie garantiscono all’erario e agli enti locali una media di 800 milioni di euro l’anno”. A tal proposito, ha annotato Ketoff “il piano sembra prevede l’abolizione delle franchigie per la produzione, con un aggravio delle royalty di oltre 54 milioni di euro l’anno. Vorremmo segnalare che ciò compromette la redditività di oltre il 60% delle attuali concessioni minerarie per circa un 20% della produzione principalmente a gas. L’effetto negativo sulla casse dello Stato si può valutare in circa 40 milioni di euro” che mette “a rischio” i 54 milioni di euro stimati.

L’EMILIA ROMAGNA È IL MODELLO VIRTUOSO DA SEGUIRE

Ma ci sono altri fattori e numeri che aiutano a capire perché le risorse nazionali sono importanti per il piano energia e clima e la transizione verso modello decarbonizzato, prosegue Ketoff. “In tema di innovazione tecnologica gli investimenti della filiera solo in ricerca e sviluppo sono di circa 300 milioni l’anno” e garantiscono “lo sviluppo di nuovi strumenti altamente tecnologici utilizzati anche in altri settori energetici, compreso stoccaggio e batterie. Quindi volendo affrontare il tema della coesistenza e integrazione tra attività di produzione di energia e territorio vorremmo segnalare il modello virtuoso a cui far riferimento che è quello dell’Emilia Romagna. È emblematico che qui le eccellenze agricole e alimentari della food valley si sviluppano a fianco di campi a gas e le 40 piattaforme nell’offshore romagnolo sono perfettamente inserite nel contesto di sette bandiere blu ricevute nel 2018 che corrispondono a 25 località balneari. Ravenna è il centro di riferimento del settore e ha sviluppato una filiera oil & gas di eccellenza internazionale assieme a importanti settori di servizi”. In definitiva “considerando le esigenze del piano energia e clima, la valorizzazione delle risorse nazionali di idrocarburi facilita la transizione verso un modello più sostenibile e al tempo stesso contribuisce a una crescita del pil sia in termini di saldo import-export sia in termini di consumi interni e di investimenti”.

The 25-metre-long connecting segment between the onshore and offshore parts of Line 1 of the Nord Stream Pipeline is precisely positioned in order to complete the final weld, or golden weld.

NEL PIANO ENERGIA-CLIMA MANCANO RIFERIMENTI ALL’ECONOMIA CIRCOLARE, ALLA RICERCA E AL CARBON CAPTURE, RIUTILIZATION AND STORAGE

“Ci sono poi alcuni altri aspetti che volevamo sottolineare: l’industria estrattiva per la sua struttura e la sua presenza sinergica in altri comparti industriali è impegnata su temi di grande interesse per il piano energia-clima. Faccio tre esempi: uno è l’economia circolare con il riutilizzo dello scarto e dei rifiuti che è poco sviluppato nel piano presentato dal governo – ha evidenziato il dg di Assomineraria -. L’economia circolare è infatti una leva fondamentale per la decarbonizzazione oltre a costituire un tema per lo smaltimento dei rifiuti. Nel piano, inoltre, la cattura della CO2 è soltanto accennata ma la realizzazione di progetti in questo campo potrebbe dare un significativo contributo agli obiettivi del piano stesso. Gli operatori della filiera estrattiva sono tra i maggiori investitori nel campo del carbon capture riutilization and storage ovvero tecnologie in grado di catturare la emissioni di Co2 e utilizzarla per realizzare nuovi materiali per altri comparti come biocarburanti ed edilizia. Infine la ricerca. Le andrebbe dedicata maggiore spazio nel piano energia e clima perché solo la ricerca e l’innovazione potrà consentire di superare il limite attuale delle varie fonti energetiche da un lato per l’impronta carbonica delle fossili e dall’altro per la bassa densità e discontinuità delle rinnovabili, senza dimenticare l’efficienza energetica che è assolutamente essenziale”.

SERVE UN MIX DI FONTI SENZA ESCLUDERE GLI IDROCARBURI CHE FINO AL 2050 RIMARRANNO FONDAMENTALI

In conclusione “una politica energetica coerente deve basarsi su un’idea organica e complessiva di sviluppo industriale ed economico dell’intero sistema paese. Il nuovo modello energetico deve essere caratterizzati da elevati standard di efficienza in grado di fornire energia pulita a elevata densità, economica e continua – ha sottolineato Ketoff -. Non esiste oggi una sola fonte che corrisponda a tali requisiti, Fondamentale quindi puntare su un mix energetico che promuova le rinnovabili, e preveda l’utilizzo delle fonti fossili necessarie in particolare in settori come trasporto, grande industria e chimica. Il mondo non dispone ancora di tecnologie low carbon tecnicamente ed economicamente scalabili a livello tale da innescare una rapida sostituzione degli idrocarburi. Secondo le previsioni al 2040-2050 dei maggiori organizzazioni internazionali rimarranno ancora fondamentali. La mancata valorizzazione della produzione domestica a favore dell’importazione – ha aggiunto – determinerebbe una serie di impatti negativi a livello del sistema paese e non solo perché nel breve-medio-lungo periodo si avrebbe meno investimento, meno risorse, meno entrate per le casse dello Stato ma anche meno occupazione, meno know how, una bolletta energetica più pesante, più dipendenza dall’estero ed emissioni di gas serra superiori del 25% rispetto alla produzione a chilometro zero. Bisogna quindi evitare fughe in avanti che potrebbero mettere a rischio il conseguimento di importanti obiettivi ambientali e rinunciare a misure che potrebbero fin da subito a ridurre le quantità complessiva di emissioni e attendere invece soluzioni che potrebbero non arrivare affatto significa non prevedere una transizione e correre il rischio di fallire gli obiettivi o conseguirli in ritardo con ulteriore aggravio di costi economici e sociali”, ha concluso il dg di Assomineraria.

AUMENTARE LA PRODUZIONE IN UN CONTESTO REGOLATORIO CHE POTREBBE FACILITARE QUESTO ASPETTO

“L’Azerbaigian è una fonte di approvvigionamento importante per l’Italia ma ce ne sono altre. Possiamo dire che la diversificazione ci mette al riparo da rischi geopolitici, variazioni di prezzo ma anche arbitraggi che le nazioni possono giocare. Sulla produzione nazionale posso dire che oggi vale l’8% dei consumi petroliferi e l’8% consumi gas. Viste le riserve che il paese ha si potrebbe aumentare la produzione in un contesto regolatorio che potrebbe facilitare questo aspetto”, ha poi rimarcato il vicepresidente Marco Brun rispondendo alle domande dei deputati.