Sostenibilità

Pniec, le proposte di Cesi, Finco e Assomet alla Camera

Pniec

Nel Pniec occorre investire nella rete di trasmissione, garantire flessibilità ma anche ripensare l’articolo 10 del decreto Crescita sullo sconto in fattura dell’Ecobonus, aiutare l’idroelettrico e ripensare la governance

Investire nella rete di trasmissione, garantire maggiore integrazione del mercato, flessibilità e digitalizzazione dei consumi finali. Ma anche ripensare all’articolo 10 del decreto Crescita sullo sconto in fattura dell’Ecobonus, aiutare l’idroelettrico e disegnare una governance per raggiungere gli obiettivi particolarmente ambiziosi del Pniec. Sono questi alcuni dei temi toccati dal Cesi, dalla Federazione industrie prodotti impianti servizi ed opere specialistiche per le costruzioni (FINCO) e dai rappresentanti dell’Associazione nazionale industrie metalli non ferrosi (ASSOMET) in audizione in commissione Attività produttiva alla Camera nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sulle prospettive di attuazione e di adeguamento della Strategia energetica nazionale al piano nazionale energia e clima per il 2030

CESI: SERVONO INTERVENTI MIRATI SU INVESTIMENTI DI RETE, INTEGRAZIONE DEL MERCATO, FLESSIBILITÀ E DIGITALIZZAZIONE

“In Europa è stato fatto molto per la penetrazione delle fonti rinnovabili: oggi siamo al 33% il che significa che una persona su tre è servita da Fer e al 2040 quasi 8 persone su 10 saranno servite da fonti sostenibili. Ma ciò comporta una serie di interventi da realizzare per abilitare questa possibilità: adeguatezza e sicurezza delle fornitura, flessibilità e resilienza di fronte a eventi esterni, mercati energetici in evoluzione, sviluppo di rinnovabili distribuite ed elettrificazione dei consumi finali”, ha sottolineato Gianluca Marini, direttore divisione Consulting, Solutions & Services Division Director and ad interim Engineering & Environment Division Director del Cesi. “In Italia la situazione è positiva rispetto al resto d’Europa, siamo leader mondiale. Ma questo cosa implica nel nostro sistema? Un cambio radicale del modo di operare del sistema elettrico”, ha aggiunto. In altri termini, ha chiarito Marini “serve un cambio radicale sugli impianti che devono essere sempre più in grado di seguire con flessibilità le richieste energetiche” sempre più intermittenti. “Dal nostro punto di vista il sistema elettrico ha quattro necessità: deve essere flessibile, inerte agli eventi naturali, concedersi capacità di riserva tale da poter far fronte alle necessità, ed essere conveniente dal punto di vista economico”.

In questo senso, ha evidenziato Marini “abbiamo un sistema di interconnessioni europeo che va utilizzato, un sistema di stoccaggio e per tutti noi consumatori la necessità di un maggior utilizzo del demand response. Solo per fare un esempio, una centrale a gas deve essere in grado di operare fino alle 6 del mattino, poi spegnersi nel giro di 45 minuti e riprendere la sera in maniera veloce. Questo è ciò che vuol dire flessibilità”, ha sottolineato l’esperto del Cesi ricordando che entro il 2025 verranno spente le centrali a carbone italiane e che dovranno essere sostituite con 3000 MW a gas. Per quanto riguarda le interconnessioni con l’estero “l’Italia è molto connessa – ha spiegato – e ci sono ulteriori collegamenti in avvio: già oggi la forchetta che ci distanzia con i competitor Francia e Germania si è ridotta del 50%”.

“Le smart grid consentiranno di utilizzare le reti in maniera sempre più vicina al tempo reale ma ricordiamoci che tale intervento riguarda solo il sistema elettrico che vale un quinto del totale mentre noi dobbiamo considerare anche i trasporti che cubano un quarto. E in questo senso, il veicolo elettrico diventa importantissimo e potrà fornire quasi in maniera aggiuntiva e a costo minimo una serie di stoccaggi aggiuntivi e di flessibilità per aiutare il sistema elettrico a realizzare i suoi obiettivi”, ha ammesso Marini che poi ha concluso: “In sintesi, gli obiettivi del Pniec ci sembrano ambiziosi ma sfidanti e raggiungibili attraverso una serie di interventi chiari e mirati che sono già in corso ma che vanno potenziati in particolar modo su investimenti nella rete di trasmissione, integrazione del mercato, flessibilità e digitalizzazione sempre più spinta dei consumi finali”.

FINCO: INTERVENIRE SULLO SCONTO IN FATTURA DELL’ECOBONUS

Il Direttore generale della Federazione industrie prodotti impianti servizi ed opere specialistiche per le costruzioni (FINCO) Angelo Artale ha invece puntato il dito sulle rimodulazioni delle aliquote per le detrazioni fiscali per l’efficienza energetica: “Non sembra fuori luogo parlare di questo aspetto nel momento in cui si pensa alla spendig review: occorre riproporre l’aliquota del 65% per schermature solari e infissi, misura che non è stata oggetto di fallimento di mercato e non si capisce perché sia stato deciso di rimodularne l’intensità introducendo con l’articolo 10 del Decreto Crescita lo sconto in fattura sul quale è stata deficitaria l’analisi di impatto della regolamentazione. Abbiamo un sisma bonus che nel 2018 ha registrato 8 domande per 800 mila euro”, mentre non ci siamo concentrati “su questa misura che ha avuto 400 mila richieste e che secondo uno Studio Cresme ha sviluppato 23 miliardi in 10 anni” e “che funzionava bene”, ha evidenziato Artale nel corso dell’indagine conoscitiva sul Pniec.

ARTICOLO 10 DEL DECRETO CRESCITA “PISTOLA PUNTATA SU PMI” SETTORE

Nel corso dell’incontro sono intervenuti alcuni rappresentanti aderenti a Finco, come Francesco Mangione presidente di SPI che ha fortemente criticato lo sconto in fattura dell’Ecobonus: “Nel 2017 ci sono stati 3,7 mld di investimenti. Poi i bonus sono calati al 50% e le richieste formulate a Enea sono calate a 3,1 mld rispetto a una produzione di infissi in aumento e questo probabilmente ci dice che parte è finita in ‘nero’. Senza considerare che l’art. 10 avvantaggia soprattutto le tre grandi Gdo presenti nel mercato italiano due francesi e una tedesca che producono in Polonia, Bulgaria, Romania. L’art 10, insomma, è una pistola puntata alla tempia di 28 mila piccole imprese: capisco che l’intento era notevole ma non siamo banchieri e non ce la facciamo a sostenere i finanziamenti agli interventi per cinque anni”.

PUNTARE ANCHE SULLE POMPE DI CALORE

Gabriele Cesari, Presidente Associazione Nazionale Impianti Geotermia Heat Pump, ha invece posto l’accento sull’importanza delle pompe di calore geotermiche “una tecnologia che può avere un grosso impatto nel Pniec e che consente di climatizzare gli edifici con le rinnovabili. A nostro avviso è necessario dare maggiore visibilità a questa tecnologia nel Pniec. Il ritardo in Italia nel settore può essere spiegato con una certa confusione: manca ad esempio un decreto previsto da un dlgs 28 del 2011 che aspettiamo da 8 ani e che solo da poco è stato inviato a ministero dell’Ambiente e Mise per i pareri e che consentirà agli enti locali di avere le basi per autorizzare questi impianti”.

L’IDROELETTRICO HA BISOGNO DI FONDI PER IL REVAMPIG MA AIUTA IL CLIMA E LA TUTELA DEL TERRITORIO

Paolo Taglioli, presidente di Assoidroelettrica, ha ricordato innanzitutto che “i fenomeni legati ai cambiamenti climatici sono sempre più valenti e le persone coinvolte spesso pagano le conseguenze di tali cambiamenti con la vita. L’idroelettrico – ha spiegato Taglioli – è una delle maggiori forme di contrasto al cambiamento climatico e l’unica fonte rinnovabili che grazie alle opere di ingegneria idraulica garantisce una importante tutela dal rischio alluvionale, regimando le acque ed evitando l’insorgenza di frane e detriti che possono abbattere ponti ed edifici. L’idroelettrico ha però bisogno di risorse nei prossimi anni soprattutto per interventi di revamping che a parità di acqua turbinata possono produrre 20-30% in più. Gli impianti possono essere messi in sicurezza e generare lavoro e pil su una filiera interamente italiana. L’idroelettrico è però l’unica a pagare sovracanoni Bim e rivieraschi soprattutto in montagna”, ha concluso Taglioli nel corso dell’audizione sul Pniec.

ASSOMET: RISOLVERE I PROBLEMI LEGATI AL GAS E ALL’ELETTRICITA’

“La metallurgia non ferrosa italiana ha una posizione di privilegio in Europa siamo secondi dopo la Germania e su alcuni settori siamo anche primi. Siamo collegati all’industria manifatturiera a cui forniamo prodotti, servizi e know-how, per esempio l’alluminio dell’automotive. Siamo essenziali per l’economia circolare, essendo poveri di materie prime, ci siamo concentrati sul riciclo su cui siamo primi in Europa e siamo dunque inseriti nella trasformazione energetica. Basti pensare che il fabbisogno di alluminio per l’eolico sarà pari al 100% in più dell’attuale, per il fotovoltaico il 200% e per le batterie il 500% in più con la progettazione di nuove leghe e prodotti”, ha affermato in audizione sul Pniec il vicepresidente dell’Associazione nazionale industrie metalli non ferrosi (ASSOMET) Giuseppe Toia. “Siamo però degli energivori: larga parte dei nostri processi produttivi a monte utilizzano energia elettrica e le attività di fusione abbisognano di gas. Insomma siamo sia energy sia gas intensive ma anche estremamente esposti al rischio di delocalizzazione perché non abbiamo difese sul prezzo dei nostri prodotti. Per questo l’Europa ha sempre considerato importante proteggere queste produzioni anche nell’Ets per evitare delocalizzazione” per esempio in Cina dove i consumi di co2 per produrre la stessa quantità di metallo sono più elastiche, ha citato Toia.

“Seguiamo da tempo la trasformazione energetica in corso e ne siamo sostenitori” perché “è ineludibile ed è meglio cogliere i vantaggi e mitigare gli svantaggi. Il Piano è ben studiato, ha ricevuto l’approvazione sostanziale dell’Ue ed è molto ambizioso: se andiamo a vedere gli obiettivi numerici sono superiori a quelli medi che si è data la commissione Ue. Sappiamo di essere molto avanti, insomma. A fronte di ciò però, vorremmo evidenziare anche i rischi: in particolare il fatto che ci impegniamo in forti miglioramento partendo da una situazione già avanzata. In termini di intensità energetica, siamo già al livello più basso dopo il Regno Unito. Pertanto imporci obiettivi così alti ci impone sforzo molto ampio. In Italia consumiamo 427 mln di tonnellate di Co2 contro i 907 della Germania: se andiamo a vedere i singoli settori vediamo che in quello energetico i tedeschi consumano il 328% in più, nell’industria il 261%, nel trasporto il 150% e nel residenziale il 120%. Questo ci dice che nostre produzioni sono già eccellenti”. Questo senza dimentica, ha aggiunto Toia, il modo in cui vogliamo portare avanti il nostro mix energetico vale a dire soprattutto con rinnovabili fotovoltaiche basate su piccole installazioni” che divergono da quanto vogliono fare gli altri paesi: “In Gran Bretagna ad esempio è eolico su mare in Norvegia eolico onshore. È ben diverso rispetto al nostro paese nel quale bisogna convincere la signora Maria a installare un pannello con le regole che ci sono”.

Terzo concetto la struttura dei costi: il Pniec, evidenzia Toia, prevede costi per 1.192 miliardi di euro di cui 129 per le Fer, 270 per l’edilizia e oltre 700 per l’automotive. Insomma, un piano estremamente ambizioso dal punto di vista finanziario che pagheranno gli utenti. C’è quindi non solo una questione geografica ma anche di consenso da raggiungere. Questo evidenzia rischi fondamentali e il quesito è che per gestire tutto ciò nei tempi previsti ci vuole una governance molto forte. Infine, manca una riflessione sul costo dell’energia che ne verrà fuori che non ancora non è individuato”.

“In conclusione vista da consumatori intensive, le raccomandazioni da parte nostra riguardano la necessità di risolvere i problemi aperti su gas cioè economicità e costi trasporto della comodity soprattutto a livello europeo dove transita la maggior parte del gas e l’eliminazione degli oneri indiretti che il governo sta prendendo in esame. Per il settore elettrico, a fronte dei rischi di evoluzione futura, è importante mantenere la capacità di continuità del servizio grazie al sistema dell’interrompibilità”, ha chiuso Toia.