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Prima la siccità, poi gli incendi. Ecco come la sete trasforma l’Ue in una polveriera

La siccità mette a nudo la fragilità di un sistema che considera l’acqua una risorsa garantita. L’allarme dell’OCSE

La siccità non è un semplice incidente estivo, ma una frattura sistemica. Fiumi troppo bassi fermano le navi, riducono l’idroelettrico e mettono sotto pressione anche le centrali. Intanto, la carenza d’acqua alimenta incendi sempre più devastanti. Il vero problema, però, è che continuiamo a spendere per l’emergenza mentre investiamo troppo poco per evitare che si verifichi. È quanto emerge dai report del Global Drought Observatory (GDO) dell’Ocse e del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea.

LA SICCITA’ E’ ORMAI SISTEMICA

Il Combined Drought Indicator (CDI) del JRC non mostra più macchie cromatiche isolate di sofferenza idrica, ma una vera e propria frattura sistemica. Vaste porzioni del Centro ed Est Europa, dalla Francia alle regioni della Germania meridionale, fino ai bacini del Danubio, del Reno, della Pianura Padana e delle aree alpine sono in allerta rossa, preda di un deficit idrico prolungato.

Nel bacino del Po e lungo la direttrice danubiana, la fame d’acqua non è più un problema esclusivamente contadino. Infatti, quando i livelli dei fiumi scendono sotto le soglie critiche (Low-Flow Index), si blocca la navigazione commerciale, si riduce la capacità di raffreddamento delle centrali nucleari (come accaduto in Francia) e crolla la resa degli impianti idroelettrici.

L’ILLUSIONE DEL METEO

Il report dell’Ocse certifica anche la transizione dalla siccità meteo a quella idrologica. Infatti, la siccità moderna non è più solo assenza di pioggia, ma anche siccità agricola e idrologica. Quando la pioggia torna a cadere su terreni impoveriti e compattati, il suolo non riesce più ad assorbirla, favorendo il dilavamento invece del ricarico delle falde. Una metamorfosi idrica che porta con sé un gemello spaventoso: il fuoco. Il calo prolungato di umidità e le temperature estreme descrivono un’equazione perfetta che l’OCSE associa all’esplosione degli incendi mega-strutturali, la cui stagione favorevole è cresciuta del 27% a livello globale dal 1979 ad oggi.

Terreni inariditi, monoculture altamente infiammabili ed espansione incontrollata dell’interfaccia urbano-forestale trasformano il territorio in una polveriera, dove l’innesco umano — responsabile di circa il 70% della superficie bruciata — trova campo fertile per roghi capaci di provocare 340 mila morti premature all’anno per inquinamento atmosferico e decine di miliardi di danni diretti (dai 19 miliardi del Camp Fire californiano ai 23 miliardi delle tragedie australiane). L’aumento quadruplicato della spesa pubblica per i servizi di emergenza e spegnimento negli ultimi vent’anni svela la grande illusione della modernità: pretendere di contenere con le flotte d’emergenza un incendio che è, in realtà, la conseguenza diretta del nostro sistematico fallimento nella prevenzione e nella gestione delle foreste.

IL TEMA ADATTAMENTO

L’acqua non è più un flusso infinito a costo zero, ma la risorsa geopolitica ed economica più strategica del secolo. Per questa ragione, l’adattamento climatico non è più un’opzione, ma il pilastro su cui fondare le società nei prossimi anni. E le mappe e gli atlanti del Global Drought Outlook possono rappresentare un manuale d’istruzioni importante. La mancanza di investimenti adeguati potrebbe avere un impatto economico enorme, secondo l’Ocse. Il vero dramma non è soltanto la scarsità dell’elemento idrico, ma la cronicizzata cecità finanziaria con cui continuiamo a gestirlo, secondo il report.

Valutare l’acqua attraverso tariffe mantenute artificialmente basse significa condannare le infrastrutture a un lento degrado, rimandando manutenzioni cruciali e prediligendo grandi opere scenografiche alla reale resilienza dei territori. Gli analisti calcolano che il mancato rafforzamento della sicurezza idrica potrebbe divorare entro il 2050 fino all’8% del PIL globale (con picchi spaventosi tra il 10% e il 15% nei Paesi a basso reddito), a fronte di un rendimento sociale dove ogni singolo dollaro investito in infrastrutture idrico-sanitarie ne genera ben 4 in termini di benefici sistemici. Eppure, nel faraonico mercato dei Green Bond, i fondi realmente destinati alle risorse di acqua dolce restano ancorati a una quota irrisoria, inferiore all’1%.

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