Il dibattito sulla riforma divide stakeholder e associazioni: Anev spinge per l’interesse pubblico delle rinnovabili, mentre archeologi e Coldiretti temono un depotenziamento delle Soprintendenze e del regime di protezione.
Il delicato equilibrio tra la conservazione del patrimonio storico-paesaggistico e le scadenze della transizione ecologica è approdato nell’Aula della Commissione Ambiente alla Camera, dando vita a un confronto serrato sulla revisione del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Al centro della discussione vi è la necessità di conciliare l’accelerazione degli impianti di energia pulita con la tenuta dei vincoli territoriali. Se da un lato il settore industriale chiede procedure snelle e il riconoscimento di una priorità strategica per le rinnovabili, dall’altro il mondo della tutela e quello agricolo lanciano l’allarme sul rischio di una “deregulation” che potrebbe compromettere l’identità del territorio italiano. È quanto emerge dal ciclo di audizioni che ha visto protagonisti i rappresentanti di Ana, Anev, Coldiretti e Unitel, insieme a esperti e associazioni di categoria.
L’INTERESSE PUBBLICO PREVALENTE E LE ZONE DI ACCELERAZIONE EOLICA
La posizione del comparto energetico è stata sintetizzata da Marco Mazzi, intervenuto in rappresentanza di Anev, secondo cui “l’eolico nel tempo ha dimostrato di saper affrontare le sfide della transizione energetica e dell’evoluzione tecnologica, assicurando performance nella produzione dell’energia pulita, di gestione operativa e di logistica nella fase di realizzazione degli impianti sia in ambito onshore sia offshore”. Per l’associazione, la razionalizzazione del sistema autorizzativo non deve essere vista in contrasto con il paesaggio, poiché “progresso e salvaguardia possono evolvere in perfetta sintonia”. La proposta cardine di Anev è l’inclusione nel nuovo Codice del “principio dell’interesse pubblico prevalente”, un criterio già riconosciuto a livello europeo che fungerebbe da bussola per bilanciare la tutela e la decarbonizzazione. Mazzi ha inoltre sollecitato l’individuazione di interventi obbligati nelle “zone di accelerazione”, dove il coordinamento con il Testo Unico delle Rinnovabili (Tufer) dovrebbe consentire di procedere senza il parere vincolante della Soprintendenza per i progetti di pubblica utilità, applicando criteri oggettivi e uniformi su tutto il territorio nazionale.
IL RISCHIO DI UN INDEBOLIMENTO STRUTTURALE DELLA TUTELA ARCHEOLOGICA
Di segno opposto è l’analisi tecnica fornita da Marcella Giorgio dell’Associazione Nazionale Archeologi (ANA), la quale ha espresso forti perplessità sugli strumenti individuati dalla riforma. “Riteniamo necessario evidenziare come gli strumenti individuati rischino paradossalmente di produrre un effetto opposto: non una semplificazione amministrativa quanto piuttosto un indebolimento strutturale della tutela e un approccio disorganico alla gestione del patrimonio culturale”, ha dichiarato Giorgio durante l’audizione. Secondo ANA, l’eliminazione del parere delle Soprintendenze non favorisce la protezione del territorio; la soluzione andrebbe ricercata piuttosto in “tempistiche maggiormente serrate nell’acquisizione delle risposte”, ferma restando la centralità dello Stato nella funzione di tutela. La vera riforma, secondo l’associazione, dovrebbe passare per il rafforzamento degli organici ministeriali, maggiori investimenti in digitalizzazione e l’adeguamento dei piani paesaggistici regionali, attivando un tavolo di concertazione per una revisione organica che non si traduca in una rinuncia alla protezione dei beni.
LE INCERTEZZE NORMATIVE E LA GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE
Anche il mondo agricolo esprime preoccupazione per un quadro normativo definito “confuso” tra vincoli esistenti e nuovi adempimenti. Francesco Ciancaleoni di Coldiretti ha evidenziato come le incertezze attuali possano portare a un indebolimento dei regimi di tutela. A supporto di questa tesi, ha citato la sentenza della Corte Costituzionale 184/2025 relativa alla Regione Sardegna, la quale chiarisce che se un impianto insiste su un’area non idonea, non scatta un impedimento assoluto, ma semplicemente “l’impossibilità ad accedere alla procedura autorizzatoria semplificata”. Per Coldiretti, la decisione sulla fattibilità di un progetto deve restare ancorata al singolo procedimento di autorizzazione, dove “dovranno tenersi in debita considerazione l’esigenza di massima tutela del paesaggio e delle aree naturalistiche protette”. Ciancaleoni ha ribadito la ferma contrarietà a qualsiasi semplificazione che possa interferire con la garanzia della massima tutela, chiedendo invece di chiarire i dubbi interpretativi che oggi paralizzano il settore.
LA DELEGA AI COMUNI E IL DEFICIT DI PIANIFICAZIONE REGIONALE
Un altro nodo critico riguarda la governance locale e la possibile delega paesaggistica ai Comuni. Salvatore di Bacco, coordinatore del comitato scientifico di Unitel, ha messo in guardia sulla sostenibilità di tale scelta: “La maggior parte dei piccoli Comuni non ha tecnici specializzati. Proponiamo la delega paesaggistica ai Comuni come facoltà da esercitare solo in presenza di personale specializzato e in una logica di gestione sovracomunale”. Anna Gagliardi, sempre per Unitel, ha aggiunto che tale delega dovrebbe essere subordinata a una “pianificazione condivisa tra Stato e Regione”. Su questo fronte, Massimiliano Manuzzi di Legacoop ha sollevato un problema di fondo: solo sei Regioni italiane dispongono di strumenti di pianificazione paesaggistica adeguati. “Non è accettabile che ci sia un deficit in un territorio come il nostro”, ha affermato Manuzzi, chiedendo che i pareri della Soprintendenza restino vincolanti e che vengano stanziate risorse reali per implementare gli uffici regionali.
LA RESISTENZA DELLE SOPRINTENDENZE COME BALUARDO DEL DIRITTO
Infine, le associazioni Bianchi Bandinelli e Carteinregola hanno difeso il ruolo storico delle istituzioni di tutela. Rita Paris (Bianchi Bandinelli) ha ricordato che le Soprintendenze hanno costituito fino ad oggi “l’unico baluardo a difesa del paesaggio, del territorio e delle antichità”, sottolineando che la certezza del diritto si ottiene con procedure chiare e non con l’eliminazione dei controlli. Sulla stessa linea Anna Maria Bianchi, presidente di Carteinregola, che ha denunciato una “tendenza a sottomettere la normativa a tutela dei beni culturali ad altri tipi di strumenti di pianificazione come le esigenze economiche e produttive”, ravvisando nella proposta di legge un progressivo svuotamento del valore del Codice del Paesaggio. Il dibattito resta aperto, con il legislatore chiamato a trovare una sintesi difficilissima tra la velocità richiesta dal clima e la prudenza imposta dalla storia.

