Sostenibilità

Rosneft, Gazprom e il fallimento della Russia nelle politiche ‘green’

Russia

Le decisioni del settore energetico russo hanno un significato globale. Nel 2018, il 40% delle importazioni totali di gas dell’UE e il 30% delle importazioni di petrolio greggio provenivano dalla Russia

Malgrado tutto il mondo stia procedendo in direzione della lotta ai cambiamenti climatici, transizione ecologica e Green, la Federazione Russa sembra essere in rotta di collisione con questa nuova policy mondiale. È quanto emerge da un’analisi svolta da Benjamin Cooper del Foreign Policy Research Institute.

RUSSIA QUARTA AL MONDO PER EMISSIONI

Nel 2019 la Russia “si è classificata al quarto posto nelle emissioni annuali di carbonio e il più grande produttore di gas del paese, Gazprom, è stato il terzo più grande emettitore di gas serra industriali tra il 1988 e il 2015, dietro Saudi Aramco e il carbone cinese- si legge -. Nel frattempo, strade, oleodotti e ferrovie nelle città artiche russe stanno affrontando un rischio maggiore di fallimento a causa del clima caldo”.

LA RUSSIA HA RATIFICATO L’ACCORDO DI PARIGI

Il governo russo “dopo anni di inazione e, a volte, tacita negazione, ha finalmente accettato di ratificare l’accordo di Parigi nel 2019. In un decreto presidenziale del novembre 2020, il presidente russo Vladimir Putin ha seguito la ratifica ordinando al governo russo” di lavorare per centrate gli obiettivi previsti dal patto. Nonostante questo, però, “le aziende russe, insieme al governo, continuano a emettere livelli pericolosi di gas serra. Di conseguenza, la Transition Pathway Initiative (TPI), uno strumento utilizzato dagli investitori per valutare la preparazione delle aziende alla transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, ha classificato il paese ‘criticamente insufficiente’ nella lotta per limitare l’aumento della temperatura globale”.

IL RUOLO DI GAZPROM E ROSNEFT

“Considerando che Gazprom e Rosneft, i più grandi produttori di petrolio della Russia, hanno registrato entrate combinate di 200 miliardi di dollari nel 2019, queste società hanno certamente la capacità di attuare cambiamenti significativi – ha specificato Cooper -. Nonostante ciò, le società energetiche russe non mostrano segni di rallentamento della produzione. Le sole risorse naturali in Russia costituiscono 60% del prodotto interno lordo (PIL) del paese e, prima dell’inizio della pandemia COVID-19, la produzione russa di petrolio e gas aveva raggiunto livelli record”.

CONFRONTO CON LE EMISSIONI DEL PERIODO SOVIETICO

Nonostante ciò “le politiche sul cambiamento climatico del governo russo rimangono tristemente inadeguate secondo molti gruppi di politica ambientale. Ad esempio, gli impegni dell’accordo di Parigi della Russia si basano sui livelli di emissione degli anni ’90, un anno prima della caduta dell’Unione Sovietica e della conseguente contrazione economica senza precedenti. Pertanto, il paese ha tecnicamente già rispettato i suoi impegni e il paese può, di fatto, consentire che le emissioni continuino a crescere e rimangano ancora al di sotto dei livelli degli anni ’90”, si legge nell’analisi del Foreign Policy Research Institute.

INVESTIMENTI SULLE RINNOVABILI NON ALL’ALTEZZA

“The Climate Action Tracker (CAT), un’organizzazione che misura l’azione dei governi sul clima” evidenzia come la politica energetica russa si concentri “sull’espansione della produzione interna, un maggiore consumo di combustibili fossili e un aumento delle esportazioni di gas naturale” mentre gli investimenti nelle energie rinnovabili in Russia continuano a “non essere all’altezza” e “non sulla buona strada per raggiungere i modesti obiettivi a breve termine” ammette Cooper.

LE MANCANZE DI GAZPROM

Le società statali Gazprom e Rosneft “stanno compiendo sforzi minimi o nulli per limitare l’aumento della temperatura globale a meno di 2 gradi”. Secondo il TPI, “le prestazioni in termini di carbonio di Gazprom non sono allineate con l’accordo di Parigi. Oltre a valutare le prestazioni di carbonio, il TPI quantifica l’integrazione della politica climatica da parte di un’azienda nel suo processo decisionale operativo. A questo proposito, Gazprom si classifica 3 su 4, il che indica che integra il cambiamento climatico nel processo decisionale. Tuttavia, a Gazprom mancano importanti parametri di riferimento per il riconoscimento aziendale del cambiamento climatico, come non divulgare un prezzo interno del carbonio e non riportare le emissioni Scope 3, la categoria di emissioni indirette che spesso costituisce la maggior parte delle emissioni totali di GHG di un’organizzazione. Senza investimenti del governo russo nell’energia rinnovabile, non vi è alcuna motivazione per Gazprom ad agire sull’accordo di Parigi”.

STESSO DISCORSO PER ROSNEFT

Rosneft, guidata da Igor Sechin, si è classificata al primo posto per fatturato per tutte le società russe nel 2020. “Secondo il rapporto annuale 2019 della società , Rosneft ha sviluppato promettenti progetti di petrolio e gas non solo in Russia, ma anche in Egitto, Brasile, Iraq Vietnam e Mozambico. Con una tale portata globale, è fondamentale che Rosneft aderisca agli standard dell’Accordo di Parigi e costituisca un esempio per le compagnie petrolifere statali nel perseguimento di politiche verdi”.

“TPI classifica Rosneft in modo simile a Gazprom in quanto la società non incorpora quasi nessuna valutazione strategica del cambiamento climatico nella sua politica aziendale. Gli impegni ambientali esistenti di Rosneft si concentrano sulla riduzione delle emissioni dall’attuale estrazione di petrolio e gas invece di diminuire la produzione complessiva. Sebbene le normative locali all’estero possano richiedere meno emissioni di gas serra rispetto alla Russia, la politica di Rosneft di aumentare la produzione non si tradurrà in conformità con Parigi”. Neanche gli investimenti pianificati per 5 miliardi di dollari di Rosneft nel settore green nei prossimi 5 anni può essere considerato positivo secondo l’analista: “È un piccolo passo rispetto all’impegno dell’azienda per lo sviluppo del petrolio e del gas artico”.

DECISIONE RUSSE HANNO EFFETTO A LIVELLO GLOBALE

Insomma, “in qualità di principale emittente di gas serra e come una delle più grandi economie del mondo, la Russia ha l’obbligo di adottare politiche compatibili con Parigi per portare energia rinnovabile e una “transizione verde” in Russia. Un clima caldo, ad esempio, rilascerà nell’atmosfera i gas serra precedentemente intrappolati, influenzando notevolmente la Siberia e le regioni artiche della Russia. Tuttavia, la negligenza delle aziende energetiche e del governo russo riguardo al cambiamento climatico suggerisce che semplicemente non si preoccupano dell’inevitabile aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi climatici. Le decisioni del settore energetico russo hanno un significato globale. Nel 2018, il 40% delle importazioni totali di gas dell’UE e il 30% delle importazioni di petrolio greggio provenivano dalla Russia. Nord Stream 2 cerca di espandere il ruolo della Russia come fornitore di energia. Senza chiari incentivi per una transizione verde e una mancanza di sostegno governativo e investimenti in fonti energetiche alternative, è improbabile che i giganti russi del petrolio e del gas come Rosneft e Gazprom adottino politiche consapevoli di Parigi. L’attuale traiettoria climatica non è solo distruttiva per la Russia, ma anche per il resto del mondo”, ha concluso Foreign Policy Research Institute.