Energie del futuro

Sarà l’Artico o no la nuova frontiera del petrolio?

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Secondo alcune stime l’Artico disporrebbe di circa 1/6 delle riserve di petrolio sconosciute del mondo.

Il 2019 verrà ricordato, nel settore petrolifero, come uno degli anni più scarsi per quanto riguarda l’aggiunta di nuove scoperte di petrolio, scese al minimo da 70 anni a questa parte. E non solo per quanto riguarda le risorse convenzionali ma anche per quelle non convenzionali.

DOVE SI CONCENTRANO LE MAJOR PETROLIFERE. L’ARTICO NUOVA FRONTIERA?

In circostanze come questa, le compagnie petrolifere continuano a concentrarsi sulla perforazione in superficie adiacente alle infrastrutture esistenti (near field) o dare priorità alle riserve di shale a breve termine e a bassa riserva che non richiedono impegni a lungo termine. Una svolta, a questo andamento, potrebbe arrivare dalle risorse presenti nell’Artico che, secondo alcune stime, disporrebbe di circa 1/6 delle riserve petrolifere sconosciute del mondo.

ALCUNI PAESI SCETTICI SULLE PERFORAZIONI NELL’ARTICO

Mentre i norvegesi celebrano la messa in servizio del giacimento petrolifero Johan Sverdrup nel Mare del Nord, a circa 140 chilometri a ovest di Stavanger, uno dei più importanti per riserve negli ultimi anni, diversi segnali predicono un futuro poco luminoso per chiunque voglia andare a perforare le fredde acque dell’Artico. Negli Stati Uniti è in corso un acceso dibattito sull’opportunità di aprire la strada alle trivellazioni all’interno del National Wildlife Refuge dell’Alaska, in modo da far ripartire la produzione in calo dello Stato americano. Ma altri paesi che dispongono di un accesso diretto alla piattaforma continentale artica, sembrano muoversi nella direzione opposta. Il Canada ha in atto una moratoria di perforazione fino al 2021 e molto probabilmente la prolungherà di altri 5 anni; l’Islanda ha rinunciato dopo alcuni progressi iniziali, mentre le condizioni estreme costringono Norvegia e Russia a spostare la loro attenzione altrove per il momento.

LE DIFFICOLTÀ NEL PERFORARE LA ZONA ARTICA

Ci sono molte difficoltà, infatti, nel perforare la zona artica: i potenti venti del nord, il ghiaccio marino, gli iceberg alla deriva e la geologia complessa, rendono complicato lavorare. Ma anche senza queste problematiche, le prospettive di esplorazione della Norvegia hanno subito un duro colpo ancor prima che i petrolieri potessero iniziare a pensare a delle soluzioni. Nonostante la parte norvegese del Mare di Barents rimanga la zona più attiva dell’Artico in termini di perforazione ed esplorazione, i nuovi progetti troveranno sempre più complicato l’upstream. Basta pensare all’esempio che arriva dall’arcipelago delle Lofoten, che si ritiene contenga circa 3,4 miliardi di barili di petrolio equivalente che prima il Partito conservatore e ora il Partito laburista norvegese hanno bandito dal loro sostegno, assieme all’opinione pubblica sempre più scettica. Il 2019 ha visto infatti diverse proteste da parte della popolazione scandinava per l’intenzione del governo di bandire un altro round di 46 licenze per l’esplorazione nell’offshore del Mare di Barents.

I DIBATTITI SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI E LA ZONA OFF-LIMITS ARTICA

I cambiamenti climatici hanno suscitato anche una serie di discussioni sul fatto che il cosiddetto “limite del ghiaccio”, vale a dire la soglia virtuale oltre la quale le aziende dovrebbero astenersi dalla trivellazione petrolifera, debba essere spostato verso nord nel momento in cui la copertura del ghiaccio dell’Artico si scioglie a un ritmo sempre più elevato o se invece il governo debba fissare una volta per tutte il limite all’attuale zona off-limits.

LA CATTIVA REPUTAZIONE DELL’ESPLORAZIONE ARTICA SI DEVE AL GIACIMENTO GOLIAT

La cattiva reputazione dell’esplorazione e della produzione dell’Artico è stata in gran parte rafforzata dai travagli di Goliat, uno dei primi grandi progetti nel Mare di Barents. Pur essendo un progetto pionieristico nel suo campo – Goliat non è stato il primo giacimento del Mare di Barents, sorpassato per età dal giacimento di gas Snøhvit di 10 anni precedente – ha riscontrato una serie di problematiche – che Snøhvit non ha avuto essendosi focalizzato sul Gnl – tra falsi allarmi e successive evacuazioni, carenze nella rete elettrica del campo e così via, alimentando le preoccupazioni che la produzione di petrolio nell’Artico fosse inevitabilmente collegata a una sorta di pericolo operativo. Ciò malgrado il campo avesse riserve per 190 milioni di barili.

LA POLITICA AMBIVALENTE RUSSA SULL’AMBIENTE

Data la posizione alquanto ambivalente della Russia sull’impatto ambientale delle trivellazioni nell’Artico, altri fattori sono da considerare in primo piano, tra cui il più importante è l’efficienza dei costi. Quando fu elaborata la strategia energetica russa del 2035, la speranza era ancora accesa sul fatto che l’Artico diventasse una delle nascenti frontiere petrolifere; si prevedeva che entro il 2035 l’off-shore della regione sarebbe stato in grado di gestire 660 mila barili di petrolio al giorno, dieci volte di più di quanto non sia in grado di fare attualmente. Eppure oggi questa prospettiva sembra essere lontana dalla realtà, con i costi delle trivellazioni nell’Artico che continuano a superare i 100 dollari al barile. Questo irrita i funzionari russi dell’energia che considerano pessima la politica di rinunciare alla commercializzazione di circa 130 miliardi di barili di petrolio e condensa potenzialmente ottenibili dall’Artico.
Perché la Russia dovrebbe rinunciarvi? Tutto dipende da un triplo ordine di problemi: sanzioni internazionali, nessun consenso su chi dovrebbe guidare l’iniziativa artica e la disponibilità di altre opzioni. Risolvere la questione delle sanzioni potrebbe rivelarsi alla fine il fattore più semplice: le partnership artiche con ExxonMobil, Equinor ed ENI non sono state bloccate perché le aziende interessate lo volevano, ma perché i governi hanno insistito. Gli altri fattori entrano in gioco riguardano il fatto che le compagnie non statali non sono autorizzate a trivellare nell’Artico russo in quanto considerata una zona strategica.

LE POLEMICHE IN RUSSIA

“Quest’estate il settore petrolifero russo ha visto un’improvvisa esplosione di polemica dopo che il vice primo ministro Yuri Trutnev ha proposto di creare una nuova compagnia statale del petrolio e del gas concetrata esclusivamente sugli asset artici. L’argomento si è afflosciato dopo che Rosneft e Gazprom hanno chiaramente di non preoccuparsi dello sviluppo dell’Artico, avendo trivellato solo 5 pozzi esplorativi in questo decennio (cioè il 13% di quanto promesso). L’idea è stata quinsi rapidamente accantonata visto che non ci sono funzionari di alto livello a fare pressioni” e “i costi per l’importazione di attrezzature di trivellazione straniere (spesso approvate dagli Stati Uniti) sono eccessivamente elevati”, ha evidenziato Oilprice.com.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI POTREBBERO CAMBIARE LE CONDIZIONI

Il cambiamento climatico potrebbe portare, inoltre, a una “contrazione permanente delle coperture di ghiaccio dell’Artico e potrebbe anche rendere le condizioni del vento più moderate, alleviando di fatto alcune delle principali preoccupazioni che i perforatori si trovano ad affrontare oggi. D’altra parte, le nostre attuali possibilità in termini di mitigazione del rischio rimangono limitate – dato che la maggior parte del recupero delle fuoriuscite di petrolio verrebbe generalmente effettuato da batteri mangiatori di petrolio, l’Artico non consente un’operazione di bonifica standard. Non ci sono praticamente onde sotto il ghiaccio, quindi la dispersione di petrolio è un problema molto più grande di quello che potrebbe verificarsi in condizioni normali, per non parlare dei bassi livelli di nutrienti marini e dell’aumento della viscosità in acqua ghiacciata. Nonostante lo scioglimento dei ghiacci, tutto questo non cambierà molto presto, continuando a sollevare dubbi sui progetti artici”, ha concluso Oilprice.com