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Tap, la resa dei M5S: lo stop costerebbe caro

Barbara Lezzi

In campagna elettorale i pentastellati avevano promesso lo stop al gasdotto. Si profila un caso analogo a Ilva

Con il M5s al governo stop al Tap, l’infrastruttura destinata dal 2020 a portare 10 miliardi di metri cubi di gas l’anno dall’Azerbajian alla Puglia. Così tuonavano i pentastellati durante la campagna elettorale. Nella serata di ieri, dopo il Consiglio dei ministri, tra il premier Giuseppe Conte, i ministri Sergio Costa (Ambiente) e Barbara Lezzi (Mezzogiorno), il sottosegretario Cioffi (Sviluppo economico), il sindaco di Melendugno, Potì, ed altri rappresentanti pentastellati, è arrivata invece la conferma definitiva che lo stop non c’è e probabilmente non ci sarà mai.

LEZZI: IL SENTIERO È MOLTO STRETTO, DOVREMMO FAR PAGARE AL PAESE UN COSTO CHE PER SENSO DI RESPONSABILITÀ NON POSSIAMO PERMETTERCI

tap“Purtroppo il sentiero è molto stretto ma ancora verifiche verranno fatte dal ministro Costa nelle prossime 24-36 ore – ha detto la Lezzi al termine dell’incontro a Palazzo Chigi sulla Tap -.Nelle prossime 24-36 ore prenderemo una decisione” ma “abbiamo le mani legate” dal “costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese” per fermare l’opera, “una scelta fatta dal precedente governo” e un costo che “per senso di responsabilità non possiamo permetterci”. Il ministro Costa a margine dell’incontro ha aggiunto infatti che verranno fatte delle verifiche cartografiche sul progetto per controllare se è tutto ok.

CONCLUSIONE ANALOGA A ILVA?

Il Tap, insomma, è fatto bene ha tutte le autorizzazioni necessarie, tutti i procedimenti amministrativi e autorizzativi sono regolari, rientra all’interno degli impegni internazionali assunti dall’Italia e qualsiasi modifica o annullamento comporterebbe penali importanti (qualcuno parla di 8 miliardi). Si profila dunque una conclusione simile a quanto accaduto con Ilva dove alla fine il vicepremier Luigi Di Maio, dopo aver agitato lo spettro di una nuova gara, ha finito per trattare con multinazionale Arcelor Mittal, con la quale c’era un confronto già aperto dal Governo precedente, assegnando loro l’impianto in cambio di un aumento degli occupati e di una stretta sui tempi del piano ambientale.

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