L’OPA del colosso indiano supera l’87% delle adesioni e apre la strada al delisting di Iveco. Ma tra investimenti promessi, 14.000 posti di lavoro da tutelare e tensioni ai vertici di Mumbai, il futuro dello storico marchio italiano è tutto da scrivere
Iveco dice addio a Piazza Affari. Con il superamento dell’87% delle adesioni all’Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) lanciata dal colosso indiano Tata Motors per 3,82 miliardi di euro, l’azienda torinese saluta la Borsa e si appresta a varcare la soglia del delisting. Fine della corsa? Sotto il cofano del marchio che ha fatto la storia del trasporto pesante italiano ed europeo sta per accendersi un motore nuovo. Ma tra tavoli ministeriali, guerre dinastiche a Mumbai e sfide sui mercati globali, la strada è piena di curve.
IVECO E L’INCASTRO INDIANO
L’OPA per Iveco non è un semplice cambio di casacca finanziario. Tata e l’ex azienda italiana insieme danno vita a un gigante da 21 miliardi di euro di ricavi e oltre 590.000 veicoli all’anno. L’obiettivo strategico è fare blocco unico per resistere all’onda d’urto dei costruttori cinesi, pronti a colonizzare il mercato dei camion e dei bus elettrici con prezzi da dumping e filiere integrate.
Iveco porta in dote le sue tecnologie per il motore a combustione di ultima generazione, i brevetti sulla neutralità tecnologica (dall’idrogeno ai carburanti sintetici) e una rete capillare in Europa. Tata, dal canto suo, garantisce scala globale e accesso a mercati emergenti dove il brand italiano non ha mai davvero sfondato.
I DUBBI DI MIMIT E LAVORATORI
Dietro l’entusiasmo della Borsa, però, si muovono le ombre dei retroscena geopolitici e sindacali. I primi dubbi sull’operazione riguardano il piano industriale degli indiani. Al tavolo di confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), il CEO di Iveco, Olof Persson, ha dovuto rassicurare sindacati e governo con la conferma di 76 milioni di euro di investimenti previsti negli stabilimenti italiani. Ma l’attenzione del Mimit rimane altissima sulla tenuta dei 14.000 posti di lavoro in Italia e sulla tutela del patrimonio tecnologico, specialmente dopo lo scorporo e la cessione del ramo Difesa a Leonardo.
I territori, però, sono preoccupati della formula per l’acquisizione – in gran parte e debito – e delle garanzie sul mantenimento delle linee produttive negli stabilimenti storici come Suzzara (Brescia) e Torino.
IVECO, LA FAIDA DI POTERE A MUMBAI
C’è un dettaglio che tiene in ansia i manager di Torino di cui si parla poco. I rapporti nel quartier generale di Tata Motors non sono idilliaci. La scomparsa del patriarca Ratan Tata ha riaperto una pesante frattura tra la dirigenza manageriale e la famiglia proprietaria guidata da Noel Tata.
Lo scontro verte sulle strategie di governance e sulla quotazione delle holding. Ma perché è così rilevante per Iveco? Se gli equilibri interni a Mumbai dovessero incrinarsi, le garanzie industriali negoziate sui tavoli europei potrebbero risentire dell’instabilità ai vertici.
IL CAMBIO AL VERTICE FINANZIARIO DI IVECO
L’effetto più immediato dell’OPA lanciata da Tata Motors è la trasformazione di Iveco in una controllata strategica di un gruppo globale. I segnali del nuovo corso arrivano anche dalla governance interna: al posto della CFO Anna Tanganelli subentra Damiano Cretarola. Il nuovo Chief Financial Officer avrà la regia dei conti in questa delicata fase di transizione dal listino milanese all’integrazione con i bilanci indiani, mentre si ridisegnano anche le geografie commerciali (con la centralizzazione delle funzioni proprio a Torino).
Tata ha ottenuto le chiavi di un marchio storico. La sfida del futuro è trasformare la transizione ecologica del trasporto pesante in un business sostenibile senza scaricare i costi sull’Italia. Il colosso indiano riuscirà nell’impresa?

