Il blocco di fatto delle rotte mediorientali sta colpendo al cuore la transizione ecologica europea. Tra rincari dei componenti asiatici e volatilità del GNL, l’indipendenza energetica dell’Italia sembra sempre più un’utopia
La transizione energetica rischia di deragliare. Infatti, la filiera dipende quasi interamente da rotte marittime che passano per il Medio Oriente. La crisi dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso non sta solo facendo rincarare il pieno di benzina, ha anche alzato un muro di costi davanti a ogni nuovo impianto fotovoltaico o parco eolico previsto dal PNRR.
L’EFFETTO A CATENA DEL GNL SULLA TRANSIZIONE
L’Italia ha puntato con decisione sui rigassificatori per sostituire il gas russo, ma oggi il 25-30% del nostro GNL arriva dal Qatar. Con il passaggio da Hormuz a rischio, quando la produzione qatariota ripartirà, potrebbe essere dirottata verso i mercati asiatici, invece di affrontare la circumnavigazione dell’Africa.
Inoltre, la riduzione dell’offerta immediata ha spinto il TTF di Amsterdam a livelli di guardia. Il prezzo dell’elettricità è ancora fortemente legato a quello del gas, quindi l’instabilità del Golfo rischia di tradursi in bollette elettriche più alte, assottigliando le risorse che le imprese dovrebbero investire in efficienza energetica e rincarando i costi operativi delle neonate Gigafactory europee.
EOLICO E FOTOVOLTAICO A RISCHIO
Il fotovoltaico e l’eolico italiano parlano cinese per oltre il 70% della loro componentistica. La necessità di “doppiare” il Capo di Buona Speranza per evitare le zone di conflitto sta riscrivendo l’economia del settore. I ritardi di 15 giorni nelle consegne di moduli fotovoltaici stanno mandando in sofferenza i cantieri medio-grandi. Ogni settimana di ritardo in un cantiere utility-scale comporta penali e costi finanziari che erodono il ritorno sull’investimento (ROI). L’eolico non se la passa meglio. Infatti, terre rare e componenti per i magneti permanenti delle turbine sono soggetti a noli marittimi che sono triplicati in meno di due mesi.
LA RISPOSTA DELL’UE E DELL’ITALIA
La crisi sta agendo da acceleratore per le politiche di sovranità industriale. I componenti prodotti in Asia diventano costosi e incerti a causa della logistica, quindi l’industria europea sta provando a produrli in casa. Tuttavia, il reshoring richiede energia a basso costo, proprio quella che oggi manca a causa del conflitto, creando un circolo vizioso. In questo scenario, il governo e le imprese italiane stanno accelerando su due fronti. Il primo è il riciclo dei magneti e delle batterie esauste (Urban Mining). La seconda mossa è tagliare i tempi burocratici per l’autorizzazione di nuovi impianti. Ma la strada è ancora lunga.


