L’intesa tra Washington e Mosca sul diesel viene presentata come una svolta contro il caro carburanti. Ma i numeri raccontano un’altra storia
L’accordo tra Trump e Putin che dovrebbe abbassare i prezzi del diesel alla pompa è un bluff. La notizia bomba sull’intesa USA-Russia per l’importazione di diesel è un’operazione mediatica, ma anche politico-diplomatica. È quanto emerge dall’analisi dei numeri dell’accordo e dai dati industriali.
PERCHE’ L’ACCORDO USA-RUSSIA SUL DIESEL NON HA BASI
I proclami parlano di un’intesa bilaterale tra Donald Trump e Vladimir Putin per immettere sul mercato circa 1,8-4,8 milioni di tonnellate di diesel russo (a partire da), grazie a una licenza speciale emessa dall’OFAC (Dipartimento del Tesoro USA). A breve è previsto un primo invio di 300.000 tonnellate. Tuttavia, mettendo sul piatto della bilancia la matematica di base, il presunto “salvataggio” si rivela un miraggio.
Infatti, gli Stati Uniti consumano mediamente 3,7-3,8 milioni di barili di diesel al giorno (circa 500.000 tonnellate al giorno). La prima tranche promozionale da 300.000 tonnellate copre a stento 14-16 ore di consumo americano. Anche considerando l’intero pacchetto da circa 1,8-3 milioni di tonnellate, si parla di appena 3 o 4 giorni di autonomia complessiva negli USA. Una goccia nell’oceano che difficilmente potrà generare un calo strutturale dei prezzi.
LA CAPACITA’ DI RAFFINAZIONE RUSSA E’ QUASI A 0
Il vero ostacolo non è solo la quantità, ma la possibilità stessa che la Russia possa consegnare questo carburante. Infatti, negli ultimi mesi, le incursioni e i raid coordinati di droni ucraini hanno sistematicamente colpito e danneggiato gravemente i principali hub di raffinazione nella Russia europea. La capacità complessiva di raffinazione russa è crollata a livelli minimi, costringendo il Cremlino ad approvare divieti e restrizioni sull’esportazione di diesel e benzina per evitare che i propri distributori rimanessero a secco.
La seconda domanda fondamentale è: dove prenderebbe il diesel la Russia? Mosca oggi non possiede un surplus di diesel da esportare verso la Casa Bianca. L’unica ipotesi per reperire questi volumi sarebbe acquistare diesel da terzi, principalmente dai colossi asiatici con enorme capacità di raffinazione sovrabbondante come la Cina, l’Iran o l’India (che già raffinano il greggio grezzo russo per poi rivenderlo sul mercato globale), per poi “girarlo” sulla carta agli Stati Uniti. Un triangolo commerciale grottesco in cui l’energia compie due volte il giro del mondo prima di arrivare al serbatoio di un camionista del Midwest.
COSA C’E’ DAVVERO DIETRO L’ANNUNCIO SUL DIESEL
L’annuncio di Trump risponde a una strategia precisa. Prima di tutto, il tycoon mira a raccogliere consensi a poche settimane dalle elezioni di midterm americane promettendo prezzi del diesel più bassi. Entrando nel campo delle ipotesi, l’accordo tra Usa e Russia potrebbe anche essere una mossa per redistribuire la colpa e scardinare l’asse europeo.
Infatti, collegando l’impennata dei carburanti agli attacchi di Kiev contro le raffinerie russe, Washington incolpa l’Ucraina dei rincari in America e in Europa, spostando la lente d’ingrandimento dai mercati e dalla politica energetica di Washington. Così facendo, Trump ha una pezza d’appoggio per fare pressione su Zelensky affinché fermi gli attacchi strategici contro le infrastrutture di Mosca. Come se non bastasse, l’intesa tra Trump e Putin potrebbe avere il cosiddetto effetto “gatto nero” sull’Europa. In parole povere, la sola notizia che Washington conceda una “licenza d’eccezione” al diesel di Putin mette in dubbio l’efficacia morale e politica delle sanzioni europee e la credibilità di Bruxelles.

