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USA ed EV cinesi: la corsa al nucleare accelera, frena l’eolico e gli aspirapolvere diventano auto. I fatti della settimana

Mentre gli Stati Uniti riducono drasticamente i vincoli per i reattori nucleari sperimentali e subiscono una battuta d’arresto nell’eolico, in Cina aziende tech diversificano producendo veicoli elettrici in un mercato affollato ed orientato all’export. I fatti della settimana di Marco Orioles

Negli Stati Uniti, il Reactor Pilot Program ha accelerato lo sviluppo del nucleare sperimentale per tagliare i tempi di costruzione di nuovi mini-reattori entro il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, dividendo l’opinione pubblica tra entusiasti dell’innovazione e critici preoccupati per la sicurezza e la deregolamentazione. Al contempo, il settore eolico americano subisce una forte frenata dopo l’inaugurazione del maxi-parco SunZia: le politiche restrittive dell’amministrazione Trump, unite a inflazione, dazi e colli di bottiglia nei collegamenti alla rete, stanno congelando i nuovi investimenti a favore del solare. In Cina, invece, si assiste a una singolare evoluzione industriale con noti produttori di elettrodomestici e aspirapolvere, come Dreame e Rox Motor, che scelgono di diversificare il proprio business entrando nel mercato automobilistico delle vetture elettriche. Nonostante la crisi delle vendite interne e la forte guerra dei prezzi in patria, il numero di marchi cinesi continua a crescere in un panorama frammentato che punta con sempre maggiore decisione sulle esportazioni all’estero per salvaguardare i propri margini.

LA NUOVA CORSA AL NUCLEARE USA: DUE REATTORI GIÀ ACCESI IN UN ANNO

Poco più di un anno fa Trump ha lanciato una sfida ambiziosa: far costruire alle aziende americane almeno tre nuovi reattori nucleari sperimentali entro il 4 luglio di quest’anno, in concomitanza con i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. Subito dopo ha firmato un ordine esecutivo e il Dipartimento dell’Energia ha avviato il Reactor Pilot Program, un’iniziativa che accelera tutto tagliando drasticamente le regole per questi prototipi. Il risultato è stato una vera e propria gara che, come osserva NPR, all’approssimarsi della scadenza ha già visto due aziende raggiungere la “criticità”: Antares Nuclear il 4 giugno e Valar Atomics il 18 giugno. Quest’ultima sta producendo decine di kilowatt termici da un reattore piazzato dentro una tenda nel deserto dello Utah. Altre aziende sono vicinissime alla meta. È un ritmo che in campo nucleare non si era mai visto. Nick Touran di Ocean Atomics, che segue il programma da vicino, dice che è esattamente quello di cui il settore aveva bisogno dopo quarant’anni passati a parlare senza combinare niente. Finalmente si costruisce, si testa, si capisce se c’è un mercato reale. Nell’Idaho National Laboratory stanno lavorando anche altri, come Radiant, che sta assemblando il suo reattore dentro la struttura DOME. Userà palline di combustibile che sopportano temperature più alte e sono più sicure contro il meltdown. L’obiettivo è produrre reattori piccoli e mobili, fino a 50 all’anno. Non tutti però sono entusiasti. Secondo Edwin Lyman dell’Union of Concerned Scientists deregolamentare così tanto significa buttare via decenni di lezioni sulla sicurezza. Si fa notare che il Dipartimento dell’Energia ha riscritto le norme di sicurezza senza consultare il pubblico e ha saltato le valutazioni ambientali sostenendo che non ci siano rischi. Si teme anche che, una volta avviata la produzione di massa, i reattori piccoli possano spuntare ovunque con standard di sicurezza e controllo allentati. In sintesi, è un’accelerazione impressionante che divide: da una parte chi vede finalmente ripartire l’industria nucleare a stelle e strisce, dall’altra chi reputa che la fretta stia compromettendo la sicurezza.

SUNZIA, L’ULTIMO GRANDE PARCO EOLICO PRIMA DELLA FRENATA

Alla fine di giugno è entrato in funzione SunZia, il più grande parco eolico mai realizzato nella storia degli Stati Uniti. Un’enorme distesa di pale e turbine nel New Mexico che fornirà energia a più di un milione di case nel Southwest. Come osserva Bloomberg, probabilmente però resterà anche l’ultimo progetto di questo tipo per un bel po’ di tempo. Da quest’anno in poi le nuove capacità eoliche terrestri sono destinate a calare fino al 2030. La ragione principale è l’offensiva di Trump contro le rinnovabili, e in particolare contro l’eolico. Il presidente ha promesso di bloccare nuovi sviluppi eolici nel suo secondo mandato. Ma non è solo colpa sua: inflazione, problemi di fornitura e opposizioni locali avevano complicato le cose già sotto la presidenza Biden. A questo si aggiungono la fine dei generosi tax credit, i dazi e le lunghissime code per collegarsi alla rete. “La pipeline di sviluppo è piena di incertezze”, spiega Diego Espinosa di Wood Mackenzie. Nel frattempo l’eolico sta perdendo terreno rispetto al solare, che continua a essere più economico e veloce da installare, soprattutto ora che la domanda di energia esplode per i data center dell’IA. I costi dell’eolico invece stanno salendo da un paio d’anni, e i posti economicamente convenienti per piazzare quelle enormi turbine si stanno esaurendo. L’industria era consapevole che il solare aveva dei vantaggi naturali, ma non si aspettava un attacco così frontale da Trump. Durante il suo primo mandato, nonostante l’avversione personale per le pale, il settore era comunque cresciuto. Adesso invece ci sono ordini esecutivi, blocchi di progetti offshore, ritardi nelle autorizzazioni e persino accuse al Pentagono di bloccare le valutazioni di sicurezza. David Carroll, CEO di Engie North America, racconta una situazione delicata: gli investimenti sono congelati, mentre i board delle aziende si chiedono se valga ancora la pena sviluppare eolico negli Stati Uniti. Engie cercherà di sbloccare i progetti già avviati, ma per ora non investe su nuovi sviluppi. Il rischio è diventato troppo alto.

DAL ROBOT ASPIRAPOLVERE ALLE EV: LO STRANO SALTO DI ALCUNI PRODUTTORI CINESI

L’anno prossimo anche Dreame, azienda cinese famosa per i suoi robot aspirapolvere, inizierà a produrre e vendere EV. Come sottolinea l’Economist, non è l’unica azienda a fare questo salto. Rox Motor, fondata da un altro tycoon degli aspirapolvere, vende SUV elettrici già dal 2023, mentre Xiaomi ha lanciato le sue auto sportive l’anno scorso. Il mercato cinese delle EV è affollatissimo: ben 143 marchi hanno venduto almeno un’auto l’anno scorso, ma 46 di questi non hanno superato le mille unità. Nonostante ciò, ne sono nati 23 nuovi contro solo 9 che hanno chiuso i battenti. Molti però sono “sub-brand” creati dai grandi gruppi per differenziare i modelli premium da quelli di massa. Geely, per esempio, ne ha più di dieci tra cui Zeekr, Polestar e Lynk & Co. Solo dieci aziende cinesi sono riuscite a vendere almeno un milione di auto ciascuna nel 2025, coprendo l’84% del totale. La quota è leggermente calata rispetto all’anno prima, segno che il tanto annunciato grande consolidamento del settore non è ancora arrivato. Ci sono casi drammatici, come Hozon Auto, che ha smesso improvvisamente di pagare gli stipendi e ha visto i dipendenti assediare il fondatore in ufficio. Per il 2026 le prospettive non sono rosee: le vendite complessive di auto in Cina stanno crollando: ad aprile si è registrato un -20% annuo, nel settimo mese consecutivo di calo. Il governo ha criticato la guerra dei prezzi selvaggia iniziata nel 2023. Da maggio i listini sono risaliti, ma BYD parla di costi più alti di chip e batterie piuttosto che di una tregua. Con la domanda interna in calo e i prezzi in salita, i produttori cinesi punteranno ancora di più sull’estero. Le esportazioni ad aprile sono infatti schizzate dell’80% rispetto all’anno prima, anche perché garantiscono margini più alti.

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