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Esplorazione offshore Africa

Esplorazione offshore: i giganti del greggio tornano in Africa alla ricerca del nuovo Brasile

I colossi dell’energia puntano sull’Orange Basin e sulla nuova stagione dell’Angola per rigenerare le riserve mondiali di greggio e gas. Le riforme fiscali e il rallentamento dello shale statunitense spingono gli investimenti verso le coste atlantiche del continente.

In un momento in cui la domanda globale di combustibili fossili si preannuncia destinata a rimanere elevata più a lungo di quanto stimato solo pochi anni fa, le grandi multinazionali dell’energia stanno riposizionando i propri asset lungo le coste dell’Africa occidentale e meridionale. È quanto riferito da un’analisi di Reuters, che mette in luce una massiccia operazione di acquisizione di blocchi offshore tra l’Angola e la Namibia. In questo scenario di rinnovato dinamismo, l’Italia gioca un ruolo da protagonista assoluta attraverso l’attività di Eni, la cui presenza strategica nella regione sta ridefinendo gli equilibri della produzione continentale, superando in intraprendenza molti storici competitor.

IL RUOLO DI ENI E IL PRIMATO NEI NUOVI BACINI

La strategia italiana nell’area si esprime con forza attraverso Azule Energy, la joint venture paritetica creata da Eni e BP, che si è imposta come uno dei soggetti più dinamici dell’intero panorama africano. Secondo David Thomson, vicepresidente di Welligence Energy Analytics, le compagnie leader stanno effettuando una riorganizzazione delle superfici per assicurarsi ampie posizioni su terreni vergini. In questo contesto, Azule Energy ha recentemente segnato un punto di svolta in Angola, nazione che ha abbandonato il cartello OPEC per liberarsi dai vincoli alla produzione. La società partecipata da Eni ha perforato con successo il primo pozzo esplorativo dedicato esclusivamente al gas nel Paese, individuando risorse potenziali superiori a 1 trilione di piedi cubi di gas e circa 100 milioni di barili di condensato. Questo risultato non solo rafforza la sicurezza energetica legata agli approvvigionamenti italiani ed europei, ma conferma la validità delle riforme introdotte dal governo angolano alla fine del 2024, che includono significativi tagli fiscali per rendere i blocchi maturi nuovamente attraenti per gli investitori.

LA CACCIA AL PROSSIMO BRASILE E I “GEMELLI ATLANTICI”

La spinta verso l’Africa non è casuale, ma risponde a una precisa logica geologica che affascina gli esperti del settore. “L’Africa e il Sud America sono veri e propri gemelli atlantici, legati da una storia comune”, ha spiegato Gil Holzman, amministratore delegato della canadese Eco Atlantic Oil & Gas. Stando alle valutazioni dei dirigenti industriali, le somiglianze tra le coste africane e gli enormi bacini produttivi brasiliani lasciano presagire scoperte di portata storica. Questa visione è condivisa da Chevron, che è entrata nel bacino MSGBC (Mauritania, Senegal, Gambia, Guinea-Bissau e Conakry) acquisendo due blocchi al largo della Guinea-Bissau. Liz Schwarze, vicepresidente per l’esplorazione di Chevron, ha definito l’area “estremamente prolifica”, mentre gli analisti di NVentures ipotizzano che questi giacimenti possano contenere diversi miliardi di barili.

NAMIBIA: IL NUOVO BARICENTRO DELL’OFFSHORE

Se l’Angola rappresenta la conferma, la Namibia si sta rivelando la vera sorpresa del decennio. Secondo i dati di S&P Global Commodity Insights, il Paese guidato da Windhoek ha registrato il maggior numero di risorse scoperte e recuperabili della regione, per un totale di 6,2 miliardi di barili di petrolio equivalente (boe). Si tratta di volumi cinque volte superiori a quelli della Costa d’Avorio e nettamente superiori a quelli di Sudafrica e Nigeria. Il fulcro di questa attività è l’Orange Basin, dove la joint venture Azule Energy di Eni e BP, in collaborazione con Rhino Resources, ha effettuato tre scoperte di idrocarburi offshore nell’ultimo anno. Azule Energy è ora impegnata in una competizione con TotalEnergies, che sta portando avanti il progetto Venus e ha acquisito una quota del 40% nella mega-scoperta di Mopane, stimata in almeno 10 miliardi di barili.

DATI E SFIDE TECNICHE DELLE ACQUE PROFONDE

Il ritorno dei grandi investimenti in Africa coincide con il raggiungimento del picco di crescita dello shale oil negli Stati Uniti. È la fotografia scattata da Justin Cochrane di S&P Global, secondo cui dall’inizio del 2020 circa l’11% del petrolio e del gas scoperti globalmente — pari a 8,7 miliardi di boe — è stato trovato lungo le coste dell’Africa occidentale. La regione custodisce circa il 14% dei liquidi scoperti in questo lasso di tempo, pari a 5,6 miliardi di barili. Anche Shell è tornata in Angola dopo vent’anni di assenza, ribadendo che le nuove esplorazioni sono vitali per sostenere la produzione fino al 2030. Tuttavia, operare in acque profonde resta una sfida complessa: nonostante un tasso di successo superiore al 70%, i rischi tecnici sono elevatissimi. Shell, ad esempio, ha dovuto svalutare 400 milioni di dollari per un progetto in Namibia, pur confermando il proprio impegno nell’area, mentre TotalEnergies ha segnalato criticità legate all’elevato rapporto tra gas e petrolio nel sito Venus.

DIVERSIFICAZIONE E SICUREZZA NELL’AGENDA EUROPEA

La spinta dei colossi energetici verso l’Africa occidentale si inquadra in una cornice geopolitica più ampia, dove la diversificazione degli approvvigionamenti è diventata una priorità per l’Occidente. Lo scorso dicembre, l’Unione Europea ha presentato un piano mirato a ridurre la dipendenza dalla Cina per le materie prime essenziali, rendendo la stabilità della produzione offshore africana un pilastro fondamentale della sicurezza economica continentale. Per l’Italia, il successo di Eni e dei suoi partner in questi territori rappresenta un vantaggio competitivo cruciale, garantendo una continuità operativa che permetterà di soddisfare il fabbisogno energetico oltre la fine di questo decennio, nonostante le incertezze legate alla velocità della transizione verde globale.

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