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Nucleare sostenibile Italia

Nucleare sostenibile in Italia: il bivio tra rilancio industriale e incognite su costi e tempi

Dall’audizione alla Camera emerge un potenziale di 50 miliardi di Pil e 120mila posti di lavoro, ma pesano i dubbi di Nobel ed esperti sulla reale indipendenza energetica e la gestione delle scorie.

Il dibattito sul ritorno dell’energia atomica in Italia entra nel vivo della fase legislativa, delineando una profonda spaccatura tra le ambizioni del comparto industriale e le riserve espresse dal mondo accademico e scientifico. Nel corso dell’audizione presso le Commissioni riunite Attività produttive e Ambiente della Camera sui progetti di legge di delega in materia di energia nucleare sostenibile, è emerso un quadro complesso dove la necessità di decarbonizzare entro il 2050 si scontra con l’incertezza sui tempi di realizzazione e sui costi effettivi delle nuove tecnologie. Se per le imprese il nucleare rappresenta un pilastro per la stabilità dei prezzi e la sicurezza nazionale, per diversi esperti il rischio è di puntare su soluzioni non ancora mature, comprimendo il ruolo del Parlamento e trascurando le criticità legate all’approvvigionamento del combustibile e alla gestione dei residui radioattivi.

POLITICA INDUSTRIALE E IMPATTO MACROECONOMICO

La posizione favorevole del mondo produttivo è stata ribadita con forza da Aurelio Regina, delegato energia di Confindustria, che ha definito il tema “vitale per la politica industriale del Paese”. Secondo l’analisi presentata, l’avvio di un programma basato su reattori di quarta generazione, in particolare Small Modular Reactors (SMR) e Advanced Modular Reactors (AMR), garantirebbe energia affidabile per le imprese energivore del Nord, riducendo i costi di sistema stimati in 17 miliardi l’anno per oneri e backup.

“L’industria nucleare italiana non si è mai chiusa e la creazione di una filiera nazionale potrebbe generare 50 miliardi di nuovo Pil e circa 120mila posti di lavoro”, ha spiegato Regina, offrendo la piena disponibilità del sistema associativo per superare l’ostacolo culturale e informativo. Sulla stessa linea, Daniela Gentile di Ansaldo Nucleare ha indicato i disegni di legge come un “punto di svolta” basato sulla neutralità tecnologica, sottolineando che la sicurezza energetica richiede non solo forniture locali ma la capacità di gestire l’intero sistema attraverso partenariati internazionali che garantiscano il trasferimento del know-how.

ANALISI DEI COSTI E CONFRONTO CON LE RINNOVABILI

Un’analisi dettagliata della convenienza economica è stata offerta da Giuseppe Zollino, professore dell’Università di Padova. Stando ai parametri del costo livellato dell’energia (Lcoe), il nucleare avrebbe una forchetta iniziale tra i 65 e i 110 euro al MWh per i primi 30 anni, per poi crollare a 30 euro una volta ammortizzato l’impianto, che ha una vita utile di almeno sei decenni. Zollino ha messo a confronto questi dati con le recenti aste Fer X (60 euro per il solare, 70 per l’eolico), definendo “paradossale” l’idea di azzerare la produzione a gas solo con rinnovabili e batterie: “Servirebbero 570 GWh di accumuli, portando il costo dell’energia oltre i 1000 euro al MWh”.

Diego Pellegrino di Arte ha aggiunto che l’Italia sconta il costo della materia prima elettrica più alto d’Europa, con un differenziale del 70% rispetto alla Spagna e del 90% rispetto alla Francia, rendendo il contributo del nucleare necessario per la tenuta sociale e la competitività. Tuttavia, il premio Nobel Giorgio Parisi ha espresso un orientamento opposto, ritenendo il solare la soluzione più conveniente grazie al dimezzamento dei costi ogni cinque anni. “In futuro il solare diventerà centrale e le altre fonti saranno accessorie; il carbone e il nucleare hanno il limite di non essere modulabili, obbligando talvolta i produttori a pagare per immettere energia in rete quando la richiesta è bassa”, ha osservato Parisi.

DUBBI SULLA SICUREZZA E INDIPENDENZA ENERGETICA

Il tema dell’autonomia nazionale è stato messo in discussione da Federico Maria Butera, professore emerito del Politecnico di Milano. “Il nucleare non assicura affatto l’indipendenza: non abbiamo uranio né impianti di arricchimento, e dipenderemmo comunque da Paesi come la Russia, la cui società Rosatom è stata esclusa dalle sanzioni proprio per queste ragioni”, ha dichiarato Butera. Lo studioso ha inoltre evidenziato come gli SMR, indicati come futuro del parco italiano, non siano ancora operativi in nessun Paese occidentale, rendendo impossibile conoscerne l’efficienza reale.

Anche Aurelio Angelini ha criticato l’ampiezza della delega conferita al governo, temendo una “riscrittura della normativa che comprime il ruolo del Parlamento e delle Regioni”. Secondo Angelini, i reattori di nuova generazione riducono ma non azzerano il rischio di fusione del nocciolo, e gli SMR restano reattori ad acqua pressurizzata in scala ridotta senza sostanziali vantaggi di sicurezza rispetto al passato.

LA SFIDA DEL TEMPO E IL NODO DELLE SCORIE

La variabile temporale rimane uno dei punti più critici sollevati dai tecnici. Marco Bella, professore alla Sapienza, ha giudicato “improbabile” l’accensione di un reattore prima di 20 anni, citando il caso della Francia che, pur avendo infrastrutture e siti già pronti, prevede l’avvio dei nuovi impianti solo nel 2038. “Tra vent’anni il mercato dell’energia sarà completamente diverso e non possiamo permetterci di aspettare senza produrre nulla nel frattempo”, ha avvertito Bella. Ad aggravare il quadro è la gestione dei residui radioattivi.

Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino ha spiegato che il ciclo del combustibile non può essere chiuso totalmente, poiché il riprocessamento lascia comunque un 90% di scorie la cui nocività “si misura in secoli o millenni”, richiedendo depositi geologici profondi che graveranno sulla sorveglianza delle future generazioni indipendentemente dai mutamenti geopolitici. Di parere opposto Mario Agostinelli (Associazione Laudato Sì), che ritiene il carico di base nucleare troppo rigido per una rete moderna interconnessa, giudicando le rinnovabili supportate da accumulo come la soluzione più economica e scalabile.

REQUISITI NORMATIVI E FORMAZIONE DELLE COMPETENZE

Per rendere fattibile il percorso, Daniele Saponaro di ANPIT ha chiesto al legislatore di fissare “paletti certi sui tempi dei cantieri e una semplificazione normativa contro i ritardi autorizzativi”, investendo contemporaneamente nell’aggiornamento delle figure tecniche apicali. Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana Nucleare (AIN), ha giudicato positivamente lo strumento della delega ma ha definito “insufficienti” i 20 milioni di euro annui allocati per il triennio 2027-2029, necessari per ricostituire le infrastrutture di base e la supply chain.

Stefano Buono, AD di Newcleo, ha invece confermato l’interesse strategico del Ddl per servire settori industriali come chimica e acciaio, dichiarandosi pronto a chiedere la licenza non appena sarà operativa l’autorità di regolazione. Infine, Federico Gianni di Campoverde ha suggerito di potenziare le competenze dell’Ispettorato per la sicurezza nucleare (ISIN) già esistente, garantendogli quell’autonomia richiesta dagli standard internazionali per un monitoraggio efficace sia della dismissione delle vecchie centrali sia del nuovo programma atomico.

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