L’Opec Plus valuta l’aumento della produzione per frenare l’impennata del greggio, mentre l’ombra del blocco totale del Gnl dal Qatar mette a rischio la stabilità delle forniture di gas europee.
L’attacco congiunto lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 27 febbraio 2026 ha proiettato i mercati energetici in una fase di estrema volatilità, riaccendendo l’incubo di una paralisi globale delle forniture. Sebbene il Brent avesse già chiuso la settimana superando i 73 dollari al barile, la vera partita si gioca ora lungo i 160 chilometri dello Stretto di Hormuz, l’arteria vitale dove transita un quinto del greggio mondiale e la quasi totalità del gas liquefatto (Gnl) destinato a compensare il vuoto lasciato dalla Russia in Europa.
L’INCOGNITA HORMUZ E IL RISCHII BOLLETTE
Il cuore della crisi risiede nella minaccia della Guardia Rivoluzionaria iraniana di chiudere il passaggio marittimo. Come riportato da Davide Tabarelli su Il Sole 24 Ore, sebbene la probabilità che Teheran riesca a sigillare lo stretto sia stimata intorno al 20%, l’eventualità sarebbe così catastrofica da aver già generato un “premio per il rischio guerra” sui prezzi. Per l’Italia, la situazione è particolarmente delicata: dopo il taglio dei ponti con Mosca, l’Europa si è rivolta massicciamente al Qatar. “Tutte le esportazioni del Qatar, circa 100 miliardi di metri cubi all’anno, passano per Hormuz”, spiega Tabarelli, sottolineando che a differenza del petrolio, per il gas non esiste un’offerta in eccesso pronta a intervenire. Qualsiasi tensione nello stretto si scarica immediatamente sul TTF europeo, determinando i prezzi all’ingrosso dell’elettricità e, di conseguenza, l’ammontare delle bollette italiane.
LA REAZIONE DELL’OPEC PLUS E LA “DOMINACE” AMERICANA
Mentre la US Navy sconsiglia la navigazione nell’area e le assicurazioni iniziano a revocare le polizze prevedendo aumenti dei premi del 50%, la coalizione dei produttori petroliferi è chiamata a una mossa d’urgenza. Domenica 1° marzo è prevista una riunione dell’Opec Plus che potrebbe deliberare un aumento della produzione fino a 400mila barili al giorno per calmierare i prezzi.
Tuttavia, il contesto attuale differisce profondamente dalle crisi del passato. Davide Tabarelli, sulle colonne del Sole 24 Ore, evidenzia come la disinvoltura d’azione di Donald Trump in Medio Oriente sia sostenuta dalla “energy dominance” statunitense: la produzione americana è raddoppiata negli anni raggiungendo i 13,5 milioni di barili al giorno, garantendo a Washington uno scudo contro i rincari che invece colpiscono duramente i partner europei.
OBIETTIVO KHARG ISLAND E L’EXPORT IRANIANO
Oltre allo Stretto di Hormuz, l’attenzione militare e dei trader è rivolta a Kharg Island. Da questo isolotto passa oltre il 90% dell’export di greggio iraniano. Colpire o prendere il controllo di questo terminal significherebbe privare il regime degli ayatollah della sua principale fonte di reddito. Nonostante le sanzioni, l’Iran rimane il quarto produttore Opec con 3,3 milioni di barili al giorno. Un blocco totale delle esportazioni iraniane – dirette per l’80% verso la Cina – costringerebbe Pechino a cercare forniture altrove, innescando un effetto domino sui prezzi mondiali già tesi dall’incertezza politica.
Alla riapertura dei mercati, la previsione degli analisti è un possibile balzo del greggio verso la soglia degli 80 dollari. Molto dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti e dei loro alleati del Golfo di neutralizzare le minacce asimmetriche dei Pasdaran e garantire che il “rubinetto” di Hormuz rimanga, seppur parzialmente, aperto.

