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Crisi in Medio Oriente: quanto e dove produce gas e petrolio l’Iran. “A rischio un terzo del greggio mondiale”

Usa e Israele colpiscono le infrastrutture energetiche di Teheran paralizzando il traffico navale nel Golfo. Analisti prevedono una perdita di forniture fino a 10 milioni di barili al giorno.

Tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2026, un’offensiva militare congiunta condotta da Stati Uniti e Israele ha colpito il territorio iraniano, aprendo una fase di profonda incertezza per l’approvvigionamento energetico globale. L’attacco, volto a danneggiare le infrastrutture critiche del Paese, ha provocato l’immediata paralisi dello Stretto di Hormuz, il principale snodo petrolifero del pianeta, dove il traffico navale si è di fatto fermato per ragioni di sicurezza. Secondo le rilevazioni dell’agenzia Reuters e i dati forniti dall’Energy Information Administration (EIA) statunitense, questa escalation minaccia di sottrarre al mercato circa 15 milioni di barili di greggio al giorno, corrispondenti al 30% del commercio marittimo mondiale di petrolio.

L’OFFENSIVA E IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ

L’azione militare di sabato scorso ha innescato una reazione a catena che ha portato armatori e commercianti di energia a sospendere i transiti attraverso il braccio di mare che separa l’Iran dall’Oman. Sebbene Teheran abbia storicamente minacciato la chiusura dello Stretto senza mai passare all’azione per evitare ritorsioni sulle proprie esportazioni, l’attuale stato di guerra ha reso la via d’acqua inaccessibile. “Che lo Stretto venga chiuso con la forza o reso inaccessibile per evitare i rischi, l’impatto sui flussi è sostanzialmente lo stesso”, ha spiegato Jorge Leon, vicepresidente senior di Rystad Energy, sottolineando come, in assenza di una rapida de-escalation, il prezzo del greggio sia destinato a un’impennata violenta. Anche ipotizzando l’uso di rotte alternative o oleodotti di bypass, gli analisti stimano che la perdita netta di approvvigionamento non scenderebbe sotto gli 8-10 milioni di barili giornalieri.

IL PESO DELL’IRAN NEL MERCATO ENERGETICO GLOBALE

L’Iran occupa una posizione di primo piano nello scacchiere energetico, essendo il terzo produttore dell’OPEC con una quota pari al 4,5% delle riserve mondiali. Attualmente, la produzione si attesta su circa 3,3 milioni di barili di greggio al giorno, a cui si aggiungono 1,3 milioni di barili di condensati e altri liquidi. Il patrimonio sotterraneo del Paese è immenso: detiene il 12% delle riserve globali e un quarto di quelle del Medio Oriente. Nonostante anni di sanzioni e investimenti limitati abbiano frenato il potenziale di crescita, Teheran è riuscita a incrementare la produzione di un milione di barili tra il 2020 e il 2023, trovando nella Cina il suo partner principale. Pechino assorbe infatti il 90% delle esportazioni iraniane, garantendo alla Repubblica Islamica entrate che nel 2023 hanno toccato i 53 miliardi di dollari netti.

LE INFRASTRUTTURE CRITICHE E IL RUOLO DI SOUTH PARS

Il cuore pulsante dell’industria estrattiva iraniana si concentra nelle province del sud-ovest: il Khuzestan per il greggio e Bushehr per il gas. Da qui, il 90% del petrolio viene convogliato verso l’isola di Kharg per essere poi spedito attraverso Hormuz. Sul fronte del gas naturale, l’Iran gestisce il giacimento offshore di South Pars, che fa parte della più vasta riserva di gas al mondo, condivisa con il Qatar. Sebbene la quasi totalità dei 276 miliardi di metri cubi prodotti nel 2024 sia stata destinata al consumo interno a causa dei vincoli tecnici e delle sanzioni, il sito rappresenta un obiettivo strategico sensibilissimo. Già nel giugno dello scorso anno, attacchi israeliani avevano danneggiato quattro unità della Fase 14 di South Pars, situata a soli 200 chilometri dagli impianti del Qatar, dove operano colossi occidentali come ExxonMobil e ConocoPhillips.

CAPACITÀ DI RAFFINAZIONE E IMPATTO SULLE ESPORTAZIONI

Oltre alla produzione di materia prima, l’Iran dispone di una solida rete di raffinazione interna con una capacità di 2,6 milioni di barili al giorno, supportata da impianti storici come la raffineria di Abadan. Secondo i dati della società di consulenza FGE e di Kpler, nel 2025 il Paese ha esportato circa 820.000 barili al giorno di prodotti raffinati, tra cui il GPL. L’attuale attacco di Usa e Israele mette però a rischio non solo la capacità di raffinazione, ma l’intera stabilità di un bacino che contiene 1.800 trilioni di piedi cubi di gas utilizzabile, una quantità teoricamente sufficiente a coprire il fabbisogno mondiale per i prossimi 13 anni. La diversificazione dell’economia iraniana non basta a compensare l’eventuale distruzione di questi asset, le cui rendite restano il pilastro fondamentale del bilancio governativo.

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