La premier chiede l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per fronteggiare l’emergenza bollette e benzina. Salvini avverte l’Unione Europea: “Pronti a intervenire anche senza il via libera della Commissione”.
L’aggravarsi dell’instabilità in Medio Oriente e il rischio di un imminente attacco americano contro l’Iran hanno spinto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a muovere un passo ufficiale verso i vertici comunitari. In una missiva indirizzata alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, l’esecutivo italiano ha richiesto formalmente che le risorse impiegate per contrastare il caro bollette e l’aumento dei carburanti vengano equiparate agli investimenti per la difesa, beneficiando così di una deroga ai vincoli del Patto di Stabilità. La notizia, riportata dal quotidiano “La Repubblica”, evidenzia come la premier stia cercando di attivare l’articolo 26 dei Trattati, la cosiddetta “National Escape Clause”, per ottenere uno spazio di manovra fiscale indispensabile a proteggere la tenuta economica e sociale del Paese di fronte al prolungato blocco dello Stretto di Hormuz.
LA RICHIESTA DI FLESSIBILITÀ E LA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA
Secondo quanto riferito da “La Repubblica”, il Governo italiano ritiene indispensabile estendere temporaneamente il campo di applicazione della clausola di salvaguardia nazionale, già prevista per il comparto militare, anche alle misure straordinarie necessarie per la sicurezza energetica.
“L’Italia continuerà a fare la propria parte per rafforzare la sicurezza e la difesa europea. È una responsabilità che sentiamo. Ma agli occhi dei cittadini europei esiste un’altra emergenza altrettanto concreta e immediata: quella energetica”, scrive Meloni nella lettera, sottolineando che senza questa coerenza politica risulterebbe arduo giustificare all’opinione pubblica il ricorso al programma Safe alle condizioni attuali. La strategia di Palazzo Chigi punta a creare un asse con i Paesi del Sud e dell’Est Europa per vincere le resistenze della Germania e dei Paesi “frugali” del Nord.
LA RISPOSTA DELLA COMMISSIONE E IL NODO NATO
Bruxelles, pur mantenendo una posizione improntata alla prudenza, ha lasciato aperto uno spiraglio. Un portavoce della Commissione, citato sempre da “La Repubblica”, ha dichiarato che la linea non cambia e che gli strumenti devono restare entro vincoli fiscalmente responsabili, aggiungendo però che l’istituzione osserva con estrema attenzione l’evoluzione della situazione geopolitica.
Per Meloni la partita è duplice: da un lato la gestione del consenso interno, dall’altro l’impegno internazionale che la vedrà protagonista al vertice Nato di Ankara il prossimo 7 luglio. In quella sede, l’Italia dovrà confermare la traiettoria di crescita delle spese militari verso il 5% del Pil (3,5% in armamenti e 1,5% in infrastrutture), un impegno che comporterebbe un esborso aggiuntivo di circa 65 miliardi di euro all’anno, rendendo la flessibilità energetica non più un’opzione, ma una necessità finanziaria.
LA POSIZIONE DEL CARROCIO E L’IPOTESI DI SCOSTAMENTO UNILATERALE
Sulla questione è intervenuto con fermezza anche il Ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, che in un’intervista rilasciata a Radio24 ha espresso una linea di rottura qualora l’Europa dovesse negare le deroghe richieste. “Il buon senso vorrebbe che la Commissione Europea ci permettesse di spendere, anche per le bollette e l’energia, quello che ci permetterebbe di spendere per le armi. È chiaro che se per assurdo ci dicessero di no, fermate il paese perché non vi permettiamo di spendere i soldi che avete trovato, è chiaro che noi li spenderemo lo stesso quei soldi”, ha dichiarato il leader della Lega.
Salvini ha poi ribadito che i vincoli del Patto di Stabilità non possono bloccare l’Italia in un momento di crisi internazionale, ipotizzando uno scostamento di bilancio unilaterale per superare il caos dei costi energetici, posizione sostenuta anche dal senatore Claudio Borghi.
IL RECORD DEI PREZZI DELL’ELETTRICITÀ IN ITALIA
La necessità di un intervento straordinario trova conferma nei dati tecnici pubblicati dalla Commissione Europea nel rapporto sull’attuazione del piano “REPowerEu”. Il documento certifica che nel 2025 l’Italia è stata il Paese dell’Unione con i prezzi all’ingrosso dell’elettricità più elevati, toccando i 116 euro per MWh contro una media UE di 85 euro. Questa anomalia è riconducibile alla forte dipendenza nazionale dal gas naturale per la produzione elettrica: i combustibili fossili hanno coperto il 52,3% del fabbisogno energetico durante tutto l’anno. Il gas mantiene quindi il ruolo di tecnologia dominante nella determinazione del prezzo marginale, un fattore strutturale che continua a mantenere i costi elevati per imprese e famiglie, rendendo l’Italia particolarmente vulnerabile agli shock internazionali.
IL PESO DELL’EMERGENZA SULLE FINANZE PUBBLICHE
In conclusione, la pressione per ottenere flessibilità non nasce solo da una visione politica, ma da una oggettiva urgenza di bilancio. Come evidenziato nella missiva della premier citata da “La Repubblica”, questa emergenza rischia di avere pesanti ripercussioni sulle finanze statali, minando la stabilità economica del sistema Paese.
Il Governo si trova dunque costretto a mediare tra le esigenze di riarmo sollecitate dall’amministrazione americana e la protezione del tessuto industriale nazionale. La prospettiva di un nuovo peggioramento della situazione nello Stretto di Hormuz funge da acceleratore per una trattativa diplomatica che mira a trasformare le regole fiscali europee in strumenti capaci di rispondere con pragmatismo alle crisi contemporanee.


