Uno studio satellitare calcola il rilascio di 30 chilotoni di anidride solforosa dopo i raid di marzo, mentre Washington frena Israele sui bersagli energetici.
Gli attacchi aerei condotti contro le infrastrutture petrolifere di Teheran lo scorso marzo hanno innescato un’emergenza ambientale di proporzioni vastissime, sprigionando fumi tossici che hanno avvolto una superficie di circa 300.000 chilometri quadrati, un’area equivalente all’intero territorio italiano. Secondo una ricerca condotta da un team di scienziati cinesi dell’Università di Wuhan, pubblicata martedì sulla rivista “Advances in Atmospheric Sciences” e ripresa da Bloomberg, gli incendi scatenati dai raid sono durati circa due giorni.
In questo lasso di tempo, le rilevazioni effettuate da due diversi sistemi satellitari hanno registrato il rilascio di 29,8 chilotoni di anidride solforosa, un gas altamente inquinante le cui tracce sono state rilevate a centinaia di chilometri dal punto di origine.
ANALISI SATELLITARE E RISCHI PER LA SALUTE PUBBLICA
L’anidride solforosa è un composto chimico noto per le sue proprietà irritanti e corrosive, oltre a essere uno dei principali precursori delle piogge acide. Sebbene sia presente in natura durante le eruzioni vulcaniche, l’immissione massiccia di questo gas nell’atmosfera a causa di incendi industriali rappresenta una minaccia diretta sia per l’ambiente sia per la salute umana, specialmente in caso di esposizione prolungata.
Zhenping Yin, professore assistente presso l’Università di Wuhan e autore principale dello studio, ha sottolineato come la novità di questa ricerca risieda nel monitoraggio dinamico dell’evento: “Le ricerche precedenti si sono generalmente concentrate su singole istantanee statiche delle emissioni in prossimità della fonte”, ha spiegato Yin, evidenziando che osservare l’evoluzione costante di tali fenomeni è fondamentale per garantire un’allerta tempestiva alle popolazioni residenti nelle aree colpite.
CONTAMINAZIONE URBANA E IL CASO DELLA RAFFINERIA DI SHAHRAN
L’impatto dei raid non è rimasto confinato all’atmosfera, ma ha colpito duramente il suolo e le risorse idriche locali. L’anidride solforosa, mescolandosi con l’umidità dell’aria, avrebbe generato una vera e propria pioggia tossica carica di particelle di petrolio e fuliggine. A Teheran, la situazione è stata aggravata dal collasso del deposito di Shahran, situato nella zona nord-occidentale della metropoli.
Il petrolio in fiamme è fuoriuscito dalle strutture di contenimento e si è propagato attraverso la rete fognaria, incendiando le aree verdi urbane e trasformandole in ulteriori focolai di inquinamento. Queste dinamiche sono state confermate non solo dai dati scientifici, ma anche dalle numerose testimonianze visive pubblicate dagli abitanti della capitale iraniana sui social network nei giorni immediatamente successivi agli attacchi dell’8 marzo.
TENSIONI DIPLOMATICHE E LA DIFESA DELLE RISORSE ENERGETICHE
Il disastro ambientale si inserisce in un quadro geopolitico estremamente teso, segnato da scontri tra forze statunitensi e iraniane nei pressi dello Stretto di Hormuz, proprio mentre il presidente Donald Trump ribadiva la prosecuzione dei negoziati con il regime di Teheran.
Come riportato da Axios, gli attacchi israeliani contro gli obiettivi energetici iraniani di marzo hanno suscitato forte disappunto all’interno dell’amministrazione statunitense. Il timore di Washington è che la distruzione di infrastrutture civili possa radicalizzare l’opinione pubblica iraniana. Anche il senatore Lindsey Graham, noto per le sue posizioni interventiste, ha esortato Israele alla prudenza nella scelta dei bersagli, osservando che le raffinerie saranno asset indispensabili per la ricostruzione economica del Paese “quando questo regime crollerà”.
LE SFIDE DEL MONITORAGGIO IN UN CONTESTO DI CONFLITTO
L’efficacia dei sistemi di prevenzione e allerta è stata pesantemente ostacolata dalle condizioni belliche e dalle restrizioni governative sulle comunicazioni in Iran. Secondo il professor Yin, le nubi tossiche possono viaggiare fino a 200 chilometri in sole tre ore, rendendo la rapidità d’informazione un fattore vitale per ridurre i rischi di inalazione tra i civili.
Tuttavia, la distruzione delle infrastrutture terrestri e i frequenti blackout della rete internet rendono quasi impossibile una diffusione capillare dei dati scientifici in tempo reale. “In qualità di ricercatori scientifici, possiamo produrre risultati preliminari e mappe del rischio di esposizione”, ha ammesso Yin, “tuttavia, la diffusione di queste informazioni alle autorità locali e al pubblico va oltre le nostre capacità”.


