Mentre le rotte tradizionali saltano, si riaccende la sfida per il mega-gasdotto sottomarino. Ecco cosa sta succedendo davvero dietro le quinte
Il Medio Oriente è una polveriera, la guerra in Iran ha fatto saltare i tradizionali corridoi energetici e l’Occidente è disperatamente a caccia di un’alternativa per azzerare una volta per tutte la dipendenza dalla Russia. In questo scenario da fanta-politica i fari della diplomazia mondiale si sono riaccesi sul Mar Caspio.
L’UE RISCHIA IL BLACKOUT?
Alla recente Baku Energy Week, i Grandi della Terra si sono fiondati su nuovi progetti: corridoi verdi sottomarini e la Trans-Caspian International Transport Route (il cosiddetto “Corridoio di Mezzo”). Ma c’è un fantasma che si aggira per l’Europa dal 1999, un mega-progetto da oltre 5 miliardi di dollari che potrebbe cambiare per sempre i giochi: il Trans-Caspian Pipeline (TCP).
Un’opera colossale pensata per unire il Turkmenistan all’Azerbaigian, pompando il gas dell’Asia Centrale direttamente nel Southern Gas Corridor, la super-rete di tubature che attraversa la Turchia per bagnare le coste di Grecia, Italia e del resto dell’Unione Europea. Un piano perfetto.
IL GRANDE BOICOTTAGGIO
Perché questo tubo sottomarino non è mai stato posato? Perché bypasserebbe completamente Russia e Iran, togliendo a Mosca e Teheran il cappio geopolitico con cui stringono la gola dell’Europa. I due giganti hanno alzato un muro legale e politico invalicabile. Il Turkmenistan, detentore della quarta riserva di gas naturale al mondo, è il pezzo mancante del puzzle. Nel 2015 ci credeva così tanto da aver speso 2 miliardi di dollari per completare il gasdotto interno Est-Ovest, pronto a convogliare 30 miliardi di metri cubi (bcm) dal giacimento gigante di Galkynysh verso le coste del Caspio. Poi, il nulla. Bloccato dai veti geopolitici e dalle esitazioni finanziarie dell’UE.
Oggi Ashgabat non rifiuta il progetto, ma pratica una “neutralità strategica” d’acciaio. Vuole diversificare, ma pretende dall’Occidente garanzie economiche e di sicurezza di ferro prima di rischiare la rabbia dei suoi temibili vicini.
Il DILEMMA DEL MILIARDO
Per sbloccare lo stallo, i sostenitori del progetto hanno proposto una versione “light” del gasdotto: un interconnettore da 10-12 bcm al costo ridotto di 500-800 milioni di dollari. Ma ne vale la pena? John Roberts, analista dell’Atlantic Council, è scettico: «Vale la pena offendere la Russia per soli 10 miliardi di metri cubi? Per 30 bcm sicuramente sì, ma per un sistema ridotto l’azzardo geopolitico potrebbe non pagare».
LA CARTA DELLA CINA
Mentre l’amministrazione statunitense — con il Segretario di Stato Marco Rubio in testa — dichiara pubblicamente un forte sostegno alle rotte Trans-Caspiiche, il Turkmenistan risponde con felpata prudenza, ripulendo i comunicati ufficiali da ogni riferimento esplicito al gasdotto sottomarino.
Il motivo di tanta cautela è Pechino. Stanco di aspettare le lungaggini occidentali, il Turkmenistan si è gettato tra le braccia del Dragone. Ad aprile 2026, Ashgabat ha firmato un accordo shock da 5,1 miliardi di dollari con la compagnia di stato cinese CNPC per espandere il giacimento di Galkynysh, con l’obiettivo di spedire in Cina fino a 65 bcm di gas all’anno tramite la futura “Linea D”.
La Cina, che è già il più grande acquirente di gas turkmeno, tiene volutamente il Turkmenistan “in sala d’attesa” per un motivo preciso: usare le forniture dell’Asia Centrale come arma di ricatto commerciale contro la Russia. Mentre Mosca, colpita dalle sanzioni occidentali, cerca mercati alternativi in Asia, la Cina le mostra il gas turkmeno per costringerla a svendere il proprio gas a prezzi stracciati.
C’E’ SPERANZA PER L’UE?
“Gli interessi della Federazione Russa sono proprio nel mezzo. Ci sono troppi player massicci coinvolti – Cina, Russia, USA, UE, Turchia, Azerbaigian – e questo crea una profonda incertezza”, avverte Anvar Khusainov, ex viceministro dell’Oltraggio e del Gas uzbeko.
La Turchia spinge sull’acceleratore. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha rilanciato l’alleanza con l’Azerbaigian, e il suo ministro dell’Energia, Alparslan Bayraktar, ha tuonato: “Forse siamo arrivati al punto in cui tutti sono finalmente pronti a dire sì”.


