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Tagli alle CER, ritardi sull’auto elettrica e bollette alte. Tutti gli errori che frenano la transizione. Parla Tamburrano (M5S)

L’Ue vuole spingere sull’elettrificazione per la transizione, ma resta il nodo dei costi per famiglie e imprese. L’intervista a Dario Tamburrano, europarlamentare M5S

Le CER nei piccoli Comuni rischiano di rimanere a bocca asciutta di incentivi. Infatti, la riduzione delle risorse disponibili del Pnrr e le complicazioni burocratiche potrebbero creare maggiori ostacoli proprio alle Comunità Energetiche Rinnovabili che avrebbero più bisogno di un sostegno economico, spiega Dario Tamburrano, europarlamentare del Movimento 5 Stelle nell’intervista rilasciata a Energia Oltre. Gli stessi ostacoli frenano la transizione del nostro Paese in diversi settori, sottolinea Tamburrano, dall’efficienza energetica all’elettrificazione dei consumi. “Servono sicuramente finanziamenti pubblici non soltanto a livello italiano ma anche e soprattutto a livello europeo per accelerare la transizione e fare sì che tutti possano accedere a queste tecnologie”, afferma l’Europarlamentare, sottolineando che “con il costo dei carburanti alle stelle e una dipendenza sempre più critica da partner instabili, come Stati Uniti e molte petrolmonarchie, non possiamo permetterci di rimandare l’opportunità che l’elettrico offre per la nostra sovranità energetica”. A livello europeo, però, serve un’inversione di rotta per recuperare il divario con la Cina, che “ha avviato la politica industriale della elettrificazione dell’automotive quasi 20 anni fa con enormi investimenti e sussidi pubblici”.

Parliamo di CER. Nella recente interrogazione presentata alla Commissione Europea affronta il tema della potenziale incoerenza tra la Direttiva RED II e le norme nazionali dell’Italia in materia di incentivi per le comunità energetiche rinnovabili. Perché è incoerente e come risolvere il problema secondo lei? Quali altri sono gli altri ostacoli, amministrativi e non, che ne limitano lo sviluppo?

Per oltre tre anni abbiamo atteso il Decreto di attuazione della RED II, tra continui rinvii che hanno rallentato quelle realtà che, già pronte dal 2021 dopo la pubblicazione del D.lgs. 199/2021, si erano attivate per avviare i processi di costituzione di Comunità Energetiche Rinnovabili. Solo a gennaio 2024 è stato emanato il cosiddetto Decreto CACER e, con la pubblicazione delle Regole Operative nei mesi successivi, si è raggiunto un quadro pressoché completo, sebbene eccessivamente complicato degli schemi di incentivazione.

Il problema vero è ora che molte delle risorse previste dal PNRR sono state tagliate d’improvviso dal Governo a bando aperto e a circa dieci giorni dalla scadenza del 64%, da 2,2 miliardi di euro a 795,5 milioni. Alla chiusura del bando le risorse richieste ammontavano a 1,456 miliardi lasciando inevase richieste per 660,5 milioni. Inoltre, considerando il limite temporale imposto dal GSE per gli impianti realizzati dopo il 22 giugno 2024 che intendono iscriversi alle CER, questi non potranno beneficiare a tutti gli effetti degli incentivi previsti dalla normativa. Tale limitazione solleva dubbi sulla coerenza con i principi della direttiva RED II e ostacola la crescita e lo sviluppo delle CER, sulle quali molte realtà in tutta Italia hanno già investito tempo e risorse per realizzare iniziative di democrazia energetica dal basso.

In generale, sia la riduzione delle risorse disponibili che le complicazioni burocratiche, hanno creato e maggiori ostacoli proprio a quelle declinazioni delle comunità energetiche rinnovabili in ottica solidale, ovvero quelle realtà che nascono dal basso senza gradi capitali alle spalle che si basano su un approccio mutualistico e con minori leve finanziarie. Tali realtà pur avendo spesso costruito in piena aderenza ai principi delle RED II, proprio grazie alla dimensione associativa, una rete territoriale che permea il tessuto sociale, sia nei contesti urbani delle grandi città che nei piccoli comuni, rischiano di subire pesanti conseguenze. In particolare, proprio le realtà nate nei piccoli comuni sono le maggiormente danneggiate dalle scelte inappropriate e sorprendenti del Ministero, mentre dovrebbero essere le prime a poter usufruire dei fondi PNRR per liberare il potenziale dei territori.

Il 15 luglio Bruxelles presenterà il nuovo pacchetto energetico Accelerate Ue sull’elettrificazione e il taglio delle bollette, quali sono gli orientamenti nell’Ue e quali benefici potrebbe ottenere l’Italia?

Quello che è in qualche misura certo è che l’intenzione della Commissione sembra quella di assicurare che l’elettricità sia tassata meno del gas, in modo da rendere ancora più conveniente il passaggio dalle caldaie alle pompe di calore. Inoltre, l’orientamento sembrerebbe di chiedere agli Stati membri di inserire incentivi alla flessibilità nelle tariffe di rete. Sicuramente sono entrambi degli sviluppi positivi perché l’elettrificazione e la flessibilità sono due degli strumenti principali che possono aiutare l’Unione Europea e l’Italia a contrastare il cambio climatico e a ottenere la sovranità energetica. Tuttavia, per quanto riguarda la flessibilità essa è promossa già da tempo nei quadri legislativi approvati tra il 2018 e il 2019 e successivi, ma ben poco si è fatto in questo decennio affinché venisse implementata.

Ma è anche importante identificare un modo per fare sì che questi benefici vadano a vantaggio non soltanto delle categorie più abbienti che possono permettersi di acquistare una pompa di calore intelligente, ma anche a vantaggio delle fasce più svantaggiate per cui l’acquisto di una pompa di calore economicamente è troppo impegnativo, e anche di quei cittadini che affittano la casa in cui vivono, i quali non hanno voce in capitolo per quanto riguarda il sistema di riscaldamento della propria casa. Servono sicuramente finanziamenti pubblici non soltanto a livello italiano ma anche e soprattutto a livello europeo per accelerare la transizione e fare sì che tutti possano accedere a queste tecnologie. Questo è fondamentale non soltanto per i cittadini, in particolare per le classi a basso reddito e in povertà energetica che non possono permettersi l’investimento iniziale per efficienza energetica e passaggio alle pompe di calore, ma anche per l’industria e per i lavoratori, dal momento che l’Italia ospita molti produttori di pompe di calore: accelerare la transizione energetica sarebbe sicuramente positivo non soltanto per il PIL ma anche per il mantenimento e sviluppo di questa capacità industriale italiana che da già ora e ancora di più in futuro crea molta occupazione, sia nella produzione che nella installazione.

Come cambierà il sistema degli Ets europeo?

Già dallo scorso anno l’ETS, secondo la proposta della Commissione, dovrebbe coprire anche i settori dell’edilizia, trasporti stradali e settori industriali non inclusi in precedenza. Finora il vero problema riguarda la cattiva gestione delle risorse: il meccanismo funziona, ma il fondo non è impiegato per lo scopo per cui è nato. In più, quei settori più interessati, e che potenzialmente vedono un impatto notevole sui lavoratori meno qualificati, dovrebbe avere le giuste garanzie dal Fondo Sociale per il Clima, di cui parte dei proventi ETS è destinato in funzione degli effetti della transizione industriale.
La questione che però sembra più pressante è un’altra: entro il 31 luglio di quest’anno la Commissione dovrà presentare una proposta per inserire il processo di incenerimento all’interno dei meccanismi di conteggio del sistema ETS.

L’inclusione dell’incenerimento dei rifiuti urbani nel sistema europeo rappresenta un elemento cruciale per la coerenza complessiva sia della politica climatica europea che di quella della piena economia circolare e tutela delle risorse idriche. Lasciare fuori questo segmento significherebbe creare multiple incoerenze negli sforzi di decarbonizzazione e in altre politiche dell’Unione. Tuttavia, l’integrazione deve essere bilanciata con attenzione per evitare effetti collaterali indesiderati. Uno dei principali rischi da considerare riguarda la possibile deviazione dei rifiuti verso paesi terzi per eludere costi aggiuntivi. Infine, la precisione nel monitoraggio e nel calcolo delle emissioni costituisce una condizione necessaria per l’affidabilità dell’intero sistema. Solo con dati verificabili sarà possibile attribuire correttamente le quote e mantenere credibile il mercato del carbonio europeo.

Il prossimo anno entrerà in vigore il passaporto digitale per le batterie delle auto elettriche. Come riorganizzare la filiera produttiva in una ottica di piena economia circolare? Restando in tema di automobili elettriche, diverse case europee stanno stringendo alleanze con partner cinesi per recuperare il terreno perso in questi anni rispetto ai competitor, come giudica questa strategia? Può aprire la strada verso l’elettrificazione di massa grazie alla diffusione di elettriche low-cost, ma non rischia di trasformarsi in una resa dell’industria europea di fronte ai competitor asiatici e mondiali?

Sul settore automotive c’è un ritardo notevole dovuto alla incredibile miopia di alcuni costruttori e in parte anche di chi ha tenuto le redini della politica industriale. L’industria non si è adeguata alla crescente domanda di veicoli elettrici né ha integrato verticalmente la filiera produttiva. Oggi le case automobilistiche tradizionali non controllano le fasi a valle della catena del valore, né le produzioni chiave come quella delle batterie – il cuore dei veicoli elettrici. Questo era quello che andava fatto molti anni fa. La Cina ha avviato la politica industriale della elettrificazione dell’automotive quasi 20 anni fa con enormi investimenti e sussidi pubblici. Qui in UE si continua non solamente a non avere una direzione chiara, ma l’intervento pubblico massiccio è ancora visto come l’ammissione del fallimento del modello del libero mercato. I risultati sono quelli che viviamo.

La soluzione? Ormai per recuperare i ritardi e competitività servono decenni. Quello che si può realisticamente fare è limitare i danni con collaborazioni strategiche con partner industriali già affermati sul mercato: quando non si può battere un nemico è a volte più saggio e strategico stringere alleanze strategiche. Per un trasferimento tecnologico e di know-how è questa la strada da percorrere. Con il costo dei carburanti alle stelle e una dipendenza sempre più critica da partner instabili, come Stati Uniti e molte petromonarchie, non possiamo permetterci di rimandare l’opportunità che l’elettrico offre per la nostra sovranità energetica. Serve una politica industriale più decisa. A Bruxelles si emanano Regolamenti e si fissano obiettivi, ma questi devono essere accompagnati da un piano di investimenti concreto che stimoli le imprese – costruttori inclusi – ad investire nella filiera delle batterie. La Commissione ha già avanzato la proposta del Battery Boost, ma non basta. Norme chiare e il rispetto degli obiettivi di recupero delle materie prime critiche potrebbero rappresentare una svolta vera. Se il Passaporto Digitale per le batterie accelererà il riciclo, il cerchio si chiuderà: il settore automobilistico consuma molte risorse e materie prime; un approccio integrato all’economia circolare può realmente accrescere l’autonomia negli approvvigionamenti lungo tutta la filiera.

Una questione che raramente viene presa in considerazione e tantomeno comunicata è che il contenuto in materie prime critiche e strategiche di una batteria, anche se al momento per lo più importato da fuori dell’Unione, è quasi completamente riciclabile, mentre un serbatoio di idrocarburi rinnova la dipendenza geopolitica e la fragilità economica ogni volta che deve essere riempito.

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