La Commissione Europea valuta di ammorbidire il sistema di scambio delle quote per proteggere la competitività. Aziende come SSAB e Rockwool avvertono: “Indebolire il segnale di prezzo del carbonio mette a rischio miliardi di investimenti”.
Il panorama industriale europeo è attraversato da una profonda spaccatura in vista della prossima revisione del sistema di scambio delle quote di emissione (ETS), pilastro della strategia climatica dell’Unione Europea. Secondo quanto riportato da Reuters, un gruppo di imprese leader nella transizione ecologica ha lanciato un duro avvertimento: la proposta di riforma che la Commissione europea presenterà il prossimo 15 luglio rischia di premiare paradossalmente i soggetti più inquinanti, erodendo il vantaggio competitivo di chi ha già investito miliardi in tecnologie pulite. Il dilemma per i legislatori di Bruxelles è ora tra il mantenimento di un prezzo del carbonio elevato, necessario per incentivare la decarbonizzazione, e le crescenti pressioni politiche volte a tutelare la competitività di settori pesantemente colpiti dal rincaro energetico.
L’ALLARME DEI PIONIERI DELLA DECARBONIZZAZIONE
A guidare il fronte delle aziende preoccupate è il produttore di acciaio svedese SSAB, che ha impegnato sei miliardi di euro per convertire i propri impianti dal carbone all’idrogeno. La scommessa industriale di SSAB poggia sulla certezza che le normative europee continueranno a penalizzare le emissioni elevate, favorendo chi immette sul mercato prodotti a basso impatto.
Tuttavia, Helena Norrman, vicepresidente esecutivo di SSAB, ha espresso il timore che “le aziende che non hanno investito potrebbero in realtà ottenere un vantaggio” se il sistema venisse indebolito. Questa posizione è condivisa da Rockwool, azienda specializzata in isolanti, che ha investito centinaia di milioni di euro nell’elettrificazione dei processi di fusione. Brook Riley, responsabile degli affari europei di Rockwool, è stato esplicito nel sottolineare che se la validità di tali investimenti venisse meno a causa di un cambio di rotta normativo, “potrebbe far crollare il mondo degli affari”.
IL CONTESTO POLITICO E LE PRESSIONI DEI GOVERNI
La revisione del sistema ETS, necessaria per allineare l’Europa agli obiettivi climatici del 2040, cade in un momento di forte resistenza politica verso l’agenda verde. Leader nazionali come la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente polacco Donald Tusk hanno ripetutamente segnalato come le attuali politiche ambientali rischino di soffocare la crescita industriale interna.
In questo clima di scetticismo, funzionari della Commissione hanno ipotizzato di “ammorbidire” il sistema, ad esempio aumentando la quota di permessi di emissione gratuiti concessi alle imprese. Simone Tagliapietra, ricercatore senior del think tank Bruegel, ha riassunto la sfida parlando della difficoltà di “rendere questo sistema compatibile con le attuali pressioni competitive e di sicurezza” che gravano sul continente.
IL SEGNALE DI PREZZO COME VOLANO PER L’INNOVAZIONE
Il valore dei permessi ETS è passato da meno di 10 euro per tonnellata nel decennio scorso agli attuali 80 euro, un incremento che ha reso economicamente sostenibili progetti prima considerati proibitivi. Winston Beck, del gruppo Heidelberg Materials, ha ribadito che il prezzo del carbonio è il segnale fondamentale per rendere fattibili investimenti trasformativi su larga scala, specialmente nella cattura del carbonio e nell’uso di materie prime alternative.
Secondo le stime fornite da Goldman Sachs, tecnologie come il calore elettrico industriale iniziano a diventare competitive rispetto ai metodi fossili quando il costo della CO2 si attesta intorno ai 90 euro per tonnellata. Indebolire questa soglia significherebbe, per molte aziende, vanificare anni di ricerca e sviluppo.
IL FRONTE DELLE GRANDI AZIENDE IN DIFFICOLTÀ
D’altro canto, colossi come BASF, ArcelorMittal e thyssenkrupp hanno adottato una posizione opposta. In una lettera indirizzata ai vertici dell’UE lo scorso 16 giugno, le tre aziende hanno chiesto interventi immediati per fermare l’escalation dei costi legati all’ETS. BASF, nonostante abbia già dimezzato le proprie emissioni dal 1990, sostiene che le tecnologie necessarie per ulteriori riduzioni profonde, come l’elettrificazione massiccia, non siano ancora economicamente sostenibili.
“Le opportunità più facili da cogliere sono praticamente esaurite”, ha dichiarato un portavoce dell’azienda, aggiungendo che il prezzo attuale della CO2 è troppo gravoso per un’industria che deve competere sui mercati globali con competitor che non devono sostenere simili oneri ambientali.
L’INCERTEZZA DEGLI INVESTITORI E LA VOLATILITÀ DEL MERCATO
La controversia ha ripercussioni dirette anche sui flussi di capitale. Andy Howard di Schroders ha avvertito che i continui cambi di rotta politici creano un ambiente troppo complesso per una gestione sicura del risparmio dei clienti. Se il sistema ETS, che copre circa il 40% delle emissioni europee, perdesse la sua funzione di guida, settori come l’eolico e il solare potrebbero ancora resistere, ma molte altre tecnologie emergenti faticherebbero a trovare finanziamenti.
David Frykman, di Norrsken, ha sottolineato come eliminare o depotenziare l’incentivo economico all’abbandono dei combustibili fossili indicherebbe al mercato che la transizione non è più una priorità. In definitiva, pioneer come SSAB insistono sul fatto che lo smantellamento dell’ETS non sia la soluzione ai problemi strutturali dell’Europa, legati piuttosto a costi energetici e carenze infrastrutturali che richiedono risposte diverse.

