Nel 2025 la produzione di acciaio è crollata a un nuovo minimo, con le importazioni che hanno conquistato una quota record del mercato europeo
Proteggere l’industria siderurgica europea avrebbe sempre richiesto difficili compromessi, ma con l’aumento delle importazioni a basso costo, la scadenza imminente delle protezioni esistenti e l’ennesimo innalzamento delle barriere all’importazione di acciaio da parte di Donald Trump, la Commissione Europea ha concluso di non avere altra scelta se non quella di sostenere un settore fondamentale per le ambizioni manifatturiere e di difesa dell’Europa.
Nel 2025 la produzione di acciaio è crollata a un nuovo minimo, con le importazioni che hanno conquistato una quota record del mercato europeo. Eppure, i produttori europei di macchinari, turbine eoliche, veicoli e armamenti dipendono tutti dalla produzione siderurgica nazionale.
LE STRATEGIE DELL’UNIONE EUROPEA PER DIFENDERE L’INDUSTRIA DELL’ACCIAIO
Come spiega Politico, lo ha fatto ricorrendo a un mix di creatività giuridica e tattiche aggressive. Limitando drasticamente le importazioni di acciaio e presentando ai suoi partner commerciali accordi che molti hanno interpretato come prendere o lasciare, Bruxelles potrebbe aver garantito un po’ di respiro ai produttori europei. Allo stesso tempo, però, ha incrinato i rapporti con alcuni dei Paesi che, a suo dire, sono necessari per sostenere il sistema commerciale basato sulle regole e contrastare la sovraccapacità industriale cinese e il protezionismo statunitense.
LA CINA ORA ESPORTA DUE TERZI DI ACCIAIO IN MENO NELL’UE
“A quanto pare, concludere il nostro accordo di libero scambio con l’UE è stato inutile”, ha detto a maggio un alto diplomatico di un Paese asiatico, dopo aver partecipato ad ore di negoziati con le controparti europee.
I colloqui sono seguiti a una decisione unilaterale di Bruxelles di dimezzare le importazioni di acciaio esente da dazi. La Cina, il più grande produttore di acciaio al mondo, ha visto la sua quota ridotta di circa due terzi. I Paesi con accordi di libero scambio hanno ricevuto un trattamento più favorevole, ma solo dopo aver accettato di non contestare le nuove restrizioni attraverso i meccanismi di risoluzione delle controversie previsti dagli accordi. “L’UE un tempo era leader del sistema commerciale basato sulle regole”, ha affermato il diplomatico, definendo i negoziatori della Commissione “testardi”.
I DAZI DI TRUMP SULLE IMPORTAZIONI DI ACCIAIO E LE MOSSE DI BRUXELLES
Il ritorno del presidente Donald Trump alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, ha avvertito l’Unione Europea che la situazione stava per peggiorare, proprio mentre le misure di salvaguardia esistenti per l’acciaio si avvicinavano alla scadenza.
A giugno Trump ha aumentato al 50% i dazi statunitensi su tutte le importazioni di acciaio, facendo temere che l’acciaio escluso dal mercato statunitense sarebbe stato dirottato verso l’Europa. Il sistema di protezione esistente del blocco, con quote e dazi, sarebbe dovuto terminare il 1° luglio 2026, secondo le norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).
Bruxelles è stata quindi costretta a prendere delle decisioni difficili, per evitare una situazione critica, in cui i produttori UE avrebbero perso ogni protezione: ha optato per rinegoziare alcune regole di importazione con i suoi partner commerciali, ai sensi dell’articolo 28 dell’Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT), precursore dell’OMC.
L’IMPIANTO SIDERURGICO EX ILVA DI TARANTO
Venendo in Italia, e quindi al più noto polo siderurgico del nostro Paese, l’ex Ilva di Taranto, è notizia di questi giorni che il progetto pubblico per produrre, anche tramite idrogeno, preridotto (detto ance Dri, ferro ottenuto dal minerale senza passare dall’altoforno) ha perso i fondi che gli erano stati riservati.
L’articolo 3 del dl Infrastrutture trasferisce infatti dal MASE al Mimit le risorse destinate all’impianto di Dri Italia (società di Invitalia), rendendole utilizzabili più in generale per la decarbonizzazione della siderurgia, anche tramite contratti di sviluppo.
Quelle risorse non sono quindi più vincolate a Taranto, anche se il decreto, ancora all’esame del Parlamento per la conversione, non cancella Dri Italia e non stabilisce che cosa avverrà al progetto.
Il governo ha motivato lo spostamento dei fondi con la sopravvenuta insufficienza delle risorse.
La relazione illustrativa del decreto lascia aperta una possibile riprogrammazione dell’intervento e un rifinanziamento nella legge di bilancio 2027.
LE ULTIME SULLA CESSIONE DELL’EX ILVA
Il destino del Dri dipende anche dalla cessione dell’ex Ilva, che resta ancora da definire: secondo le ultime notizie, Jindal Steel International sarebbe in vantaggio su Flacks Group per l’acquisizione.
Il piano attribuito alla società indiana prevede un forno elettrico da circa 2 milioni di tonnellate annue a Taranto, mentre preridotto e semilavorati arriverebbero soprattutto dall’Oman.
Negli stabilimenti italiani verrebbero invece lavorati circa 4 milioni di tonnellate di bramme, semilavorati larghi e spessi utilizzati per produrre coils, lamiere e altri prodotti piani.
Si tratterebbe quindi di una riconversione molto diversa dal progetto pubblico originario, con una produzione primaria a Taranto inferiore e una quota consistente del ciclo spostata all’estero. Il piano industriale, gli investimenti, l’occupazione e il calendario di chiusura degli altiforni, però, non sono ancora stati ufficializzati.
Nel frattempo, la produzione resta molto bassa, e sullo stabilimento pesa il provvedimento del Tribunale di Milano, che ha disposto la sospensione dell’area a caldo dal 24 agosto 2026, salvo modifiche dell’AIA o una diversa decisione in appello.
A Taranto, quindi, non è ancora chiaro né chi produrrà l’acciaio, né quanto ne sarà prodotto, né dove sarà realizzato il preridotto. Al momento, l’unica certezza è che il progetto pubblico Dri ha perso i fondi riservati.

