Trump ha aperto le porte alla corsa ai minerali sommersi nell’Oceano Pacifico. Il semaforo verde del tycoon sta attirando molte aziende straniere, che corrono a piantare bandierine societarie sul suolo americano per garantirsi un pezzo di Pacifico. Nell’Oceano giacciono infatti trilioni di noduli polimetallici. Un tesoro da centinaia di miliardi di dollari di cobalto, rame e nichel, cuore delle batterie delle auto elettriche e delle tecnologie green.
LA FEBBRE DELL’ORO SOTTOMARINO SALE
La febbre dell’oro del Pacifico sale, alimentata dalla retorica della “dominanza americana”. La portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha ribadito che “l’espansione del deep-sea mining è una priorità presidenziale.” Una delle prime società che si sono aggiunte alla corsa ai metalli del Pacifico è la Deep Sea Minerals Corp. La società nasce da una piccola quotata canadese, che nel giro di qualche mese è diventata una controllata statunitense e ha inviato una richiesta alla Casa Bianca per ottenere una licenza federale. L’obiettivo è estrarre minerali rari dal fondo dell’Oceano Pacifico, a quasi quattro chilometri di profondità, nella zona di Clarion-Clipperton.
A giugno, le autorità americane hanno dichiarato che la domanda della società era in “sostanziale conformità” con i requisiti richiesti. Tuttavia, la Deep Sea Minerals contava in cassa appena 1,6 milioni di dollari canadesi, mentre per iniziare a esplorare gli abissi ne servono almeno 50. Ma l’Amministratore Delegato, James Deckelman, non si nasconde dietro sottili eufemismi: la mossa è un puro, plateale opportunismo. Chi invece gioca la partita da tempo è The Metals Co. (TMC), guidata dall’australiano Gerard Barron. Barron ha speso oltre mezzo miliardo in esplorazioni e vanta una corsia preferenziale con la Casa Bianca. Il numero uno di The Metals Co. promette agli investitori di iniziare le operazioni nel 2027, ma nel frattempo si trova impantanato in una faida legale internazionale con l’International Seabed Authority (ISA), l’organismo ONU che tenta da vent’anni di regolamentare gli abissi per evitare la distruzione degli ultimi ecosistemi vergini del pianeta.
TRUMP INAUGURA LA NUOVA CORSA DELL’ORO
Il problema è che l’estrazione mineraria negli abissi è un miraggio commerciale mai testato sulla lunga distanza. Creare un’industria da zero a quattromila metri sotto il livello del mare costa miliardi. “Sono molto scettico verso chi si converte a questo settore senza uno straccio di curriculum,” osserva con una certa dose di realismo Lyle Trytten, consulente minerario canadese, intervistato da Bloomberg. “Somiglia maledettamente alla corsa all’oro: a fare i soldi sono quelli che vendono pale e carriole, mentre la gran parte dei prospector finisce in bancarotta”, ha aggiunto.
Studi indipendenti, compreso un report della Rand Corp, arrivano alle stesse conclusioni: tecnologia non testata, prezzi dei metalli volatili, resistenza ambientalista e investitori spaventati.
L’ELDORADO DEI ROBOT
Per capire la portata dell’impresa basta guardare la mappa tecnica. Un’operazione commerciale a quelle profondità richiede una flotta di robot giganteschi che dovrebbero rastrellare il fondale 24 ore su 24, sette giorni su sette, resistendo a temperature gelide e pressioni schiaccianti. Le rocce aspirate dovrebbero poi viaggiare lungo un tubo verticale lungo quasi cinque chilometri per raggiungere una nave in superficie, per poi essere trasportate per migliaia di miglia nautiche verso raffinerie che al momento esistono solo in Cina.
IL CONTO E’ SALATO
Anche se le licenze venissero distribuite domani, le trivelle resterebbero spente per anni a causa dei costi di avvio. La sola TMC stima di dover spendere altri 563 milioni di dollari prima di tirar fuori il primo chilo di metallo.
Infine, la realtà industriale presenta il conto più salato: manca la catena di montaggio. L’ipotetico impianto di raffinazione che la TMC vorrebbe costruire in Texas — ribattezzato romanticamente “Nodule City” — non vedrà la luce prima di cinque o sette anni, e dipenderà interamente da sussidi pubblici che potrebbero evaporare al prossimo cambio di inquilino alla Casa Bianca. Per ora, il materiale estratto dovrebbe essere spedito in Asia. Cioè, paradossalmente, proprio nelle raffinerie cinesi che gli Stati Uniti vorrebbero bypassare.
L’OSTACOLO DELLA LEGGE
E poi c’è il muro della legge. L’ONU e 46 Paesi membri (tra cui Canada e Svizzera) chiedono a gran voce una moratoria. Dal punto di vista del diritto internazionale, i giganti delle navi e della tecnologia mineraria rischiano di violare i trattati fornendo supporto alle ambizioni di Washington. Le organizzazioni ambientaliste sono già sul piede di guerra. In agosto e settembre sono scattate le prime cause legali: lo studio ambientale Earthjustice ha trascinato l’amministrazione in tribunale per conto di comunità locali delle Samoa Americane e delle Isole Marianne Settentrionali, denunciando il totale disprezzo per la fauna marina a rischio e per le popolazioni indigene che si oppongono allo smantellamento dei propri fondali.

