L’economista Peter Schiff lancia l’allarme: dopo le elezioni di metà mandato, Trump potrebbe interrompere i rilasci di petrolio dalle riserve strategiche americane. E se il barile arrivasse a 150 dollari, gli effetti potrebbero farsi sentire anche su carburanti e bollette
Quest’inverno fare il pieno di carburanti, scaldarsi e riempire il carrello della spesa potrebbero diventare un lusso. Infatti, dopo le elezioni di metà mandato, Trump dovrà chiudere i rubinetti della Riserva Petrolifera Strategica, secondo Peter Schiff, economista di lungo corso, fondatore di Euro Pacific Asset Management. La Cassandra dei mercati finanziari ha lanciato l’allarme su X, una previsione che – se si avvererà – potrebbe far schizzare in alto i prezzi nazionali di benzina, diesel e gas, ma anche di prodotti agroalimentari.
CARBURANTI, L’ALLARME DI SCHIFF
L’analisi di Peter Schiff mette a nudo una fragilità strutturale del sistema energetico che l’Occidente finge di ignorare. Gli aumenti del prezzo del petrolio di questi giorni sono solo il preludio di quello che succederà dopo le elezioni di metà mandato di novembre, quando Trump deciderà di chiudere i rubinetti della RPS. “Oggi il petrolio è aumentato di un altro 2,5%. Costa quasi 104 dollari. Se pensate che i prezzi del gas siano alti adesso, aspettate fino a dopo le elezioni di medio termine, quando Trump dovrà chiudere i rubinetti della Riserva Petrolifera Strategica per evitare che si prosciughi. Il petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari, facendo salire i prezzi del gas a livelli record”, ha scritto l’economista su X.
La provocazione tocca un nervo scoperto della geopolitica energetica globale: la Strategic Petroleum Reserve (SPR) americana non è un pozzo senza fondo. Utilizzata a piene mani dalle amministrazioni statunitensi per calmierare l’inflazione alle pompe dei carburanti alla vigilia di tornate elettorali cruciali, la riserva Usa si trova vicina ai minimi storici. Se Trump deciderà di chiudere i rubinetti per ripristinare le scorte strategiche, l’effetto cuscinetto svanirà in un amen. E con un Barile a 150 dollari, a pagarne il prezzo più alto non sarà soltanto l’automobilista americano, ma l’intero sistema economico e industriale del Vecchio Continente.
IL NODO USA, TRA POLITICA INTERNI E MERCATI ENERGETICI
Negli ultimi anni, la Casa Bianca ha risposto alle tensioni sui prezzi rilasciando milioni di barili di greggio sul mercato. Una mossa che ha esercitato un’azione di calmiere artificiale sui mercati globali. Ma una riserva strategica nasce per fronteggiare emergenze belliche o catastrofi naturali, non per sostenere l’indice di gradimento politico in vista delle urne.
L’eventuale chiusura dei rubinetti dopo le elezioni di midterm innescherebbe una contrazione immediata dell’offerta. In un contesto globale segnato dalle tensioni in Medio Oriente e dalla tenuta dei tagli alla produzione decisi dall’OPEC+, privare il mercato del “polmone” americano significherebbe far schizzare le quotazioni verso picchi inesplorati. E quando il greggio sale a tre cifre, la fiammata inflazionistica che ne deriva agisce come un domino implacabile sui costi di raffinazione, sui trasporti, e infine sul gas naturale, per effetto dei meccanismi di indicizzazione e della domanda di sostituzione nell’energia termica ed elettrica.
LE CONSEGUENZE PER L’UE
L’Unione Europea ha trascorso gli ultimi anni a ridisegnare la propria mappa degli approvvigionamenti. Dal 2022 ha progressivamente tagliato i legami con il gas via tubo russo, sostituendolo con massicce importazioni di Gas Naturale Liquefatto (LNG), gran parte del quale proviene proprio dagli Stati Uniti e dai Paesi del Golfo. Questa svolta ha salvato il continente dal blackout energetico, ma ne ha aumentato la vulnerabilità alla volatilità dei prezzi internazionali spot.
Se la profezia di Schiff sul petrolio a 150 dollari dovesse avverarsi la ripresa manifatturiera europea subirebbe un nuovo stop, costringendo la BCE a congelare i tagli dei tassi d’interesse per contenere un’inflazione importata al rialzo. Le aziende europee perderebbero terreno anche sul fronte della competitività rispetto alle imprese statunitensi (che godono di prezzi del gas interno nettamente più bassi) e cinesi (alimentate da energia russa a sconto). Infine, gli Stati membri sarebbero costretti a riaprire i cordoni della borsa con nuovi sussidi straordinari per famiglie e imprese, proprio mentre le regole del Patto di Stabilità richiedono disciplina fiscale.
COSA RISCHIA L’ITALIA
In questo scenario, l’Italia rappresenta l’anello debole della catena energetica europea. Nonostante il lavoro svolto nel diversificare i fornitori (con Algeria, Mozambico e Qatar in prima linea), il Belpaese sconta deficit strutturali che trasformano ogni fiammata del barile in un salasso economico. In primo luogo, l’Italia produce ancora una quota maggioritaria della propria elettricità attraverso le centrali a gas termoelettriche. Un’impennata del prezzo del gas, spinto dal greggio, si ripercuoterebbe immediatamente sul PUN (Prezzo Unico Nazionale) dell’energia elettrica.
C’è poi l’aspetto logistico. Infatti, oltre l’80% delle merci in Italia viaggia su gomma. Il petrolio a 150 dollari al barile significa carburanti alle stelle, con un impatto a cascata sui prezzi dei beni di prima necessità e sui carrelli della spesa degli italiani. Infine, i settori energy-intensive del Paese come ceramica, vetro, metallurgia, carta, agroalimentare vedrebbero azzerarsi i già bassi margini di profitto, con il rischio concreto di delocalizzazioni o stop alla produzione.

