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Il vero problema della transizione si chiama rame. Ecco perché

Un nuovo report di BloombergNEF ridimensiona l’allarme sulle materie prime critiche, ma incorona il rame come vero “collo di bottiglia” del XXI secolo. E l’Italia e l’UE rischiano di restare al palo

La scarsità di rame è il vero elefante nella stanza della transizione energetica. Ormai possediamo la tecnologia per costruire il futuro verde, ma rischiamo di non avere abbastanza rame per collegarlo alla presa elettrica. È il messaggio del nuovo report di BloombergNEF, che allontana i fantasmi della carenza di materie prime critiche, accendendo un faro sul vero collo di bottiglia della transizione energetica.

LA TRAPPOLA DEL RAME

Rispetto a tre anni fa, l’incubo di rimanere al secco di quasi tutti i metalli rari si è ridimensionato nettamente. Infatti, nove dei dieci materiali strategici analizzati avranno una capacità produttiva sufficiente per coprire il fabbisogno globale fino al 2050, secondo quanto emerge dal Transition Metals Outlook 2026 firmato da BloombergNEF (BNEF). Parliamo di cobalto, litio, nichel, manganese, palladio, grafite, platino, acciaio e alluminio. La cattiva notizia è che l’unico metallo che manca all’appello è proprio quello di cui non possiamo fare a meno: il rame. Entro il 2050, il deficit globale di questo minerale rischia di toccare il 44% della domanda mondiale, accumulando un buco da 20 milioni di tonnellate. Una voragine che per essere colmata richiederà investimenti per 332 miliardi di dollari in nuove miniere, secondo il recente rapporto di BloombergNEF.

“La questione oggi non è più se il mondo saprà produrre abbastanza metalli in assoluto, ma se le materie prime giuste saranno disponibili dove e quando servono”, scrive Martin Tengler, Head of Metals and Mining di BloombergNEF. Il vero ostacolo è il fattore tempo. Infatti, per aprire un nuovo sito estrattivo serve una media di 17 anni fra burocrazia, autorizzazioni ambientali ed esplorazioni. Un’eternità per un’Europa che si è data scadenze stringenti al 2030 e al 2035 per la decarbonizzazione.

I METALLI PIU’AMBITI

La domanda di litio è destinata quasi a triplicare entro il 2050 (raggiungendo 4,8 milioni di tonnellate), secondo il report. È prevista una crescita anche per quella di grafite, che raddoppierà superando i 6,9 milioni, trascinati dal boom dei sistemi di accumulo e delle auto elettriche. Al contrario, secondo gli analisti di BloombergNEF, cobalto e nichel saranno sempre meno richiesti a causa dell’avanzamento tecnologico e della diffusione delle batterie LFP (litio-ferro-fosfato).

Anzi, il report prevede un eccesso di offerta per materiali come cobalto, litio, nichel, manganese e palladio. Un trend che porterebbe una pressione al ribasso sui prezzi, con il rischio di disincentivare i minerari dal mantenere aperti i siti estrattivi.

LA VULNERABILITA’ DELL’UE

La maggiore vulnerabilità dell’Ue riguarda la raffinazione di materie prime critiche. Infatti, oltre metà della raffinazione di 8 minerali è concentrata in un’unica Paese. E in 7 casi su 8, quel Paese è la Cina.

Se per il litio i rischi di shortage a breve termine potrebbero rientrare già dal 2027 grazie alle nuove capacità in arrivo, il monopolio del processo di raffinazione nelle mani di Pechino espone l’Unione Europea a costanti tensioni geopolitiche e strozzature nelle catene di fornitura (supply chain).

RAME, COSA RISCHIA L’ITALIA?

Per il nostro Paese il futuro shortage di rame è una minaccia per la transizione elettrica e per le tasche degli italiani. In primo luogo, un rame scarso e costoso si traduce in costi di produzione più alti per le infrastrutture di rete e per l’industria automobilistica, rallentando la penetrazione dei veicoli elettrici. Sono due le sfide principali che attendono il Paese: il riciclo e la pianificazione industriale.

Il report BNEF evidenzia che entro il 2035 il riciclo servirà a soddisfare la domanda di 6 materiali su 10, che diventeranno 8 su 10 entro il 2050. Al tempo stesso, le aziende italiane dovranno accelerare sul riuso delle batterie e sulla ricerca di materiali alternativi, per evitare di rimanere schiacciate dalla tenaglia dei prezzi estrattivi da un lato e dal monopolio cinese della raffinazione dall’altro.

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