La Suprema Corte respinge i ricorsi dei vertici aziendali e conferma lo stop all’area a caldo. Per lo stabilimento, migliaia di lavoratori e la vendita del gruppo si apre una fase decisiva. Ecco cosa succede ora
L’area a caldo dell’Ilva deve fermarsi. Le Sezioni Unite Civili della Cassazione hanno bocciato il ricorso presentato dai vertici dell’ex Ilva e di Acciaierie d’Italia. Il verdetto della Corte d’Appello di Milano resta in piedi. Cosa succederà ora?
LA CASSAZIONE CONFERMA: ALTOFORNI ILVA NOCIVI PER LA SALUTE
L’area a caldo dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa deve fermarsi. È quanto hanno stabilito i giudici della Corte di Cassazione, ponendo la parola fine su una vicenda partita dai banchi del Tribunale di Milano, passata per le aule della Corte di Giustizia Europea a Lussemburgo e tornata ai giudici d’appello milanesi. A nulla sono serviti i due ricorsi straordinari avanzati dalle società per chiedere l’annullamento della sentenza della Corte d’Appello di Milano.
Il decreto emesso il 27 luglio dai giudici di Milano e confermato due volte nelle udienze di settembre, non lascia spazio ad appelli. “L’impianto industriale è intrinsecamente nocivo per la salute umana a causa delle costanti emissioni di polveri nell’atmosfera e della presenza diffusa di amianto all’interno degli altiforni”, spiegano i giudici.
COSA SUCCEDE ORA ALL’ILVA?
Senza l’area a caldo, la produzione primaria dell’acciaio grezzo si interrompe. Gli impianti entrano nella delicata e irreversibile fase di “pre-riscaldo” e spegnimento tecnico. Lo smantellamento e la bonifica dalle fibre di amianto non sono più una promessa procrastinabile nei dossier dei ministeri, ma un ordine perentorio della magistratura.
Per migliaia di lavoratori e per le aziende dell’indotto torna lo spettro della cassa integrazione e dell’incertezza sul futuro occupazionale. L’ultimo decreto del Governo rischia di escludere il 99% dei lavoratori dell’indotto, secondo quanto emerso dalle recenti audizioni delle associazioni datoriali e dei sindacati. Il definitivo stop al fulcro dell’impianto rischia di far precipitare ulteriormente i conti della società. La palla passa ora all’Esecutivo, che avrà il delicato compito di intervenire con adeguate coperture finanziarie e ammortizzatori sociali per evitare la definitiva deindustrializzazione del sito ponendo, al tempo stesso, le basi per una transizione veramente green.
COSA CAMBIA NELLA PARTITA DELLA CESSIONE
Il verdetto arriva in un momento cruciale. La procedura per la vendita del complesso aziendale dell’ex Ilva sembra essere giunta ad un punto di svolta. Il termine per la presentazione delle offerte vincolanti da parte dei gruppi interessati è stato fissato per l’8 novembre. Tra i candidati ad acquistare le chiavi dell’acciaieria spiccano il colosso indiano Jindal e la cordata di imprenditori italiani promossa con il sostegno di Federacciai. Ma il pronunciamento della Cassazione rimescola inevitabilmente le carte sul tavolo dei commissari straordinari.
Se è vero che Federacciai ha anticipato dall’inizio di non essere interessata agli altoforni dell’acciaieria, è altrettanto vero che lo stop forzato costringe a un calcolo al ribasso della valutazione del complesso degli asset Ilva. Il secondo elemento di novità è la centralità dell’aspetto ambientale. Infatti, chiunque acquisirà l’acciaieria dovrà presentare un piano industriale basato interamente su tecnologie pulite (forni elettrici e preridotto) e sulla totale bonifica dei vecchi altiforni.

