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Clima, Biden chiede più petrolio. L’Onu lancia allarmi. In Germania rinnovabili in crisi

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Descalzi: La ricetta per la transizione energetica è il pragmatismo. Bessi (Pd): Serve alleanza geopolitica

Sul fronte dei cambiamenti climatici e della produzione di idrocarburi in questi ultimi giorni, si stanno scontrando due diverse posizioni, completamente agli opposti: da un lato c’è il rapporto dell’Ipcc dell’Onu che ha lanciato l’allarme rosso sul riscaldamento del globo: il peggio sta per arrivare, l’innalzamento delle temperature è in atto e bisogna agire immediatamente.

BIDEN CHIEDE PIU’ PETROLIO

Dall’altro lato, tuttavia, a distanza di pochi giorni dal monito degli scienziati delle Nazioni Unite, il presidente Usa Joe Biden ha chiesto ai leader dell’Opec+ – con il tramite del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan – di produrre più petrolio. “Appena un giorno dopo che il Senato degli Stati Uniti ha votato per approvare un enorme disegno di legge sulle ‘infrastrutture’ da 1,2 trilioni di dollari carico di incentivi, mandati, sussidi e fondi neri progettati per stimolare la costruzione di veicoli elettrici (VE) e di energia rinnovabile negli Stati Uniti, il Presidente vuole il resto del mondo a pompare più petrolio”, ha scritto Forbes in un suo articolo.

Un cambio di posizione che non è passato inosservato nemmeno sul The Guardian: “Non dobbiamo usare mezzi termini: se questa è la posizione dell’amministrazione Biden, allora il suo programma di decarbonizzazione è stato completamente sepolto. Secondo nientemeno che un’autorità dell’AIE, se vogliamo raggiungere lo zero netto entro il 2050, dobbiamo porre fine all’espansione della capacità dei combustibili fossili ora.

L’amministrazione Biden ha insomma sorpreso tutti con la dichiarazione che Politico addita a un “aumento dei prezzi della benzina a 3,17 dollari al gallone” trasformatasi in “una questione di sicurezza nazionale” malgrado fin dagli esordi del mandato avesse “promesso che il clima era ‘ovunque’ nella sua politica”. Da qui la stoccata: “Gli Stati Uniti sono l’unico tra le potenze occidentali ad avere un vero peso geopolitico. Se l’Ue o il Giappone strillano, l’Opec e la Russia alzano le spalle, ecco perché questo è un test così critico per l’amministrazione Biden. Se gli Stati Uniti sono seri nell’affrontare la crisi climatica, devono usare la loro leva geopolitica unica non per sostenere la produzione di combustibili fossili, ma per frenarla”.

BILL GATES SPINGE PER INVESTIRE SUL CLIMA

Il fondatore di Microsoft Corp.Bill Gates ha intanto promesso che il suo fondo di investimento per il clima investirà 1,5 miliardi di dollari in progetti realizzati assieme al governo degli Stati Uniti purché il Congresso metta in atto un programma volto a sviluppare tecnologie che riducano le emissioni di carbonio, ha riportato il Wall Street Journal.

DESCALZI: LA RICETTA È IL PRAGMATISMO

Il tema si è spostato anche in casa nostra con importanti esponenti del mondo energetico italiano che hanno detto la loro, a cominciare dal numero uno di Eni Claudio Descalzi: “Analisi autorevoli e rigorose indicano come imprescindibile un’immediata dismissione delle fonti fossili mentre l’Amministrazione americana invoca l’aumento della produzione petrolifera per soddisfare la domanda della ripresa post Covid e contenere il rischio di inflazione – ha scritto in un post su Linkedin -. Non sono due fenomeni contrastanti ma è l’essenza della complessità di questa transizione energetica. La ricetta è il pragmatismo. L’accesso all’energia è ancora un tema cruciale per le comunità in via di sviluppo, le fonti tradizionali sono ancora il motore della crescita economica e industriale mondiale, la base degli equilibri di sviluppo e occupazionali di ampie aree del pianeta. Allora bisogna utilizzare fin da subito tutte le tecnologie disponibili per decarbonizzarle, gestendone il progressivo declino, e nel contempo utilizzare, sviluppare e migliorare nel modo più rapido possibile tutte le fonti decarbonizzate, dalle rinnovabili a quelle legate all’economia circolare, rendendole economicamente sostenibili e in grado di sostituire completamente le fossili, e investendo massicciamente in tecnologia, che sarà la vera chiave di questa transizione”.

BESSI: SERVE UN’ALLEANZA GEOPOLITICA

“Se esiste un modo per sfuggire a questa trappola e superare la dipendenza degli idrocarburi va ricercato in uno sforzo complessivo, cioè un’alleanza geopolitica – ha commentato a Energia Oltre Gianni Bessi, consigliere regionale del Pd ed esperto di energia -. Oggi la partita della dominance mondiale non si gioca spostando testate nucleari da Cuba o dalla Turchia come ai tempi di Kennedy e Krushov. Ma il campo è quello energetico. Servirebbe un impegno di risorse, menti, forza politica di Europa e Stati Uniti insieme per concretizzare quella che sarebbe una vera e propria rivoluzione energetica. A quel punto la sfida diventerebbe economicamente globale”.

IN GERMANIA RINNOVABILI IN CRISI. SHELLENBERGER: NON SI PUO’ FARE AFFIDAMENTO SU FONTI ENERGETICHE DIPENDENTI DAL CLIMA

E non è tutto: in Germania si stanno avendo problemi con la generazione di energia dalle rinnovabili Michael Shellenberger ambientalista e attivista del clima, fondatore e presidente di Environmental Progress, ha evidenziato recentemente che le emissioni tedesche sono aumentate di 21 milioni di tonnellate nella prima metà del 2021, stando alle stime del think tank tedesco Agora Energiewende. Le centrali a gas sono aumentate del 15% e le centrali a carbone del 36% ma non a causa della ripresa post-pandemia ma a causa della mancanza di vento. Gli impianti eolici hanno prodotto solo 46,8 Twh nei primi sei mesi dell’anno meno dei 59 prodotti nello stesso periodo dello scorso anno. E nel frattempo, ha avvertito, la Germania chiuderà le centrali nucleare quest’anno e il prossimo causando un ulteriore aumento di emissioni per il maggior uso di centrali a carbone e a gas. “Di conseguenza l’esperimento delle rinnovabili della Germania è effettivamente finito”, ha concluso Shellenberger secondo quanto si legge su Eurasia Review, aggiungendo che “l’aumento delle emissioni e dei costi dell’elettricità in Germania illustrano in modo drammatico che le nazioni moderne non possono fare affidamento su fonti energetiche dipendenti dal clima per alimentare le loro economie ad alta energia”.

“Il rischio che abbiamo di fronte oggi – ha concluso Bessi – è quello di assumere scelte decisive e definitive su tecnologie che sono ancora in uno status di start up prendendole come standard industriali. Per questo è importante il concetto di neutralità teconologica. Anche le frange più estreme degli ambientalisti e dei negazionisti del clima ne devono prendere atto”.

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