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Come ha diviso lo stop alle auto a carbone dal 2035

Emissioni CO2

La decisione del Parlamento europeo sulle auto ha diviso gli schieramenti politici in Italia e a Bruxelles. Forza Italia punta al Consiglio

Ogni decisione politica presa in seno all’Unione europea produce strascichi e divisioni. Quella votata otto giorni fa a Bruxelles, seppur parziale, forse ne ha prodotti più del solito. In Italia e nel resto dei paesi membri.

LA DECISIONE DEL PARLAMENTO UE

Otto giugno. Il Parlamento Europeo, in sessione plenaria, ha approvato la proposta della Commissione Europea di rendere obbligatoria entro il 2035 l’immissione sul mercato UE di auto e furgoni nuovi a zero emissioni, che decreta sostanzialmente la fine dei veicoli a combustione interna. La decisione impone quindi di interrompere le vendite di nuove auto e furgoni a benzina e diesel a partire dal 2035. La proposta è stata approvata con 339 voti favorevoli, 249 contrari e 24 astenuti.

La giornata è stata oggettivamente difficile. Perché ha portato anche a bocciare gli emendamenti al Green Deal proposti dal PPE e appoggiati dalle destre, che chiedevano il 10% di motori termici per auto e furgoni al 2035. Gli emendamenti sono stati respinti con 264 voti favorevoli, 328 contrari e 10 astenuti. Proprio questo punto rappresenta la sliding door,  la lente d’ingrandimento con cui osservare le reazioni del Vecchio Continente.

COSA NE PENSA L’INDUSTRIA DELLE AUTO IN GERMANIA

Reazioni che collegano nel merito il punto energetico e quello economico-sociale, sui posti di lavoro. Per esempio in Germania, dove sono insorte le associazioni del settore auto , affermando che si tratta di un provvedimento troppo ambizioso e costoso, che va contro il mercato e i cittadini.

“Il Parlamento europeo ha preso una decisione contro i cittadini, contro il mercato, contro l’innovazione e contro le moderne tecnologie”, ha dichiarato Hildegard Müller, presidente dell’associazione tedesca dell’industria automobilistica VDA, in una dichiarazione rilasciata poche ore dopo il voto in plenaria. Secondo lei, mancano ancora le infrastrutture di ricarica e in generale sono poco maturi i tempi di una transizione così drastica e ravvicinata. “Aumenterà i costi per i consumatori e metterà a rischio la loro fiducia”, ha aggiunto.

Non solo VDA, però. Come riportato da Euractiv, la sua posizione è stata sostenuta dalla controparte europea ACEA. “Data la volatilità e l’incertezza che stiamo vivendo a livello globale giorno dopo giorno, qualsiasi regolamentazione a lungo termine che vada oltre questo decennio è prematura in questa fase iniziale”, ha dichiarato Oliver Zipse, presidente dell’ACEA e amministratore delegato della casa automobilistica tedesca BMW. E ancora: secondo l’ADAC (l’associazione degli automobilisti tedesca) il divieto comporta rammarico perché “non sarà possibile raggiungere gli ambiziosi obiettivi di protezione del clima nei trasporti con la sola mobilità elettrica”.

IL MONITO DELLE ONG E DI T&E

“Nonostante la proposta di eliminare gradualmente le auto con motore a combustione interna nel 2035 e la diffusione delle auto elettriche, un nuovo standard Euro 7 è ancora importante”. Questo è il messaggio che gruppi della società civile e città di Parigi, Bruxelles e Londra hanno diffuso nel merito e inviato alla Commissione Ue. Secondo loro, occorre uno standard che riduca l’inquinamento ai livelli più bassi tecnicamente possibili e che chiuda tutte le scappatoie lasciate dall’era del Dieselgate.

A fare da spalla ci sono alcuni dati emersi dalla ricerca di T&E, Transport and Environment. Che prevede che tra il 2025 e il 2035, anno in cui dovrebbe entrare in vigore l’Euro 7, saranno venduti in Europa altri 95 milioni di autoveicoli con motore a combustione.

IN ITALIA: FI PUNTA IL CONSIGLIO AMBIENTE PER SALVARE LE AUTO A CARBURANTE

Arriviamo all’Italia. Sulle strategie del governo il centrodestra appare spesso poco coeso e, anzi, molte volte lacerato dalle distanze prese dai tre leader. Sul voto del Parlamento europeo, però, non può dirsi lo stesso. Già Matteo Salvini, numero uno della Lega, commentando a caldo la decisione di Bruxelles aveva definito il voto come una “follia”, un “regalo alla Cina, un disastro per milioni di italiani ed europei”.

Anche Forza Italia, il ramo moderato della supposta coalizione di centrodestra (supposta proprio per le frequenti divisioni tra governo e opposizione, nonché per le scelte sui territori) è apparso da subito molto attivo per esporre la sua contrarietà alla decisione votata. Lo ha fatto nella conferenza organizzata ieri presso la sede romana di via in Lucina. Nell’occasione hanno parlato il coordinatore di FI, Antonio Tajani e i due capogruppo alle Camere Anna Maria Bernini e Paolo Barelli.

Proprio il numero due del partito berlusconiano ha detto chiaramente: “Noi vogliamo combattere il climate change ma sappiamo che la situazione è cambiata in Europa dopo la doppia crisi Covid e guerra. Questa scelta rischia di far perdere 70mila posti di lavoro in Italia perché tocca l’industria dell’auto ma anche quella componentistica. Noi vogliamo difendere questo comparto. Noi vogliamo difendere i lavoratori. Questa decisione Ue può essere modificata: in Consiglio ambiente”.

CORO UNICO ANCHE DALLE DUE CAMERE

Sempre rimanendo in Forza Italia, anche per Bernini e Barelli il voto in Parlamento europeo è stato “demagogico”. Secondo Luca Squeri, Deputato X Commissione Attività produttive, Commercio e Turismo presso la Camera dei Deputati, “la decisione presa la scorsa settimana dal Parlamento è sbagliata anche per i criteri di sostenibilità ambientale: il calcolo delle emissioni è stato fatto con il sistema “da serbatoio a ruote” ma serve quello “dal giacimento alle ruote. L’elettrificazione totale prevede, inoltre, l’uso del nucleare.

IL MONDO DELLE AUTO, IL MONDO DEL LAVORO

Fattor comune delle lamentele e dei dispiaceri su quanto deciso è il tema del mercato e di riflesso del lavoro. Di cui è sempre molto delicato ma altrettanto ingannevole parlare per gonfiare le strategie elettorali. E allora, oltre al commento di Tajani, per Barelli vale “la possibilità che le tecnologie anche in fase di sviluppo possano garantire stessi obiettivi senza perentorietà”.

“Bisogna far cambiare idea sul voto demagogico che rischia di produrre effetti nefasti per famiglie, imprese, lavoratori procurando una tempesta perfetta senza che venga favorita una vera riduzione delle emissioni tossiche”, ha rincarato Anna Maria Bernini in conferenza ieri. Il governo, dal canto suo, rimane aperto. “Pur se la Plenaria del Parlamento europeo ha confermato gli obiettivi di riduzione delle emissioni proposti dalla Commissione, la discussione sugli stessi resta comunque ancora assolutamente centrale in seno al Consiglio”. Una discussione che “sarà oggetto di negoziato in occasione del Consiglio dei Ministri dell’ambiente del prossimo 28 giugno”.

“L’azione di governo, pertanto, sarà indirizzata verso soluzioni di compromesso, che consentano di mantenere elevato il livello di ambizione della proposta di riduzione delle emissioni e, al contempo, di salvaguardare il principio di neutralità tecnologica, garantendo le opportune flessibilità, al fine di accompagnare il necessario percorso di transizione della filiera produttiva”, ha aggiunto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà.

CALANO LE VENDITE DI AUTO

Ma a parlare devono essere anche i dati. Sulla base del risultato dei primi cinque mesi, la stima accreditata da alcuni analisti internazionali indica che nel 2022 il mercato dell’Europa Occidentale possa scendere sotto i 10 milioni di auto vendute, con una perdita di circa 1/3 rispetto ai numeri del periodo pre-pandemia e -7,4% rispetto al 2021.

Questo è stato il commento dell’Unrae in merito ai dati sulle vendite in Europa a maggio. In termini di volumi assoluti l’Italia si conferma il quarto mercato fra i cinque maggiori paesi, sia nella classifica di maggio che dei primi cinque mesi. Per il direttore generale Andrea Cardinali, “il termine di 180 giorni per immatricolare le Auto incentivate è irrealistico nell’attuale crisi delle catene di fornitura, ma soprattutto l’esclusione dal beneficio proprio delle persone giuridiche, motore naturale della transizione”.  Numeri, parole e posizioni. La battaglia e il filo sottile fra transizione e tutela dell’equilibrio economico e sociale possono continuare.

 

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