Fact checking e fake news

Cosa succede nel mercato petrolifero tra Iran, Venezuela, Opec+ e Usa

Prezzi stabili malgrado l’azione dell’Arabia Saudita e sempre più incertezza sul proseguo dei tagli alla produzione

I mercati petroliferi si stanno scrollando di dosso la minaccia sulle forniture globali di greggio scaturite dalle sanzioni all’Iran e dal caos in corso in Venezuela, e ciò grazie alle crescenti scorte degli Stati Uniti che stanno contribuendo a placare le preoccupazioni sulla tenuta del mercato. Allo stesso tempo le stime di produzione Opec effettuate da Reuters e Bloomberg suggeriscono che il cartello, nonostante i suoi sforzi, non abbia avuto completamente successo nell’aumentare i prezzi. Ha finito per mantenere, invece, la produzione relativamente stabile il mese scorso, determinando una sorta di “cap” per i prezzi internazionali.

PRODUZIONE OPEC RELATIVAMENTE STABILE A MARZO

Secondo Reuters e Bloomberg la produzione Opec è rimasta relativamente stabile a marzo. L’indagine Reuters ha stimato un calo di 90 mila barili al giorno della produzione complessiva dell’organizzazione, con Venezuela e Iran, come al solito, che hanno fatto scendere la produzione totale, aiutati dall’Arabia Saudita e dai partner del Golfo, che hanno continuato a tagliare la produzione nell’ambito dei loro obblighi di transazione Opec+. L’indagine Reuters ha ancorato la media giornaliera di marzo a 30,23 milioni di barili.

SHARARA L’AGO DELLA BILANCIA

L’indagine di Bloomberg ha prodotto una cifra piuttosto vicina per marzo, a 30,3 milioni di barili, anche se la stima è stata superiore di 25 mila barili al giorno rispetto a febbraio. Interessante notare, e forse contrario alle aspettative, il fatto che uno dei contribuenti a questo aumento stimato è stata la Libia: uno dei membri più instabili dell’Opec che però è stato esentato dai tagli e che è riuscito ad aumentare la sua produzione il mese scorso, riprendendo la piena produzione nel suo campo più grande, Sharara. I dati parlano di 90 mila barili giornalieri in più che compensano, di fatto, il declino dell’Iran, la cui quota, secondo il sondaggio Bloomberg, è scesa di 80 mila barili al giorno a 2,63 milioni di barili il mese scorso, sulla stessa scia dell’Angola che ha registrato un calo della sua produzione di 60 mila barili al giorno.

L’ARABIA SAUDITA IL PRINCIPALE FATTORE NEL GIOCO DEI PREZZI DEL PETROLIO

L’Arabia Saudita, il più grande produttore dell’Opec, tuttavia, è probabilmente il principale fattore nel gioco dei prezzi petroliferi. Il paese ha tagliato più di quanto concordato nel tentativo di spingere le quotazioni ancora più in alto. Allo stesso tempo, Riad, di fronte al ministro dell’Energia Khalid al-Falih, ha assicurato al presidente Donald Trump, in risposta alle sue richieste di prezzi più bassi, che è pronto ad invertire i tagli ogniqualvolta ciò si renda necessario. Queste assicurazioni sono servite a tenere sotto controllo i prezzi dopo che il Dipartimento di Stato americano ha annunciato la stop alle esenzioni sulle sanzioni per alcuni clienti iraniani.

L’OPEC SEMBRA ESSERE LA CARTA JOLLY Opec

Secondo gli analisti di mercato, insomma, l’Opec sembra essersi trasformata in una sorta di carta Jolly, perché mentre l’Arabia Saudita può mantenere i suoi vicini del Golfo – ad eccezione del Qatar – in linea e modificare la produzione in base alle loro priorità, il resto dei grandi produttori del gruppo non sono così affidabili. Oltre a Iran, Venezuela e Libia, che sono tutti esenti dai tagli e come tali capaci di sorprese, ci sono anche grandi produttori come Iraq e Nigeria, che hanno entrambi in programma di aumentare significativamente la loro produzione.

FINO A CHE MADURO RIMARRÀ AL POTERE WASHINGTON STRINGERÀ IL CAPPIO

C’è poi da ricordare tutto il discorso relativo al Venezuela. “La Casa Bianca cercherà probabilmente di erodere ulteriormente i proventi delle esportazioni petrolifere del paese costringendo paesi consumatori come l’India a limitare i loro acquisti venezuelani”, ha detto RBC Capital Markets in una nota. “Washington può anche chiedere che le compagnie energetiche statunitensi cessino di operare nel paese e che le aziende europee smettano di fornire servizi a PDVSA”. Per RBC la produzione petrolifera venezuelana potrebbe potenzialmente scendere a zero entro la fine dell’anno. Sembrerebbe impensabile, ma RBC sostiene sia “abbastanza plausibile dato il sostanziale sostegno che Maduro sta ricevendo da Mosca, così come il fatto che i giovani ufficiali sono stati i principali disertori”. Fino a che Maduro rimarrà al potere, dunque, Washington stringerà il cappio, e ciò potrebbe mettere a rischio le esportazioni petrolifere venezuelane. “La produzione in Venezuela ammonta ora a circa 800 mila barili al giorno. In soli tre mesi si è così precipitato di quasi 400 mila barili al giorno, ed è probabile che cali ulteriormente”, ha scritto Commerzbank in una nota giovedì.

NESSUN AUMENTO DI VOLUMI DA UN EVENTUALE CAMBIO DI REGIME: PESANO I DANNI A INFRASTRUTTURE, IMPIANTI PETROLIFERI E LA MANCANZA DI INVESTIMENTI

Alcuni analisti sostengono addirittura che una rapida risoluzione in Venezuela (che sembra improbabile a questo punto) non potrebbe che essere ribassista per il petrolio. L’enorme danno alle infrastrutture, agli impianti petroliferi e l’estrema mancanza di investimenti renderebbe molto difficile, infatti, qualsiasi inversione di tendenza e, in definitiva, un progetto a lungo termine. “Non pensiamo che qualsiasi cambiamento di regime in Venezuela possa portare ad un aumento significativo della produzione a medio termine; i problemi sono troppo profondi per essere risolti immediatamente”, ha scritto Standard Chartered in una nota.

GRANDE INCERTEZZA NELL”OPEC+

Solo poche settimane fa il tema principale di cui si discorreva nel settore petrolifero era se i tagli dell’Opec+ sarebbero stati estesi per mantenere i prezzi più elevati. Malgrado ci sia ancora la possibilità di portare avanti un discorso simile, all’interno dell’organizzazione dei paesi produttori regna una grande incertezza e la pressione concorrenziale creata dallo shale oil statunitense, non danno certezza che i tagli proseguiranno anche nella seconda metà dell’anno. In ogni caso se ne saprà di più a fine mese, quanto l’Opec+ si riunirà per decidere i da farsi.