Sostenibilità

Cosa si può fare per la decarbonizzazione dell’alluminio

CO2

Greg Barker di En+ Group definisce l’alluminio il “metallo del futuro”, ma riconosce il problema delle sue emissioni

Greg Barker, presidente esecutivo della compagnia anglo-russa En+ Group ed ex-ministro dell’Energia del Regno Unito, ha scritto un articolo sul Financial Times per spiegare cosa si può fare – a suo dire – per la decarbonizzazione di quei processi industriali che consumano più energia.

I SETTORI PIÙ DIFFICILI DA DECARBONIZZARE

Barker indica sette settori particolarmente energivori e più “impegnativi” dal punto di vista della riduzione delle emissioni inquinanti: il settore del cemento, dell’acciaio, dell’alluminio, delle plastiche, dell’aviazione, dei trasporti su strada e dei trasporti marittimi.

Barker focalizza la sua riflessione principalmente sull’alluminio, di cui En+ Group è il più grande produttore al mondo (Cina esclusa). Questa settimana la compagnia ha annunciato l’impegno per il raggiungimento delle zero emissioni nette di gas serra entro il 2050, e per la loro riduzione di almeno il 35 per cento entro il 2030.

Secondo Barker, perché gli sforzi globali – dei governi e delle aziende – per l’abbattimento delle emissioni abbiano successo, è necessario che le industrie più inquinanti trasformino radicalmente le proprie attività.

IL METALLO DEL FUTURO?

Barker definisce l’alluminio il “metallo del futuro”, per via delle sue proprietà: leggero, resistente e riciclabile “quasi all’infinito”. Ne parla come di un “fattore chiave” nel percorso verso economie più sostenibile e nella ripresa “verde” dopo la crisi del coronavirus.

Barker riconosce però che le emissioni di carbonio generate dalla produzione dell’alluminio, e in particolare dai processi di fusione, costituiscono un problema. En+ – dice Barker – è però più “pulito” rispetto ad altri produttori perché utilizza la capacità idroelettrica di cui dispone per generare energia elettrica pulita, al contrario di quella ricavata dalla combustione del carbone. Le emissioni generate dai processi di fusione di En+ sono pari a 2,6 tonnellate di CO2 equivalente per una tonnellata di alluminio; la media globale è di circa 12,5 tonnellate di CO2.

Ciononostante, Barker scrive che raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e al 2050 non sarà facile nemmeno per En+, che dovrà lavorare non soltanto sul processo di fusione ma sull’interezza delle operazioni.

“L’intera industria dell’alluminio ha bisogno di una strategia per la decarbonizzazione che sia ampia e profonda”, sostiene. En+ ha sviluppato una propria tecnologia per la fusione dell’alluminio basata su un “anodo inerte” che potrebbe azzerare le emissioni di CO2 di questo processo. Ma neanche questa tecnologia sarà sufficiente, da sola.

C’È BISOGNO DI COLLABORAZIONE

“Il settore” dell’alluminio, scrive, “deve collaborare con le industrie di logistica e trasporto marittimo, che spediscono il metallo in tutte le sue forme in giro per il mondo. Migliorare il recupero e il riciclo dei rottami di alluminio, inoltre, può ridurre il bisogno del materiale primario del 15 per cento”, permettendo così di risparmiare all’incirca la stessa quantità di emissioni prodotte dall’intera Spagna in un anno.

Anche l’utilizzo “su piccola scala” delle tecnologie di cattura del carbonio può svolgere un ruolo importante, secondo Barker.

La maggior parte delle innovazioni tecnologiche e infrastrutturali necessarie per il soddisfacimento degli obiettivi climatici non possono però essere raggiunte da una sola azienda. Per questo Barker parla della necessità di un “fronte unito” che comprenda le industrie, sia del settore che non, e i decisori politici.