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E se anche il Venezuela dicesse addio all’Opec?

Il Venezuela è il secondo grande produttore in pochi mesi a mettere in discussione la propria permanenza nel gruppo.

Il Venezuela, membro fondatore dell’OPEC, sta valutando seriamente l’ipotesi di abbandonare l’organizzazione. Questa mossa, che segue il recente addio degli Emirati Arabi Uniti, rischia di compromettere definitivamente la capacità del cartello di regolare l’offerta globale e influenzare i prezzi del greggio, aprendo la strada a una stagione di volatilità senza precedenti. È quanto anticipa Bloomberg che descrive sulla base di analisi di operatori e osservatori internazionali che monitorano il progressivo riposizionamento strategico di Caracas verso gli Stati Uniti. Sebbene un’uscita formale possa non avere ripercussioni immediate sui volumi fisici immessi sul mercato, il peso politico e simbolico della decisione sarebbe dirompente per un’organizzazione nata oltre sessant’anni fa proprio su impulso venezuelano.

IL DECLINO DEL DOMINIO OPEC SUI MERCATI

Il dominio che l’OPEC ha esercitato per decenni sui mercati petroliferi globali appare oggi sempre più fragile. Il Venezuela è infatti il secondo grande produttore in pochi mesi a mettere in discussione la propria permanenza nel gruppo. Secondo gli esperti del settore, la riflessione in corso a Caracas giunge in un momento di profonda trasformazione geopolitica: il Paese sudamericano si sta avvicinando progressivamente a Washington, cercando di uscire dall’isolamento economico. Sebbene l’impatto istantaneo sulle forniture globali sia considerato trascurabile dagli operatori, la mossa si inserisce in un quadro di instabilità interna al gruppo guidato dall’Arabia Saudita. Il precedente ritiro degli Emirati Arabi Uniti e il crescente malcontento dell’Iraq stanno alimentando dubbi sulla capacità dell’alleanza di rimanere unita. “La coesione e la credibilità stesse dell’OPEC potrebbero essere a rischio”, ha avvertito Ali Al Riyami, ex direttore generale per la commercializzazione del petrolio e del gas presso il ministero dell’energia dell’Oman, nazione che aderisce alla più ampia coalizione OPEC+. Per Al Riyami, la questione centrale è capire se questo sia solo l’inizio di una vera e propria ondata di ritiri.

IL RISCHIO DI UNA NUOVA GUERRA DEI PREZZI

Una eventuale disgregazione dell’alleanza porterebbe con sé conseguenze sistemiche. Senza un regolatore globale capace di intervenire per bilanciare domanda e offerta, aumenterebbero drasticamente le probabilità che i singoli membri inizino a farsi una concorrenza agguerrita per accaparrarsi quote di mercato e clienti. Questo scenario evoca lo spettro della breve ma devastante guerra dei prezzi scoppiata nel 2020, durante le prime fasi della pandemia. Anche qualora si riuscisse a evitare uno scontro diretto, la frammentazione renderebbe l’intera industria petrolifera mondiale molto più vulnerabile agli shock esterni. Hamad Hussain, economista specializzato in clima e materie prime presso Capital Economics, sottolinea come le deliberazioni del Venezuela siano “un ulteriore segnale del declino dell’influenza del gruppo sul mercato petrolifero, che potrebbe tradursi in prezzi del petrolio più volatili”. Negli ultimi anni, l’OPEC ha visto la propria forza erosa dall’ascesa di nuovi rivali, come i produttori di scisto negli Stati Uniti, il Brasile e la Guyana.

GEOPOLITICA E NUOVI ATTORI GLOBALI

Il contesto internazionale ha ulteriormente complicato i piani dell’alleanza. La guerra in Iran ha trasformato l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo in spettatori passivi, costringendole a tagliare la produzione e cedendo di fatto il controllo degli equilibri di mercato alla Cina, attore dominante sul fronte della domanda, e agli Stati Uniti, che hanno incrementato le esportazioni. Contemporaneamente, l’influenza russa è diminuita a causa del crollo delle esportazioni legato al conflitto in Ucraina. In questo scenario, l’uscita del Venezuela avrebbe un impatto produttivo limitato nel breve termine, poiché la sua estrazione è già ai minimi storici a causa di sanzioni e crisi economiche, tanto da essere già esentato dal sistema delle quote. Tuttavia, Jorge Leon, responsabile dell’analisi geopolitica presso Rystad Energy ed ex funzionario del segretariato OPEC, ricorda che “il Venezuela è un membro fondatore” e il colpo al prestigio dell’organizzazione sarebbe durissimo. Fu proprio il ministro venezuelano Juan Pablo Pérez Alfonzo, nel 1960, a esercitare la spinta diplomatica decisiva per la creazione del cartello.

LE CONSEGUENZE SULLE RISERVE MONDIALI

Se Caracas seguisse davvero l’esempio degli Emirati Arabi Uniti, l’OPEC perderebbe in un colpo solo oltre 5 milioni di barili al giorno di capacità produttiva potenziale. Si tratta di circa il 17% delle riserve detenute dai membri principali all’inizio del 2026. Il Venezuela, inoltre, siede su alcune delle più vaste riserve di greggio al mondo, asset che potrebbero essere sfruttati nei prossimi decenni con il supporto tecnologico e finanziario delle grandi compagnie petrolifere americane. Mentre il segretariato dell’OPEC a Vienna e il ministero dell’energia saudita preferiscono non commentare ufficialmente, la lista delle defezioni si allunga. Prima di Abu Dhabi — che ha lasciato l’organizzazione a fine aprile per poter sfruttare la propria capacità produttiva ampliata — altri quattro Paesi avevano abbandonato il gruppo nell’ultimo decennio, inclusa l’uscita polemica dell’Angola nel 2024.

L’INCERTEZZA SUL FUTURO DELL’OFFERTA

Anche l’Iraq ha iniziato a manifestare segnali di insofferenza verso le restrizioni produttive. A giugno, Baghdad ha avvertito che potrebbe valutare l’addio se non le verrà concesso un limite di produzione più elevato dopo la verifica delle capacità dei membri prevista per il mese prossimo. Attualmente, i conflitti nell’area costringono Arabia Saudita, Iraq e Kuwait a tenere fermi grandi volumi di petrolio, limitando il raggio d’azione dell’OPEC. Tuttavia, istituzioni come l’Agenzia Internazionale dell’Energia prevedono che, una volta risolte le tensioni nel Golfo, il mercato potrebbe trovarsi di fronte a un eccesso di offerta già nel 2027. “L’OPEC sta combattendo una battaglia che comincia ad apparire persa contro cambiamenti significativi nella geopolitica del petrolio”, afferma Henning Gloystein di Eurasia Group. Con il calo dei membri, la presa del cartello sui mercati si indebolisce a favore degli USA sul lato dell’offerta e della Cina su quello della domanda. In questo quadro, l’onere di stabilizzare i prezzi ricadrebbe quasi interamente su Riad, ma non è certo che il regno abbia ancora la volontà di sacrificarsi per il gruppo. Secondo Al Riyami, il mondo deve prepararsi a una “volatilità senza precedenti”, in cui il ruolo futuro dell’OPEC dovrà essere ridefinito radicalmente.

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