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Ecco le compagnie petrolifere a Bassora

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Le ritorsioni potrebbero colpire le produzioni petrolifere e le esportazioni dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione: Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein.

La leadership iraniana, sotto l’Ayatollah “Leader supremo” Ali Hoseini Khamenei, dovrebbe dare risposte rapide, significative e simboliche all’uccisione del comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana Qasem Soleimani. Secondo lo storico, autore e analista strategico – ed ex industriale – Gregory R. Copley – che ne ha scritto su Oilprice.com “sembra improbabile che la risposta iraniana sia inizialmente quella di lanciare un assalto militare a Israele, ma piuttosto qualcosa che potrebbe colpire la produzione di petrolio e le esportazioni dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione: Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. L’evento potrebbe avere anche effetti strutturali a lungo termine sulla fornitura di petrolio e gas”.

PROBABILI RITORSIONI CONTRO INFRASTRUTTURE PETROLIFERE

Secondo Copley, se si dovesse verificare una simile ipotesi, si potrebbe avere un “impatto particolarmente (negativo) sulla Repubblica popolare cinese (RPC) e, positivamente a breve termine, sulla Russia. Ciò avviene in un momento in cui l’economia cinese sta già subendo un grave degrado, quindi l’effetto di un significativo aumento dei prezzi del petrolio sarebbe quello di accelerare la recessione della Cina, che a sua volta avrebbe un impatto significativo sull’economia globale con il progredire del 2020. Inoltre, ciò potrebbe avere un impatto sulle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del novembre 2020, sebbene il declino dell’economia cinese dovrebbe avere comunque un impatto sugli Stati Uniti. (…) Certamente, a breve termine, è probabile che ci sia un significativo aumento degli attacchi diretti in corso da parte delle unità della milizia sciita contro le strutture militari statunitensi in Iraq, nonché la mobilitazione di azioni terroristiche e sovversive contro le basi statunitensi e strutture nel Golfo Persico e altrove”.

PREZZO DEL PETROLIO SCHIZZA. PER MOODY’S DALLE TENSIONI IN MEDIO ORIENTE POSSIBILI “SHOCK ECONOMICI E FINANZIARI”

In questo quadro, il prezzo del petrolio è già schizzato in alto con il Brent sui 70 dollari e il Wti intorno ai 63 dollari. Mentre Moody’s in una nota ai clienti i Alexander Perjessy, analista senior dell’agenzia di rating, ha avvertito che un’escalation delle tensioni in Medio Oriente potrebbe avere gravi ripercussioni sull’economia globale e provocare “shock economici e finanziari”.

I RISCHI PER LE COMPAGNIE USA

Ma quali sono i rischi nel concreto per le aziende internazionali e italiane? “Le compagnie petrolifere in Medio Oriente stanno rafforzando la sicurezza mentre i funzionari statunitensi affermano che le infrastrutture energetiche americane nella regione sono un probabile bersaglio di ritorsioni iraniane”, ha scritto il Wall Street Journal. Secondo gli analisti interpellati dal quotidiano, Exxon Mobil dovrebbe “mantenere la produzione con i lavoratori locali” mentre Bp si è rifiutata di commentare e la Chevon ha affermato che “la sicurezza della nostra gente e delle infrastrutture è la priorità”. In ogni caso, si legge su Reuters, Bp gestisce il gigantesco giacimento petrolifero di Rumaila vicino a Bassora, che ha prodotto circa 1,5 milioni di barili al giorno ad aprile. Eni ha dichiarato “che il giacimento petrolifero di Zubair, che nel 2018 ha prodotto circa 475.000 barili al giorno, ‘procede regolarmente’, anche se monitorare attentamente la situazione”. Per quanto Exxon Mobil prosegue a estrarre a West Qurna.

I RISCHI PER L’ITALIA

L’Italia, dal canto suo, è storicamente presente nell’area, specialmente in Iran ma da qualche tempo anche nel vicino Iraq: come si legge su La Repubblica “in testa alla graduatoria dei prodotti italiani esportati in Iran, i macchinari, i medicinali e i prodotti chimici. I venti di guerra scuotono, ovviamente, anche gli interessi economici in Iraq dove, tra l’altro, il Gruppo Trevi ha fatto appena in tempo a completare i lavori di consolidamento della diga di Mosul. Presenti sul territorio Eni, Bonatti-Renco, Nuovo Pignone e decine di imprese, mentre l’interscambio nel 2018 ha sfiorato i 3 miliardi di euro. Sono soprattutto gli effetti sul settore petrolifero a far tremare l’ Italia, visto che nel 2019 l’Iraq è stato il nostro primo fornitore di greggio con 12 milioni di tonnellate pari al 20% dei consumi totali (l’Iran nel 2018 era al terzo posto con una quota intorno al 10%). Tutto gravita intorno allo stretto di Hormuz, un budello di 34 chilometri tra Iran e Oman, attraverso il quale le petroliere trasportano greggio pari a un terzo del volume di scambi del mercato mondiale”.

Secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia, intervistato da Quotidiano.net <https://www.quotidiano.net/esteri/usa-iran-guerra-1.4967726> la mazzata per l’Italia rischia di essere duplice: oltre alle perdite per le aziende c’è da considerare anche il prezzo del petrolio: “Con il barile a 100 dollari, dato che importiamo il 77% dell’energia, perderemmo l’1% del pil e andremo in recessione. E poi perché il 20% del petrolio che consumiamo viene dall’Iraq, e il 29% del petrolio che importiamo passa dallo stretto di Hormuz. Qualcosa l’Iran certamente farà per rispondere all’America. E’ realistico che tenti attacchi verso le petroliere che transitano nello stretto. Ora, visto che su 100 milioni di barili al giorno l’eccesso di produzione è di un solo milione, e da Hormuz passano 15 milioni di barili al giorno, basterebbe per creare uno scompenso assai grave”. petrolifere  petrolifere  petrolifere petrolifere