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British Steel

Ecco perché l’UK nazionalizza British Steel, l’Ilva inglese

Il Governo del Regno Unito si prepara a nazionalizzare British Steel, l’Ilva inglese. Ecco perché e cosa c’entra con la nostra acciaieria

Dopo l’annuncio di maggio, oggi il Regno Unito ha proceduto alla nazionalizzazione dell’azienda siderurgica British Steel, da tempo in perdita – e in amministrazione straordinaria – ma rilevante perché possiede gli ultimi altiforni del paese.

BRITISH STEEL E L’INTERESSE NAZIONALE

Secondo il governo, l’intervento pubblico in British Steel – che risale all’aprile del 2025, in forma di presa di controllo operativo – è stato necessario per salvaguardare l’interesse nazionale. Lo stabilimento di Scunthorpe, infatti, conta 2700 lavoratori e ospita gli ultimi due altiforni attivi del Regno Unito, rilevantissimi perché producono acciaio primario, una varietà ottenuta dal minerale ferroso che è qualitativamente diversa dall’acciaio “secondario”, ricavato dai rottami.

Il sito produce il 95 per cento dell’acciaio utilizzato nella rete ferroviaria britannico, ad esempio, ma l’acciaio primario è fondamentale anche per l’industria automobilistica.

LA DISPUTA CON IL GRUPPO CINESE JINGYE

Il governo di Londra, insomma, vuole evitare la chiusura degli altiforni prevista dal gruppo cinese Jingye, che aveva acquisito British Steel nel 2020 ma ne ha perso di fatto il controllo nel 2025. Il mese scorso il primo ministro dimissionario Keir Starmer aveva spiegato che l’esecutivo aveva aperto dei negoziati con Jingye su British Steel, ma “una vendita commerciale non [era] stata possibile”: la compagnia cinese aveva rifiutato l’offerta di 100 milioni di sterline presentata da Londra, chiedendo un indennizzo di oltre 1 miliardo.

Lunedì scorso Jingye ha detto di pretendere un risarcimento “tempestivo, adeguato ed efficace” per gli investimenti effettuati in British Steel, nello specifico nell’”ammodernamento degli impianti, nella salvaguardia dei posti di lavoro e nella transizione verde”.

QUANTO E’ COSTATA BRITISH STEEL AL GOVERNO UK

Il ministro britannico delle Imprese, Peter Kyle, ha spiegato che finora il governo ha speso oltre un milione di sterline al giorno – per un totale di 640 milioni – per mantenere in funzione gli impianti di British Steel. L’azienda ha faticato a sostenere i costi elevati dell’energia e la concorrenza internazionale – principalmente cinese – caratterizzata da una sovrapproduzione di acciaio a basso prezzo. Ciononostante, ha aggiunto Kyle, “abbiamo bisogno di quella produzione di acciaio vergine perché, se dovesse scomparire, finiremmo per essere in balia dei mercati internazionali e delle forniture provenienti da altri paesi”.

A suo dire, la spesa pubblica per British Steel “è un buon rapporto qualità-prezzo per i cittadini britannici, ma dobbiamo assicurarci che questa azienda vada avanti”.

CHE SUCCEDE ORA

Gareth Stace, direttore generale dell’associazione di categoria Uk Steel, ha accolto positivamente la nazionalizzazione di British Steel, sostenendo che darà “certezza” ai lavoratori e ai clienti. Pensa però che la nazionalizzazione non debba essere considerata “un obiettivo finale”, ma il punto di partenza di “un piano a lungo termine chiaro e credibile”, accompagnato da una strategia di investimento.

A questo proposito, il governo vorrebbe incoraggiare l’elettrificazione dei processi di British Steel in modo da ridurne le emissioni, ma la transizione causerebbe probabilmente la perdita di migliaia di posti di lavoro.

PERCHE’ E’ L’ILVA INGLESE

Il caso di British Steel è molto simile a quello di Acciaierie d’Italia: anche l’ex-Ilva è in amministrazione straordinaria, dipende dai prestiti governativi, perde circa un milione di euro al giorno e possiede gli ultimi altiforni attivi del nostro paese.

Peraltro, l’imprenditore inglese Michael Flacks – noto per aver fatto fortuna risanando aziende in difficoltà e in trattative per l’acquisto di Acciaierie d’Italia – aveva detto di essere interessato a comprare British Steel per aggregarla all’ex-Ilva e farne un grande conglomerato siderurgico europeo.

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