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Ecco perché senza gas rischiamo di spegnere l’Europa

Lo shock energetico del 2026 rivela il fallimento del modello a “fonte unica”. L’Italia guida la riscossa del pragmatismo con scorte record e un mix integrato per evitare il blackout.

Il futuro dei sistemi energetici non risiede in una semplice sostituzione di vecchie fonti con nuove, ma in un’architettura complessa basata sulla cooperazione strutturale tra vettori diversi. È questo il cuore del paradigma dell’”integrazione energetica”, un concetto che ormai si sta facendo largo anche tra gli oltranzisti più incalliti, diventando centrale nel dibattito pubblico sulla sicurezza nazionale.

Ma in cosa consiste? A chiarirlo con semplicità sono le parole dell’Amministratore Delegato di Snam, Agostino Scornajenchi, uno dei primi a promuovere questo concetto, durante il Festival dell’Economia di Trento: in un mondo segnato da instabilità geopolitica e crisi climatiche, il senso del suo discorso, la strada maestra non è la transizione lineare, bensì un modello in cui infrastrutture, fonti e tecnologie “lavorano in modo coordinato”. Il gas naturale, in questa visione, smette quindi di essere considerato un mero combustibile di passaggio per assumere – in modo molto pragmatico – il ruolo di architrave della sicurezza, l’unico elemento abilitante in grado di bilanciare le oscillazioni delle rinnovabili e sostenere la stabilità del sistema globale.

IL PARADIGMA DELL’INTEGRAZIONE CONTRO L’ILLUSIONE DELLA SOSTITUZIONE

A confermarlo d’altronde, è la storia delle transizioni energetiche, come analizzato in un recente studio pubblicato da Foreign Affairs a firma di Daniel Yergin, Peter Orszag e Atul Arya: in sostanza non siamo di fronte a una sostituzione, ma a una “addizione energetica”. Dal 1709 a oggi, ogni nuova fonte si è sovrapposta alla precedente per far fronte a una domanda mondiale in crescita costante.

“La strada maestra deve essere quella dell’integrazione energetica, sia delle fonti che delle relative reti infrastrutturali, in cui ogni vettore mette a fattor comune i propri valori aggiunti”, ha spiegato Agostino Scornajenchi a Trento. Questo approccio riconosce che l’obiettivo del Net Zero al 2050 è una sfida multidimensionale che non può prescindere dagli idrocarburi se si vuole mantenere lo sviluppo economico, specialmente nel Sud del mondo, dove l’accesso all’energia è ancora una questione di sopravvivenza.

LA RESILIENZA ITALIANA E IL RUOLO STRATEGICO DEL GAS

I recenti dati riferiti a maggio 2026 confermano la validità di queste affermazioni e anche del modello italiano, che si basano si questo pragmatismo. La domanda di gas in Italia è cresciuta infatti del 6% rispetto allo scorso anno, spinta dalle ondate di calore e da un calo strutturale della produzione idroelettrica, crollata del 27% nel mese. Per coprire questo vuoto, il contributo termoelettrico a gas è aumentato del 25%, dimostrando come il metano sia una delle principali riserve di flessibilità capace di rispondere in tempo reale alle varianti climatiche.

L’Italia ha consolidato la propria sicurezza energetica portando il contributo del GNL al 33% del gas immesso in rete e mantenendo livelli di stoccaggio prossimi al 65%, quasi venti punti sopra la media europea. Questa strategia, basata sull’efficientamento delle reti e sul potenziamento dei rigassificatori, rende il Paese un nodo fondamentale per l’intera Europa.

IL CASO GERMANIA: QUANDO LE RINNOVABILI SENZA BACKUP DESTABILIZZANO IL SISTEMA

La controprova di come il modello basato sull’integrazione energetica sia vincente rispetto a un modello di “sostituzione” tout court, lo dimostra l’analisi di Domenicantonio De Giorgio su Rivista Energia che passa al microscopio la Germania, epicentro, a loro dire, delle disfunzioni europee. Negando il legame “geometrico” tra rinnovabili e gas, Berlino si è ritrovata con stoccaggi al minimo storico (27% a febbraio 2026) e prezzi schizzati a 40 €/MWh. Il paradosso tedesco è evidente: più si installano rinnovabili non programmabili, più serve gas come linea ultimativa di flessibilità.

La rimozione dei meccanismi di incentivo al riempimento degli stoccaggi ha aggravato la vulnerabilità tedesca, costringendo ora i gestori di rete a chiedere riserve permanenti sottratte al mercato. È la dimostrazione che ignorare il ruolo stabilizzatore del gas in un sistema intermittente espone l’intero continente a rischi sistemici che le mappe del passato non sono più in grado di gestire.

L’ERA DELL’ELETTRICITÀ E LE 10 LEZIONI DELL’AIE SULLA RESILIENZA

A corroborare il concetto è intervenuto qualche mese fa, anche, il rapporto Energy System Resilience 2026 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA): l’elettricità crescerà 2,5 volte più velocemente della domanda energetica totale. In questa nuova era, l’IEA identifica nella flessibilità il requisito essenziale per integrare i 2.500 GW di progetti rinnovabili attualmente in coda di connessione.

Trarre lezioni da contesti estremi, come quello ucraino, diventa vitale: la decentralizzazione, la standardizzazione delle apparecchiature e la cooperazione transfrontaliera sono i pilastri della resilienza moderna. Tuttavia, come ricordato anche dall’AIE, l’elettrificazione non comporta l’abbandono del gas, ma ne richiede una gestione più intelligente tramite tecnologie grid-enhancing e accumuli a batteria, affinché il percorso verso un’economia a basse emissioni si traduca al contempo in un successo industriale globale sostenibile e sicuro.

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