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Energia e le trappole della finanza

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Bessi: La transizione energetica passa per regole certe e trasparenza. Ma occhio a Esg e Tassonomia Ue

Gli scenari politici – e geopolitici – della transizione verso un’economia green sono tra i temi al centro dell’agenda globale. Molti sono i capitoli aperti, dalle politiche energetiche a quelle ambientali e ai loro intrecci con i diversi aspetti all’attualità, dalle problematiche urgenti sollevate dai cambiamenti climatici alla tensione politica e militare tra Russia e Ucraina, dalla crisi energetica al prezzo del gas. Temi e questioni cruciali per il futuro dell’Europa, che consigliano inevitabili ripensamenti delle politiche energetiche e ambientali. In particolare per l’Italia, che sta affrontando la campagna elettorale.

Su questi argomenti ci siamo confrontati spesso con il consigliere della Regione Emilia-Romagna Gianni Bessi, analista e saggista, che recentemente ha contribuito al volume curato dalla Fondazione Luigi Einaudi e dall’European Liberal Forum: ‘Business future under Eu green taxonomy’.

Le tematiche dell’energia e dell’ambiente sono al centro ormai di ogni proposta politica di ogni schieramento?

“Ed è inevitabile. Sarebbe più ‘curioso’ il contrario. Oggi si confrontano visioni diverse anche in modo radicale. Spesso in campo energetico ci si concentra, io aggiungo troppo, sul tema ‘fonte’: rinnovabili, nucleare, gas naturale, idrogeno. Non voglio essere frainteso: è bene che se ne parli, anche al bar. Meno quando l’approccio passa da contrapposizioni, passatemi il termine, ‘religiose’”.

Da cosa dobbiamo stare in guardia?

“Bisogna fare attenzione a chi parla di soluzioni miracolose o grandi novità, come anche a chi magnifica formidabili aumenti percentuali di produzione di una qualsiasi fonte di energia. Il successo di una singola fonte in un singolo Paese può non valere per il resto del mondo. E comunque in ogni analisi non bisogna mai tralasciare un elemento importante…”.

Quale?

“Quello che è il ‘cardine’ della nostra società: la finanza. In sintesi, va sempre mantenuta alta l’attenzione su come vengono indirizzati gli investimenti finanziari nel campo ambientale, non solo quelli pubblici ma soprattutto quelli privati, che sono la massa molto più consistente”.

In materia di investimenti nel campo dell’energia uno degli strumenti più utilizzati è l’Esg, l’environmental, social and governance. Ma non tutti sono d’accordo: lei cosa ne pensa?

“Una sintesi efficace l’ha data Mark Harris dell’Economist, che da sempre è un critico dell’Esg. Harris il 21 luglio sull’edizione online del settimanale, dopo avere enumerato le criticità che minano la credibilità dell’Esg, da cominciare dal suo utilizzo come strumento di ‘greenwashing’, conclude che per una vera transizione sarebbe essenziale un intervento più forte e più deciso dei governi. E questo perché non l’Esg ma solo l’azione del governo, insieme a una più chiara attività di divulgazione, può salvare il pianeta. Ecco, questo è il punto. E mi ha colpito molto che lo abbia scritto un giornale inglese”.

Eppure l’Esg è molto utilizzato.

“Questo è vero. Ha un trend molto ‘caldo’ perché è visto come una specie di carta d’identità per gli investimenti sostenibili, una patente di rispettabilità per i capitali impiegati in attività di green economy. Sofia Santos, nel capitolo da lei curato per il volume curato dalla Fondazione Luigi Einaudi e dal liberal European forum ‘Business future under Eu green taxonomy’, al quale ho contribuito anch’io, spiega che nel 2021 il portafoglio di investimenti gestito secondo i suoi criteri è cresciuto del 53% fino a totalizzare 2.700 miliardi di dollari”.

Un successo quindi.

“Sicuramente. Ma bisogna vedere se è davvero tutta ‘sostanza’, perché contiene molti elementi di ambiguità. Tra le critiche più dure c’è quella appunto di greenwashing, cioè che in realtà le risorse vengono spese più per fare apparire green gli investimenti che nell’effettiva riduzione dell’impatto ambientale. Per capirne la complessità, e anche i limiti, oggi coesistono oltre 450 parametri per definire un investimento sostenibile. Una giungla per tutti: investitori, gestori e società emittenti. Un esempio è il recente scandalo di Dws società di asset management controllata da Deutsche Bank, sotto accusa di greenwashing per i suoi bilanci 2020 con tanto di perquisizione della polizia. Un campanello di allarme che forse è solo la punta dell’iceberg dei problemi che la sostenibilità finanziaria green”.

C’è un rapporto fra Esg e Tassonomia europea?

“Senza dubbio, e agli osservatori più attenti non è sfuggito. Il filo che li lega è quello della necessità di avere regole nel campo degli investimenti green. Come ho sostenuto nel mio contributo a ‘Business future under Eu green taxonomy’, Tassonomia e il ruolo del gas nel futuro dell’Europa, se non esiste una cornice di regole condivise in materia di investimenti privati nel campo energetico, che è ciò di cui si occupa appunto la tassonomia europea, gli investitori decideranno di finanziare comunque progetti e tecnologie collegate al gas e al nucleare ma con ampia libertà di decisione. Ricordiamoci che la tassonomia è limitata alle grandi aziende, nonostante più del 90% delle imprese europee siano PMI.”.

E questo cosa significherebbe?

“Che punterebbero su quelle a maggiore profitto, che però non è detto che siano anche quelle con le performance ambientali desiderate. Per capirci, chi ha avanzato critiche contro l’apertura della tassonomia europea al gas e al nucleare, con motivazioni ambientaliste, di fatto non ne riconosce il loro ruolo nella fase attuale di transizione e soprattutto non si accorge di sostenere la deregulation”.

Come si risolve questa ambiguità?

“Con regole certe, non con cornici che possono essere piegate come si vuole alle esigenze individuali, e mi riferisco ai grandi fondi di investimento, facendo diventare green ogni investimento solo perché gli viene appiccicata un bollino di garanzia. Garanzia, tra l’altro, autoassegnata. Ci ricordiamo tutti di società indipendenti e con rating positivi che poi sono andate incontro a improvvisi crack finanziari e dove i piccoli investitori, che spesso sono anche quelli meno informati vista la complessità, sono rimasti a secco. La tassonomia stabilisce obblighi sui tetti di emissioni delle tecnologie, e qui forse la critica di troppa rigidità è condivisibile, e di rendicontazione per identificare le attività aziendali allineate con il percorso di decarbonizzazione entro il 2050. Sono benvenuti quindi gli standard condivisi e basati su evidenze scientifiche contenuti nella tassonomia dell’Ue, che debbono sostituire le diverse classificazioni sviluppate autonomamente da paesi, aziende e industrie per misurare il grado di ecocompatibilità di un investimento”.

Cosa ci si può aspettare dall’applicazione della Tassonomia europea?

“Intanto dal 1 gennaio 2023, se non ci saranno sorprese, la Tassonomia sarà per investitori e imprese un riferimento per definire quali siano le caratteristiche che dovranno rispettare le prestazioni ambientali. C’è però un problema: con tutti i pro e contro che si generano per la sua natura ambiziosa e complessa, un simile impianto ha finito per produrre una distorsione, un fraintendimento che certo non era l’obiettivo dei suoi compilatori. In sostanza, il documento è stato concepito come elenco di criteri tecnici per orientare il comportamento degli investitori, ma è stato utilizzato sempre più spesso in modo ‘politico’, come riferimento per la policy comunitaria”.

Cosa si auspica?

“Più che un auspicio è una richiesta: occorre fissare con più chiarezza a tutti i livelli un possibile contesto regolatorio complessivamente inteso, europeo e nazionale, perché possa garantire competitività e trasparenza. La transizione energetica non è quindi solo confronto tra visioni o scelte fra diverse fonti di energia, ma anche regole certe e uguali che indirizzino gli investimenti per ogni soggetto. Il tutto richiama il lavoro legislativo europeo e nazionale. E la politica”.

QUI LA VERSIONE DIGITALE DEL LIBRO “BUSINESS FUTURE UNDER EU GREEEN TAXONOMY”

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