Mentre i colossi chimici frenano i progetti “clean” e Shell tenta il salvataggio del gigante Raízen, l’embargo di Trump spinge Cuba verso una transizione solare accelerata dai capitali cinesi. I fatti della settimana di Marco Orioles.
Lo scenario energetico globale vive una fase di profonda incertezza, dove le ambizioni di decarbonizzazione si scontrano con la dura realtà dei bilanci e delle tensioni internazionali. I colossi dell’ammoniaca, Yara e Fertiglobe, hanno messo in pausa i grandi progetti verdi: senza sussidi stabili e una domanda di mercato robusta, i costi della produzione pulita non risultano più sostenibili. In Sud America, la crisi del bioetanolo costringe Shell a un complesso piano di salvataggio per Raízen, schiacciata da un debito di 11 miliardi di dollari che minaccia la stabilità economica del Brasile. Parallelamente, la stretta di Donald Trump su Cuba sta producendo un effetto paradosso: l’embargo petrolifero ha innescato un’esplosione del fotovoltaico cinese, portando l’isola verso la transizione solare più rapida del pianeta per necessità di sopravvivenza. Questi casi evidenziano come la velocità della transizione climatica sia oggi dettata più dalla solvibilità finanziaria e dai dazi che dalle sole urgenze ambientali. Laddove gli incentivi vacillano, i progetti verdi rallentano; dove invece l’energia diventa arma diplomatica, nascono nuove forme di sovranità elettrica. In definitiva, la competitività industriale e la tenuta dei conti rimangono le condizioni imprescindibili per la riuscita di qualunque percorso di conversione energetica su larga scala.
AMMONIACA VERDE IN STALLO: I COLOSSI DEL FERTILIZZANTE FRENANO I GRANDI PROGETTI
Il sogno dell’ammoniaca verde si è sgonfiato in fretta. Come osserva il Financial Times, qualche anno fa sembrava la svolta: annunci a valanga, miliardi sul tavolo, sussidi generosi e tasse sul carbonio che avrebbero dovuto mandare in pensione l’ammoniaca “grigia”, quella fatta coi combustibili fossili. Oggi i vertici di due colossi del settore – Fertiglobe e Yara International – sono categorici: i numeri non tornano più. Ahmed El-Hoshy, numero uno di Fertiglobe, il braccio fertilizzanti di Adnoc, la mette giù senza giri di parole: “Senza un prezzo serio sul CO₂ o aiuti pubblici robusti, non ha senso piantare centinaia di milioni per terra”. Le azioni della società viaggiano a uno sconto del 60% sul valore degli asset: gli investitori preferiscono incassare dividendi o vedere buyback piuttosto che allestire nuovi impianti. Per questo hanno messo in pausa diversi progetti blue ammonia (quelli da gas con cattura della CO₂), proprio perché la domanda non c’è. Svein Tore Holsether, ceo di Yara – il leader europeo del fertilizzante – la pensa uguale: “la transizione verde con i conti in rosso non esiste”. Molti dei progetti annunciati nel momento di massimo entusiasmo “non vedranno mai la luce”, aggiunge. Le basi economiche erano fragili già allora, e la domanda cresce molto più piano di quanto l’industria si aspettasse. “Se guardi quanti progetti sono stati cancellati, rimandati o rimasti solo sulla carta, il numero è impressionante”, dice Holsether. Il boom era partito tra la fine degli anni Dieci e l’accelerata post-pandemia, spinta da stimoli, dall’invasione russa dell’Ucraina e da sussidi generosi come l’Inflation Reduction Act negli Usa e le politiche europee. Adesso però il vento è cambiato. In Asia la domanda è deludente: Giappone e Corea hanno ridimensionato parecchio i piani. E a pesare sono soprattutto gli scossoni politici: dubbi sulla tenuta dei crediti fiscali americani di Biden, mentre in Europa il CBAM, la tassa sul carbonio alle importazioni, rischia di essere annacquato da esenzioni per i fertilizzanti. Il clima è scivolato in fondo alla lista delle priorità, tra guerre, tensioni commerciali e altre emergenze. “Non è che il problema sia sparito solo perché se ne parla meno”, ricorda Holsether. Yara ha investito 200 milioni in un impianto di cattura CO₂ in Olanda per prepararsi al CBAM, ma da solo non basta a far decollare progetti green da miliardi. Fertiglobe ha triplicato le spedizioni in Europa a fine 2025 per anticipare la scadenza, ma El-Hoshy è chiaro: “Il CBAM non sposta abbastanza l’ago della bilancia per giustificare investimenti massicci in ammoniaca verde”. Insomma, l’entusiasmo si è scontrato con la realtà economica. Senza incentivi solidi e clienti disposti a pagare, l’ammoniaca pulita resta un’idea costosa e tanti progetti finiscono nel cassetto.
SHELL CORRE AI RIPARI PER SALVARE RAÍZEN DAI DEBITI
Come riferisce il Financial Times, Raízen, il gigante brasiliano dei biocarburanti partecipato al 44% da Shell e al 44% da Cosan, è in piena crisi. Primo produttore al mondo di etanolo da canna da zucchero e gestore di quasi 9.000 stazioni Shell in Brasile, Paraguay e Argentina, l’azienda ha accumulato un debito monstre da 55 miliardi di reais, pari a circa 11 miliardi di dollari. Colpita da raccolti deludenti, calo della domanda di carburanti e tassi d’interesse alle stelle, Raízen ha registrato una perdita netta di 15,6 miliardi di reais nel terzo trimestre e ha lanciato un segnale d’allarme sulla “forte incertezza” che grava sul suo futuro. Le azioni sono precipitate oltre il 60% in un anno, a 0,64 reais, e la società ha perso il rating investment grade. In Brasile la vicenda crea apprensione: tre auto su quattro vanno a etanolo o benzina, Raízen è uno dei maggiori gruppi del paese e sostiene migliaia di posti di lavoro, oltre a un pezzo enorme dell’agricoltura della canna. Il presidente Lula ha chiamato a rapporto Shell e gli altri soci per scongiurare il peggio, preoccupato per le ricadute su occupazione ed economia. Per Shell, Raízen è un pilastro della strategia sulle energie pulite e il Brasile resta un mercato chiave: è il primo produttore straniero di oil&gas in quel luogo, dopo la statale Petrobras. Però il gruppo anglo-olandese vuole tenere i conti sotto controllo e non buttare soldi a cuor leggero. Insieme a Cosan e a BTG Pactual, grande azionista di Cosan, stanno mettendo a punto un piano di salvataggio: Shell dovrebbe versare 3,5 miliardi di reais freschi, Cosan 1 miliardo e i creditori – tra cui Bank of America, Citi, JPMorgan e Mitsubishi UFJ – convertirebbero più di un terzo del debito in azioni. Sul tavolo c’è anche l’idea di separare le stazioni di servizio, mossa che piace a Cosan e a BTG, che potrebbe prenderne una fetta col private equity, ma Shell frena: preferisce tenere tutto unito, più semplice e veloce, specie con i tassi al 15%. Alcuni creditori però mugugnano: secondo loro Shell e Cosan devono metterci almeno il doppio di capitale per rendere credibile una riduzione del debito da 20 miliardi. Dicono che Raízen è stata fondamentale per la transizione energetica di Shell e che le banche internazionali si aspettavano un intervento più robusto. Le parti contano di trovare un accordo tra Shell, Cosan e BTG già la prossima settimana, per poi proporlo formalmente ai creditori.
L’EMBARGO DI TRUMP ACCELERA LA SVOLTA SOLARE CINESE
La crisi energetica tormentava Cuba già da tempo, ma la nuova stretta di Trump ha peggiorato tutto. Minacciando dazi su chiunque fornisca petrolio a Cuba, rileva l’Economist, il presidente Usa ha di fatto imposto un embargo indiretto. Il turismo è crollato: gli aerei non possono più fare rifornimento all’Avana, i pullman turistici restano fermi, i prezzi di cibo e trasporti sono schizzati alle stelle. La benzina, ufficialmente a 1,10 dollari al litro, è razionata tramite un’app; sul mercato nero arriva a 8 dollari. Le strade sono stranamente silenziose, molti lampioni restano spenti di notte, i blackout – già cronici – durano ore e ore. Sono rispuntati i fornelli a carbone per cucinare. Il governo cerca di correre ai ripari: ha chiuso diversi grandi hotel gestiti da Gaesa, il potente conglomerato militare che domina il turismo, per concentrare i pochi visitatori e risparmiare carburante. Gli impiegati pubblici lavorano da casa, e ora anche le imprese private possono importare carburante in proprio, rompendo parzialmente il monopolio di Gaesa. Cuba copre comunque circa il 40% del fabbisogno con il proprio petrolio pesante e sulfureo. Trump è ossessionato dal petrolio, ma proprio questa pressione accelera una svolta verso il solare cinese. Le importazioni di pannelli dalla Cina sono esplose: +340% in più in un anno, il ritmo più veloce al mondo. Da quasi zero, l’energia solare sta diventando un’ancora di salvezza contro l’embargo. Il governo ha lanciato un ambizioso piano: 2 GW di nuovi impianti entro il 2028, finanziati e costruiti quasi interamente con Pechino. A febbraio 2025 i pannelli hanno prodotto quasi 1 GW al picco diurno, coprendo un terzo del fabbisogno nazionale in quel momento. L’obiettivo dichiarato è raggiungere il 24% di rinnovabili entro il 2030, partendo dal 5% del 2024. La crisi sta cambiando mentalità: sempre più famiglie e piccole imprese installano pannelli; batterie cinesi e veicoli elettrici si diffondono rapidamente. Un ex diplomatico gira per L’Avana con una Dongfeng cinese; una flotta di taxi e furgoni elettrici già opera. Un economista locale, in anonimato, azzarda: “Cuba potrebbe vivere la transizione energetica più rapida del pianeta”. Purtroppo il solare non risolve l’emergenza immediata. Un kit domestico costa circa 5.000 dollari, cifra proibitiva per la maggior parte delle famiglie. Le aziende, pur volendo investire, restano paralizzate quando manca il carburante oggi. Per ora la campagna americana fa più male ai cittadini comuni che al regime. Il solare, fonte sovrana e indipendente, è diventato indispensabile, ma i debiti cronici di Cuba e l’ostilità di Trump potrebbero scoraggiare presto anche i finanziamenti cinesi.


