Energie del futuro

L’Europa non abbandona del tutto il nucleare. Ecco perchè

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Il Consiglio dei ministri dell’UE ha incluso il nucleare fra le tecnologie coinvolte nel nuovo schema di finanziamenti per promuovere la transizione verso un’economia verde. Coniugare ambiente e nucleare, però, è un obiettivo più complesso di quanto sembri

La sfida al cambiamento climatico passa inevitabilmente per le tecnologie su cui si punterà in futuro per produrre energia in modo sempre più sostenibile, fino a raggiungere l’obiettivo di carbon neutrality a livello globale. L’Unione Europea ha inserito all’interno della propria strategia energetica e ambientale il traguardo “zero emissioni” per il 2050, presentato il 28 novembre 2018.

Su quali tecnologie debbano essere adoperate per raggiungere il risultato sperato c’è ancora un forte dibattito all’interno delle istituzioni europee che, per mano del Consiglio dell’Unione Europea, hanno deciso di non escludere l’energia nucleare dallo schema di classificazione degli investimenti sostenibili dal punto di vista ambientale. Tale schema deve includere tutti quegli investimenti che vengono considerati utili per il raggiungimento di un’economia più verde e per completare il processo di azzeramento delle emissioni e l’inclusione del nucleare ha visto l’opposizione, oltre che del Parlamento Europeo, di Germania, Austria e Lussemburgo. La scelta di mantenere il nucleare fra le tecnologie su cui attrarre gli investimenti potrebbe essere un compromesso per smussare l’opposizione dei Paesi dell’Europa Centrale, in primis Repubblica Ceca e Ungheria, a qualsiasi accelerazione della decarbonizzazione europea. Stando ai dati, infatti, la Repubblica Ceca produce il 29% (24 TWh) della propria energia dal nucleare, mentre l’Ungheria il 50% (16 TWh) e questi Paesi si sono già distinti in posizioni contrarie a una maggiore incisività sulla lotta al cambiamento climatico come con la mancata firma di un documento per includere il raggiungimento delle zero emissioni per il 2050 nel summit dell’Unione Europea a Bruxelles dello scorso luglio.

Includere il nucleare fra gli strumenti per combattere il cambiamento climatico è una proposta che trova numerose voci a favore e altrettanti oppositori, soprattutto in memoria di incidenti come Chernobyl of Fukushima. Essendo l’energia nucleare fra quelle con la minor quantità di emissioni – arrivando persino a 0 emissioni durante la produzione di energia – viene spesso indicata come una possibile soluzione per produrre grandi quantità di energia in maniera sostenibile e continua, senza doversi affidare alla contingenza delle condizioni atmosferiche. Tuttavia, la situazione in cui si trova il settore dell’energia nucleare a livello globale rende questo processo decisamente più complesso: secondo il World Nuclear Industry Status Report del 2019, il costo totale delle rinnovabili negli Stati Uniti è ora inferiore a quello dell’energia prodotta da carbone e gas a ciclo combinato, con una riduzione dei costi fra il 2009 e il 2018 per l’energia solare dell’88% e dell’eolico del 69%. D’altra parte, il nucleare ha visto crescere i suoi costi del 23%. Inoltre, gli investitori privilegiano ormai a livello globale le rinnovabili, a cui hanno destinato rispettivamente 134 miliardi di dollari nell’eolico e 139 miliardi di dollari nel solare, mentre hanno investito nel nucleare 33 miliardi di dollari.

Altro dato interessante è il fatto che 10 su 31 Paesi dotati di energia nucleare – Brasile, Cina, Germania, India, Giappone, Messico, Paesi Bassi, Spagna, Sud Africa e Regno Unito – hanno generato nel 2018 più elettricità da fonti rinnovabili – idroelettrico escluso – rispetto al nucleare. Persino nell’Unione Europea nel suo complesso la capacità aggiunta nel 2018 era costituita quasi tutta da rinnovabili – 371 TWh aggiuntivi dall’eolico e 128 TWh dal solare rispetto al 1997 –, mentre la capacità derivata dalla tecnologia nucleare è diminuita di 94 TWh.

Un ulteriore limite della tecnologia nucleare è il fatto che le centrali nucleari richiedano grandissimi investimenti per essere costruite, con una grande probabilità di incorrere in ritardi o spese extra come nel progetto di Hinkley Point C nel Regno Unito, il quale si stima costerà fra i 2 e i 3 miliardi di sterline in più rispetto a quanto preventivato – in totale, quindi, 21,5 22,5 miliardi di sterline – a causa di elementi come le condizioni del terreno. A conti fatti, l’opzione nucleare è eccessivamente più costosa e lenta da sviluppare rispetto alle energie rinnovabili e la decisione delle istituzioni europee, per quanto possa rispondere ad equilibri interni, rischia di allontanarci dalla decarbonizzazione completa anziché avvicinarci.