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Exxon è in crisi, ma punta ancora sul petrolio

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Mentre le altre compagnie cercano di elaborare nuovi modelli di business per adeguarsi alla transizione energetica, Exxon continua a puntare sul petrolio, nonostante la crisi

Il Financial Times ha dedicato ieri un lungo approfondimento ad ExxonMobil, una delle più grandi compagnie petrolifere al mondo. Fino ad una decina d’anni fa Exxon “era in tutti i sensi una superpotenza”, ha detto al quotidiano Amy Myers Jaffe, consulente energetica ed esperta di rischio geopolitico. Ma adesso “non ha più quello status”.

COSA È SUCCESSO AD EXXON

Un tempo Exxon era la società petrolifera più importante per capitalizzazione di mercato; oggi, invece, è stata declassata dalle agenzie di rating e sorpassata sull’indice Dow Jones. Era famosa per i suoi grandi profitti e per gli ampi margini; ora è indebitata e ci si aspetta che domani annunci la terza perdita trimestrale consecutiva. La pandemia di coronavirus ha colpito duramente Exxon, come tutto il settore petrolifero. Ma la compagnia era in difficoltà già da prima, anche per colpa di una serie di investimenti – rischiosi e ad alto costo – che non sono andati come previsto.

COME HA RISPOSTO ALLA CRISI

La particolarità della risposta di Exxon alla crisi, scrive il Financial Times, è che mentre altre società rivali – come BP, ma non solo – cercano di elaborare nuovi modelli di business per adeguarsi alla transizione energetica dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili in corso, Exxon sta continuando a puntare sul petrolio e sul gas.

Il direttore generale di Exxon, Darren Woods, ha detto di non credere che il calo della domanda di petrolio causato dal coronavirus rappresenti l’esasperazione di una condizione strutturale del mercato (come sostenuto da molti analisti), né che il settore petrolifero non si riprenderà più. Al contrario, ha dichiarato, “le esigenze della società porteranno ad un maggiore utilizzo di energia negli anni a venire e ad una continua necessità dei prodotti che produciamo”.

Se Exxon avrà ragione, la sua strategia fondata sulle fonti fossili si rivelerà vincente. Ma se avrà torto, il mercato “la punirà severamente”, ha scritto il Financial Times.

GLI INVESTIMENTI SBAGLIATI

Per decenni le mosse di Exxon sono state orientate da un’idea molto semplice: che la crescita demografica globale e l’ascesa delle classi medie avrebbero portato ad un continuo aumento della domanda di petrolio e di gas. Tutto quello che la società doveva fare, quindi, era cercare nuove riserve di idrocarburi, estrarli e minimizzare i costi. Il piano funzionava.

Ma è proprio negli anni 2000 e 2010 che Exxon fece degli investimenti che poi si rivelarono sbagliati, oltre a perdere delle grosse opportunità. Ad esempio, esitò ad investire nello shale (che farà dell’America una superpotenza energetica); quando si decise, puntò sui giacimenti di shale gas tedeschi e polacchi – un insuccesso – invece che sul bacino Permiano, in Texas: letteralmente “sotto il suo naso”. Oppure si lanciò in una miniera di bitume nelle oil sands canadesi: un progetto costoso e ad alte emissioni inquinanti che si rivelò una spesa piuttosto che una fonte di profitto.

La produzione e le entrate faticavano a stare al passo con le uscite. Il Financial Times scrive che oggi, per coprire le spese, Exxon ha bisogno di prezzi del petrolio di almeno 55 dollari al barile, che però si aggirano – e sembra che resteranno su questa cifra – intorno ai 40 dollari.

Un’analisi del think tank Carbon Tracker ha stabilito che, dal 2007 al 2019, gli azionisti di Exxon avrebbero guadagnato collettivamente 400 miliardi di dollari in più se avessero investito in Chevron, il principale rivale della compagnia.

PIÙ PETROLIO E GAS IN FUTURO

Mentre la società petrolifera britannica BP ha dichiarato di voler ridurre il proprio output di gas e petrolio del 40 per cento entro il 2030, Exxon – al contrario – ha intenzione di aumentarlo di un terzo nei prossimi anni: oltre un milione di barili al giorno per il 2025.

La compagnia non nega la transizione energetica né i cambiamenti climatici, ma ritiene che il petrolio continuerà ad essere un pilastro dell’economia globale. Le sue previsioni dicono che la domanda petrolifera raggiungerà i 111 milioni di barili al giorno nel 2040, contro i 100 milioni del 2019. La scommessa di Exxon, insomma, è che il suo output toccherà i massimi assieme al picco della domanda; dopodiché, il mercato inizierà a restringersi.

Exxon si è anche impegnata a ridurre le proprie emissioni di gas serra, che comunque dal 2009 al 2018 sono rimaste sulle 124 milioni di tonnellate l’anno: più di quelle prodotte dall’intero Belgio.

Nonostante il focus maggiore sui fossili, però, la società sta comunque investendo nei biocarburanti e nelle tecnologie per la cattura e lo stoccaggio di carbonio. Ma il cuore della strategia di Exxon sono i giacimenti di shale nel Permiano (1 milione di barili al giorno per il 2024) e le riserve nell’offshore della Guyana (750mila barili al giorno entro il 2025).