Scenari

Come saranno le compagnie petrolifere del futuro

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La transizione energetica ha costretto le compagnie petrolifere a rivedere i loro piani per il futuro. E a ripensare la loro stessa natura

Nei giorni scorsi si è discusso molto del piano di BP – grande società petrolifera britannica, fondata nel 1909 – per reinventare il proprio modello di business, distanziandosi dagli idrocarburi e puntando maggiormente sulle energie rinnovabili, sui sistemi di accumulo e sulle stazioni di ricarica per le auto elettriche.

LA SVOLTA DI BP

Nel 2019 BP ha prodotto 2,6 milioni di barili equivalenti di petrolio e gas al giorno; l’obiettivo per il 2030 è di 1,5 milioni al giorno. Per quell’anno, la capacità da fonti rinnovabili dovrà raggiungere i 50 gigawatt, quando nel 2019 erano appena 2,5.

La svolta strategica di BP si basa su diverse previsioni, che dicono che la domanda petrolifera ha toccato il suo picco massimo o che lo raggiungerà presto, entro i prossimi cinque o dieci anni. La pandemia di COVID-19 ha accelerato una crisi dei combustibili fossili che ha piuttosto nella transizione energetica e nell’accordo sul clima di Parigi le sue cause profonde.

L’ASCESA DELLE RINNOVABILI

Il petrolio non sparirà da un momento all’altro, ma nei prossimi anni occuperà un ruolo sempre più marginale. Il mondo – scrive Bloomberg – vuole le “energie verdi” e in futuro ne vorrà sempre di più. Già nel 2019, per la prima volta, l’eolico e il fotovoltaico hanno rappresentato la maggioranza (il 67 per cento) della nuova capacità energetica installata nel mondo, mentre la quota delle fonti fossili è scesa al 25 per cento.

Stando così le cose, la società di consulenza Rystad Energy stima che il 10 per cento delle riserve recuperabili di petrolio nel mondo potrebbero non essere mai estratte perché sconvenienti da un punto di vista economico, come le sabbie bituminose del Canada.

VERSO UN NUOVO MODELLO DI BUSINESS

Un contesto del genere significa che il modello di business tradizionale delle grandi compagnie petrolifere – ricercare giacimenti, perforare pozzi, estrarre greggio, raffinarlo e venderlo – potrebbe non essere adatto alla nuova realtà.

La transizione energetica ha dunque costretto le “Big Oil” a rivedere i loro piani e anche la loro stessa natura: entro il prossimo decennio, secondo Bloomberg, finiranno per assomigliare ad un incrocio tra una società petrolifera “tradizionale” e una utility. Petrolio e gas garantiranno loro profitti soddisfacenti per i prossimi dieci-venti anni; accanto agli idrocarburi, però, investiranno con maggiore convinzione in progetti di energia rinnovabile, nell’elettricità e nella produzione di biocarburanti.

L’italiana Eni, per esempio, ha fatto sapere che ridurrà sempre di più le proprie emissioni nette di anidride carbonica e con queste anche la produzione di greggio. L’azienda si focalizzerà piuttosto sul gas naturale, sulle rinnovabili, sul biometano e sul potenziamento delle capacità di bioraffinazione.

Le Big Oil del futuro saranno insomma più “verdi”, ma probabilmente anche meno grandi e meno redditizie. E dovranno sostenere la concorrenza di quelle aziende già specializzate nella produzione dell’energia elettrica e nelle fonti rinnovabili, come Enel o la spagnola Iberdrola.