La Commissione europea apre all’uso dei fondi di coesione contro il caro energia, ma le Regioni europee contestano il rischio di sottrarre risorse già programmate. Raffaele Fitto invita i 27 Paesi Ue a mobilitare subito i fondi disponibili. Intanto il governo valuta una rimodulazione da circa 5 miliardi di euro
La Commissione europea apre alla possibilità di utilizzare i fondi di coesione per affrontare la crisi energetica e sostenere famiglie e imprese colpite dall’aumento dei prezzi dell’energia. La proposta è contenuta in una lettera inviata dal vicepresidente della Commissione europea, Raffaele Fitto, ai ministri competenti dei 27 Paesi membri dell’Unione europea. Intanto il governo valuta una rimodulazione da circa 5 miliardi di euro.
FITTO: USIAMO I FONDI GIA’ DISPONIBILI
Nella lettera Fitto indica come strumenti utilizzabili il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), il Fondo di coesione e il Fondo per una transizione giusta (Jtf). «La crisi energetica colpisce i nostri cittadini e le nostre imprese: l’Unione europea ha le risorse per rispondere, e dobbiamo mobilitarle adesso», scrive il vicepresidente della Commissione europea «sono fermamente convinto che il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo di coesione e il Fondo per una transizione giusta possano fornire un sostegno fondamentale per affrontare le sfide derivanti dai recenti sviluppi geopolitici».
Secondo Fitto, gli Stati membri possono «creare nuovi strumenti finanziari per anticipare i pagamenti e adottare tutti gli adeguamenti programmatici necessari». Il Commissario Ue ha indicato anche il piano AccelerateEu e il Piano d’azione per i fertilizzanti tra le possibili leve utilizzabili per affrontare le conseguenze della crisi energetica e geopolitica.
NIENTE DA FARE PER LA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA?
La proposta arriva mentre il governo guidato da Giorgia Meloni continua il confronto con Bruxelles sulla possibilità di estendere al caro energia la clausola di salvaguardia nazionale prevista per la spesa militare, misura che consentirebbe di scorporare alcune spese dal calcolo del deficit, con il ministro dello Sviluppo Adolfo Urso che proprio da Bruxelles sottolinea come l’Unione europea abbia «sbagliato politica industriale energetica ed economica» e che l’Italia si aspetta una soluzione che sia sostenibile, e che consenta di utilizzare le risorse per fronteggiare quella che è evidentemente una grande emergenza. La soluzione incontrerebbe però l’opposizione della maggioranza degli Stati membri.
La proposta della Commissione europea ha però provocato la reazione del Comitato europeo delle Regioni. La presidente Kata Tüttő ha contestato l’uso dei fondi di coesione per l’emergenza energetica: «La crisi energetica è reale. La soluzione proposta non lo è. Indicare i fondi di coesione come bancomat di emergenza, ancora una volta, trasforma la politica di investimento in un’aspirina politica: sollievo temporaneo, sottoinvestimento cronico». E ancora: «La transizione giusta riposi in pace». Fitto non ci sta, e si dice sorpreso dalle reazioni, visto che La flessibilità l’hanno chiesta le Regioni, e che saranno loro, insieme agli Stati, a decidere sulla base delle esigenze reali dei territori».
IL PIANO B DELL’ITALIA
Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, il governo italiano punta a costruire un “serbatoio” da circa 5 miliardi di euro attraverso la riprogrammazione dei fondi europei e la revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’obiettivo sarebbe raggiungere un’intesa con la Commissione europea entro venti o trenta giorni.
Le risorse verrebbero individuate soprattutto tra i progetti che non hanno rispettato le scadenze previste entro il 2022 o tra i fondi ancora non impegnati. Invece, per il ciclo di programmazione 2021-2027, la dotazione complessiva destinata alla politica di coesione ammonta a circa 392 miliardi di euro, destinati a competitività, decarbonizzazione, sicurezza, resilienza idrica, alloggi e transizione energetica. Tra gli strumenti principali figurano il Fondo europeo di sviluppo regionale, con una dotazione di circa 226 miliardi di euro, il Fondo per una transizione giusta, pari a 17,5 miliardi, e il Fondo di coesione, che dispone di circa 42,6 miliardi di euro a prezzi 2018.
Le ipotesi allo studio del Governo riguardano bonus bollette, buoni energia e incentivi destinati alle famiglie vulnerabili per la sostituzione delle caldaie alimentate da combustibili fossili. Per le imprese, gli aiuti sarebbero collegati all’efficienza energetica e alle tecnologie pulite. Resterebbe invece esclusa, almeno allo stato attuale, la possibilità di utilizzare i fondi europei per tagliare le accise sui carburanti. Secondo fonti di governo la misura sarebbe difficilmente compatibile con gli obiettivi ambientali dell’Unione europea.
DE PASCALE: L’UE FA MELINA
Nel dibattito è intervenuto anche Michele de Pascale, presidente dell’Emilia-Romagna, intervistato da la Repubblica. «È un modo per non rispondere, per dire: non vi diamo più soldi. Un’illusione», ha dichiarato riferendosi alla proposta avanzata da Fitto. De Pascale ha spiegato che le risorse della programmazione 2021-2027 risultano già assegnate: «La programmazione per quei fondi è già fatta perché riguardano il settennato 2021-2027. Siamo nel 2026, quindi quelle risorse le hai già spese, hai già attivato i progetti». Il presidente dell’Emilia-Romagna ha inoltre sostenuto che il problema riguarda l’assenza di una strategia energetica europea condivisa: «In questi anni l’Europa non è stata in grado di darsi una strategia energetica europea. Questa cosa non è stata fatta ed è vergognosa».
LE REAZIONI ALL’INIZIATIVA DELL’UE E DI FITTO
L’iniziativa della Commissione europea è stata sostenuta dall’Ance, che ha definito la proposta «una prima risposta fondamentale per dare supporto alle imprese e ai cittadini». Critiche sono invece arrivate dalle opposizioni. Piero De Luca ha parlato di «proposta irricevibile» perché rappresenterebbe «un prelievo forzoso a danno di territori fragili». Giuseppe Conte ha dichiarato: «Fitto dà uno schiaffo all’Italia quando dice “prendetevi i fondi di coesione”, destinati al Sud. E invece nessuno che dica “prendiamoli dal riarmo e dagli extraprofitti”».


