I costi del trasporto marittimo toccano record storici e le riserve europee scendono pericolosamente. JPMorgan lancia l’allarme: stop alla produzione se il blocco durerà più di tre settimane.
Il mercato energetico europeo è scosso da un’impennata violenta delle quotazioni del gas naturale, innescata dall’aggravarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. All’hub Ttf di Amsterdam, punto di riferimento per il continente, i prezzi sono balzati a oltre i 60 euro per megawattora (per poi scendere e attestarsi sui 53 euro). La notizia, confermata dai dati dell’ICE di Londra, segna il ritorno del prezzo del gas a livelli non più registrati dal 2023. A scatenare il panico sui mercati è la dichiarazione formale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana circa il blocco totale dello Stretto di Hormuz, mossa che ha paralizzato i flussi di idrocarburi e fatto schizzare i costi della logistica marittima a livelli mai visti prima.
LO STRETTO DI HORMUZ AL CENTRO DELLO SHOCK LOGISTICO
Il trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, fondamentale passaggio per un quinto del petrolio mondiale e massicci volumi di gas naturale liquefatto (GNL), è di fatto bloccato. Teheran, come riportato dai media iraniani, ha annunciato che aprirà il fuoco su qualsiasi nave tenti di attraversare lo stretto tra Iran e Oman. “Non permetteremo a una sola goccia di petrolio di lasciare la regione”, ha dichiarato un alto funzionario delle Guardie rivoluzionarie. Questa rappresaglia, seguita agli attacchi statunitensi e israeliani che hanno portato all’uccisione della Guida Suprema Ayatollah Khamenei, ha innescato chiusure precauzionali degli impianti in tutto il Medio Oriente. Le navi cisterna e le portacontainer stanno evitando la via d’acqua, anche a causa dell’annullamento della copertura assicurativa da parte di molte compagnie.
RECORD STORICI PER I COSTI DEL TRASPORTO MARITTIMO
L’effetto immediato del conflitto si è abbattuto sui costi di spedizione. Le tariffe per le superpetroliere (VLCC) sulla rotta Medio Oriente-Cina hanno toccato il massimo storico di 423.736 dollari al giorno, raddoppiando rispetto ai valori di venerdì scorso. Non meno drammatica è la situazione per il GNL: dopo l’interruzione della produzione in Qatar, le tariffe giornaliere sono aumentate di oltre il 40%. Spark Commodities segnala che i noli nell’Atlantico sono saliti a 61.500 dollari al giorno, mentre nel Pacifico hanno raggiunto i 41.000 dollari. Fraser Carson, analista di Wood Mackenzie, avverte che le tariffe spot potrebbero superare i 100.000 dollari questa settimana, poiché “la disponibilità delle navi per il resto di marzo è scarsa e ci sarà una concorrenza feroce per accaparrarsi ogni unità disponibile”.
RISERVE EUROPEE IN CALO E RISCHIO DI STOP ALLA PRODUZIONE
Mentre i prezzi corrono, l’Unione Europea osserva con preoccupazione il livello dei propri stoccaggi, che segnano una media del 30,05%. La situazione è eterogenea: se l’Italia resiste al 47,60% e la Spagna al 58,05%, colossi industriali come Francia e Germania sono scesi rispettivamente al 21,65% e al 20,83%. Parallelamente, JPMorgan Chase & Co. ha lanciato un ultimatum logistico: con solo una dozzina di grandi petroliere rimaste nel Golfo, se lo Stretto di Hormuz non riaprirà entro 21 giorni, i produttori mediorientali saranno costretti a fermare l’estrazione a monte per saturazione delle capacità di stoccaggio locali. Emma Richards di BMI osserva che una perdita totale dei flussi ridurrebbe la capacità produttiva inutilizzata globale a meno di un milione di barili al giorno, lasciando alla Russia il quasi totale controllo della capacità eccedente.
RIFLESSI SUI MERCATI FINANZIARI E SUI METALLI PREZIOSI
Le tensioni geopolitiche stanno influenzando pesantemente anche gli altri mercati. Il petrolio Brent è salito di oltre 3 dollari martedì, attestandosi a 80,89 dollari al barile, con un premio rispetto al benchmark di Dubai ai massimi dal 2022. Sul fronte dei metalli, l’oro ha guadagnato terreno portandosi a 5.316 dollari l’oncia troy, con proiezioni di Alfa Bank che ipotizzano una scalata fino a 6.000 dollari. Al contrario, l’argento ha perso oltre il 6%, scendendo a 83 dollari l’oncia. Anche la Borsa di Mosca ha registrato un rialzo dello 0,45% per l’indice MOEX, trainato proprio dal rally delle compagnie petrolifere e del gas russe. In questo scenario, come dichiarato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la durata del conflitto “potrebbe richiedere un po’ di tempo”, mantenendo alta l’incertezza sulla stabilità economica globale.


