A cento giorni dall’inizio del conflitto, l’UE riduce l’import di gas liquido ma aumenta la dipendenza da USA e Russia. La chiusura dello Stretto di Hormuz mette in crisi la strategia di diversificazione avviata nel 2022.
A cento giorni dallo scoppio della guerra in Iran, la sicurezza energetica dell’Europa si trova davanti a un bivio drammatico che mette a nudo la fragilità delle scelte passate. Secondo l’analisi pubblicata oggi da Ana Maria Jaller-Makarewicz per l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), il Vecchio Continente sta affrontando la sua seconda grande crisi energetica in meno di cinque anni.
Tuttavia, a differenza del 2022, quando la risposta all’invasione russa dell’Ucraina fu la corsa al gas naturale liquefatto (GNL), oggi è proprio quella dipendenza a essersi trasformata in una vulnerabilità strutturale. L’illusione che il GNL potesse garantire una stabilità duratura si sta scontrando con la realtà di mercati volatili e rotte commerciali interrotte.
L’ILLUSIONE DELLA SICUREZZA: DAL GAS RUSSO ALLA TRAPPOLA DEL GNL
Il cambio di paradigma è evidente nelle stanze del potere a Bruxelles. L’Unione Europea sembra aver finalmente compreso che la decisione presa nel 2022 di potenziare massicciamente le importazioni di gas liquido non è più sostenibile nel lungo periodo. I dati dell’IEEFA confermano un’inversione di tendenza: le importazioni complessive sono calate dell’1,2% a partire dal marzo 2026 e il trend sembra destinato a proseguire.
Questo calo, tuttavia, non è uniforme e riflette approcci profondamente diversi tra gli Stati membri. Il Regno Unito, ad esempio, ha accelerato drasticamente l’allontanamento dal gas liquido, con una contrazione dell’import del 20% su base annua tra marzo e maggio 2026. Insieme, UE e Londra hanno ridotto gli acquisti di GNL del 3% in appena tre mesi.
LO STRETTO DI HORMUZ E IL CROLLO DELLE FORNITURE DAL QATAR
Il fattore scatenante di questo nuovo assetto è geografico e militare. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha drasticamente tagliato i flussi di gas provenienti dal Qatar nel corso del 2026. Questo blocco ha innescato una reazione a catena pericolosa: per compensare il vuoto lasciato da Doha, l’Europa si è trovata costretta a stringere ulteriormente il legame con i suoi due principali fornitori superstiti, ovvero gli Stati Uniti e, paradossalmente, la Russia.
Nonostante gli sforzi diplomatici degli ultimi anni, la necessità immediata di approvvigionamento ha prevalso sulla coerenza politica, esponendo l’area a nuovi rischi geopolitici.
IL PARADOSSO DELLE IMPORTAZIONI: PIÙ DIPENDENZA DA STATI UNITI E RUSSIA
L’analisi dei flussi tra marzo e maggio 2026 rivela dati sorprendenti per un’Europa che punta alla sovranità energetica. Mentre il Qatar usciva di scena, gli arrivi da altri fornitori sono aumentati sensibilmente: l’import dagli USA è cresciuto del 5%, quello dall’Algeria dell’11%, dalla Norvegia dell’84% e, dato più critico, quello dalla Russia è balzato del 25%.
In questo trimestre, gli Stati Uniti hanno coperto da soli il 60% del fabbisogno di GNL dell’Unione Europea, un incremento rispetto al 56% dell’anno precedente. Al contrario, il Regno Unito ha scelto una strada diversa, riducendo la sua dipendenza da Washington, con il GNL statunitense che è passato dal 67% al 63% del totale delle sue importazioni.
GERMANIA E FRANCIA: DUE STRATEGIE OPPOSTE DI FRONTE ALL’EMERGENZA
All’interno del blocco europeo, la crisi ha generato risposte diametralmente opposte tra le due principali potenze industriali. La Germania ha reagito approfondendo la sua esposizione al mercato del gas liquido: tra marzo e maggio 2026, le sue importazioni di GNL sono aumentate del 72% su base annua, registrando l’incremento più marcato di tutta l’UE.
Sul fronte opposto, la Francia ha intrapreso un percorso di uscita accelerata, riducendo le importazioni del 23%. Queste divergenze interne sottolineano quanto sia ancora frammentata la gestione della crisi energetica europea e quanto pesino le diverse strutture industriali nazionali nel determinare la velocità della transizione.
OLTRE LA DIVERSIFICAZIONE: INVESTIRE NELLE ALTERNATIVE PER UNA VERA RESILIENZA
Cento giorni di conflitto hanno dimostrato che il sistema energetico europeo possiede una certa capacità di adattamento, avendo evitato carenze fisiche su larga scala, ma la vulnerabilità rimane altissima. La perdita del gas qatariota ha ristretto il numero di fornitori affidabili, dimostrando che la semplice “diversificazione” delle rotte non equivale alla sicurezza.
La vera resilienza, come suggerisce l’analisi dell’IEEFA, non si otterrà cercando nuovi venditori di gas, ma riducendo drasticamente la domanda complessiva e accelerando gli investimenti in tecnologie alternative che non siano soggette alle turbolenze dei mercati globali. Solo affrancandosi dalla volatilità del mercato del gas l’Europa potrà dirsi realmente al sicuro.


