Energie del futuro

Il Coronavirus può segnare la fine della cooperazione tra Russia e Opec

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Il coronavirus non è altro che un catalizzatore di processi che si svolgono da tempo sul mercato e che a breve potrebbero dispiegare i loro effetti

Una settimana fa, in una riunione d’emergenza del Comitato tecnico congiunto dell’OPEC, la Russia ha rifiutato di accettare la proposta del cartello di ridurre la produzione di altri 600mila barili al giorno. Spiegando la posizione della Russia, il ministro dell’Energia Alexander Novak ha affermato che per prendere una tale decisione occorre tempo per valutare l’effetto del coronavirus sul mercato petrolifero.

COSA DICONO LE STIME SUGLI EFFETTI DEL CORONAVIRUS

In realtà non è ancora chiaro quanto il coronavirus ridurrà la domanda globale di petrolio. A febbraio, nel bel mezzo dell’epidemia, l’OPEC ha abbassato la sua previsione di crescita della domanda per il 2020 di 230mila barili giornalieri a 0,99 milioni di barili al giorno. L’Oxford Institute for Energy Studies è stato più pessimista: secondo le sue stime, nella sola Cina, la domanda nel primo trimestre 2020 diminuirà di almeno 500mila barili/giorno. Il ministro russo dell’Energia Novak, invece, ha mantenuto un moderato ottimismo, ritenendo che il calo globale non supererà i 200mila barili giornalieri.

UN MERCATO ASIATICO ELUSIVO

In ogni caso, anche se il coronavirus risultasse causare più danni delle stime più pessimistiche, la Russia non dovrebbe comunque ridurre ulteriormente la sua produzione di petrolio. “Anzi al contrario è bene iniziare a prepararsi per un’uscita graduale dall’accordo OPEC+. Ciò è dovuto in primo luogo alla crescente concorrenza sul mercato asiatico, dove le aziende russe hanno riorientato le esportazioni negli ultimi anni”, scrive Oilprice.

Secondo BP, dal 2016 al 2018, la Russia ha ridotto le forniture di petrolio all’Europa del 14% (da 177,4 milioni a 153,3 milioni di tonnellate), mentre ha aumentato le esportazioni verso la Cina di oltre un terzo (da 52,8 milioni a 73,8 milioni di tonnellate).

Una strategia analoga è stata adottata dall’Arabia Saudita, che nello stesso periodo è riuscita a compensare la riduzione delle forniture all’Europa (da 1,7 milioni di tonnellate) con il loro aumento verso India e Cina (da 4,7 milioni di tonnellate).

Lo stesso vale per gli Stati Uniti, che lo scorso anno hanno ridotto le esportazioni verso la Cina di oltre il doppio del loro valore originario per via della guerra commerciale (5,8 milioni di tonnellate contro i 12,6 milioni di tonnellate del 2018, secondo Refinitiv).

“Nei prossimi due anni gli Stati Uniti aumenteranno inevitabilmente le esportazioni, a seguito della Fase 1 dell’accordo commerciale con il quale la Cina si è impegnata ad acquistare petrolio, gas naturale liquefatto (GNL) e altri prodotti energetici dagli Stati Uniti per un valore di 52,4 miliardi di dollari entro la fine del 2021”, ha ricordato Oilprice.

RUSSIA FAVORITA DAL CALO DEI PREZZI

“La crescente concorrenza complicherà l’ingresso sui mercati asiatici per le aziende russe che intendono monetizzare le riserve petrolifere della Siberia orientale attraverso le esportazioni. Non solo il campo Kuyumbinskoye di Gazprom Neft e il campo Yurubcheno-Tokhomskoye di Rosneft, ma anche i campi Lodochnoye, Tagulskoye, Vankorskoye e Payakhskoye, che sono alla base del progetto petrolifero Vostok, che vale di per sé 10 trilioni di rubli (oltre 157 miliardi di dollari), e che dovrebbe aumentare il PIL russo del 2% annuo, secondo le stime del CEO di Rosneft Igor Sechin – ha evidenziato Oilprice -. L’aumento della produzione in questi campi porterà inevitabilmente al mancato rispetto dell’accordo sui taglio della produzione di OPEC+, che il cartello spera possa mantenere i prezzi del petrolio al di sopra dei 60 dollari al barile”.

Tuttavia, tale livello di prezzo è svantaggioso sia per l’economia cinese sia per quella indiana, che nel 2019 hanno mostrato i tassi di crescita più bassi degli ultimi 30 e 11 anni, rispettivamente (6,2% e 4,8%), secondo i dati di IHS Markit. Questo, a sua volta, rallenta la domanda di petrolio, tanto che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha previsto un calo trimestrale per la Cina già a dicembre (da 13,84 milioni di barili/giorno nel 4 trimestre 2019 a 13,53 milioni nel 1 trimestre 2020), quando il coronavirus non aveva ancora colpito i mercati delle materie prime.

IL MERCATO USA: UN’ALTERNATIVA PERICOLOSA

A questo proposito, il calo del prezzo del petrolio stimolerà certamente la domanda in India e in Cina, e ciò potrebbe essere vantaggioso per la Russia, per la quale il mercato asiatico è l’unica alternativa affidabile alle forniture all’Europa.

Il mercato americano difficilmente può rivendicare il ruolo di tale alternativa nel lungo periodo, anche se nel 2019 la Russia è entrata tra i primi tre maggiori fornitori di petrolio e prodotti petroliferi verso gli Stati Uniti, aumentando le esportazioni da 9,9 milioni di barili giornalieri a gennaio a 20,9 milioni a ottobre, secondo la US Energy Information Administration (EIA).

Questo salto nelle esportazioni può essere accreditato alle sanzioni statunitensi nei confronti del Venezuela, che dal luglio 2019 non ha consegnato un solo barile di petrolio o prodotti petroliferi agli Stati Uniti. Lo stesso vale per l’Iran, le cui esportazioni di greggio sono scese da 1,2 milioni nel gennaio 2019 a 0,1 milioni barili giornalier nel gennaio 2020, secondo Refinitiv.

LA SITUAZIONE IN USA

“Se la situazione geopolitica cambierà, i fornitori tradizionali torneranno sicuramente sul mercato americano (che rappresenta un rischio per le aziende russe), e allo stesso tempo dovranno affrontare una diminuzione della dipendenza statunitense dalle importazioni di materie prime. In realtà, questo sta già accadendo – scrive OilPrice -: a settembre le esportazioni americane di petrolio e prodotti petroliferi hanno superato le importazioni per la prima volta dal 1973, anno in cui sono iniziate le osservazioni statistiche”.

“A novembre le esportazioni nette (esportazioni meno importazioni) hanno raggiunto negli Stati Uniti i 771mila barili giornalieri che nel 2020 saliranno a 790mila secondo le previsioni di febbraio della Eia, e nel 2021 a 1,16 milioni di barili/giorno. E’ probabile che i dati effettivi superino le previsioni, in quanto è già iniziato il consolidamento dell’industria americana dello shale, che a sua volta contribuirà alla sua ripresa finanziaria”, sottolinea ancora Oilprice.

IL CORONAVIRUS COME CATALIZZATORE DEL CAMBIAMENTO

Non è tutto. Sempre secondo OilPRice “il miglioramento della stabilità finanziaria non solo sosterrà la crescita della produzione di petrolio, ma anche le future esportazioni. Oltre al consolidamento nel settore dello shale, si prevede che l’aumento degli investimenti nelle strutture di della Costa del Golfo degli Stati Uniti porterà le esportazioni a 8,4 milioni di barili al giorno entro il 2024, secondo le previsioni dell’Aie dello scorso anno. Questo aiuterà gli Stati Uniti ad avvicinarsi alla Russia e all’Arabia Saudita in termini di volume di esportazioni (5,5 milioni e 7,2 milioni di bpd, secondo i dati BP per il 2018)”.

VERSO UN’USCITA GRADUALE DELLA RUSSIA DA OPEC+

Insomma, “per l’OPEC e la Russia è meglio prepararsi in anticipo a questa svolta piuttosto che aspettare il momento in cui la politica di riduzione della produzione perderà il suo significato economico. In questo contesto, il coronavirus non è altro che un catalizzatore di processi che si svolgono da tempo sul mercato. È ovvio che la Russia dovrebbe muoversi verso un’uscita graduale dall’OPEC+ per evitare di perdere quote di mercato a vantaggio dei concorrenti”, ha spiegato OilPrice.

Per l’OPEC, invece, non è una novità. Secondo Refinitiv, la sua quota nella produzione globale di petrolio è scesa dal 38,6% nel quarto trimestre del 2016 (quando è stato firmato il primo accordo OPEC+) al 34,1% nel quarto trimestre del 2019, mentre la quota dei Paesi OCSE è cresciuta dal 27,6% al 32,4%. Un’ulteriore diminuzione della quota di mercato ridurrà inevitabilmente l’influenza del cartello sui prezzi del petrolio. È quindi ragionevole pensare che la Russia trasferisca interamente la responsabilità della riduzione della produzione di petrolio all’Arabia Saudita, che, nell’ambito degli accordi esistenti, può ampliare la propria quota di riduzione della produzione di 400 mila barili/Giorno.

“Tale decisione potrebbe essere un primo passo verso una graduale sospensione degli accordi, che permetterà alla Russia di competere nel mercato globale del petrolio e non solo di rimanere un testimone passivo”, ha concluso OilPrice.