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Oleodotto Druzhba

Il giallo dell’oleodotto Druzhba: Kiev teme il disastro ambientale, Orban blocca 90 miliardi di aiuti

Naftogaz ammette incertezza sui tempi di ripristino dopo l’attacco dei droni russi a gennaio. Budapest e
Bratislava sospettano motivazioni politiche e congelano il sostegno finanziario e l’elettricità a Kiev.

L’Ucraina sta affrontando una crisi energetica e diplomatica senza precedenti a causa dell’incertezza sui tempi di riparazione dell’oleodotto Druzhba, pesantemente danneggiato da un attacco russo. È quanto emerge dalle ultime dichiarazioni di Naftogaz e da ricostruzioni di Bloomberg e Reuters, secondo cui il sabotaggio tecnologico subito dall’infrastruttura ha innescato un durissimo braccio di ferro tra Kiev e i vicini dell’Unione Europea. Lo scorso 27 gennaio, droni carichi di esplosivo hanno colpito l’area a sud-ovest di Brody, provocando un incendio in un serbatoio di stoccaggio “grande come un campo da calcio” la cui estinzione ha richiesto dieci giorni.

L’incidente non ha solo interrotto i flussi di greggio, ma ha portato l’Ungheria di Viktor Orbán a bloccare un prestito vitale da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina e la Slovacchia a sospendere le forniture elettriche d’emergenza, in una fase in cui il Paese è già prostrato dalle temperature gelide e dai blackout sistemici.

UN INCENDIO DA DIECI GIORNI E IL RISCHIO DI DISASTRO AMBIENTALE

Secondo quanto emerge dalle parole dell’amministratore delegato della compagnia energetica statale ucraina Naftogaz, Sergii Koretskyi, i danni subiti dal terminale di Brody sono strutturali e profondi. L’incendio e l’olio bollente hanno devastato apparecchiature critiche, trasformatori e il sistema di rilevamento perdite che garantisce la sigillatura delle condutture. Koretskyi ha sottolineato l’eroismo dei tecnici durante l’attacco: “I dipendenti, mettendo a rischio la propria vita mentre l’attacco era in corso, cercavano di svuotare il giacimento tramite l’oleodotto perché c’era il rischio di crollo, che avrebbe portato al più grande disastro ambientale della regione”.

Nonostante gli sforzi, il pompaggio forzato di petrolio caldo ha causato l’arresto d’emergenza delle unità di pompaggio. Attualmente, Kiev non è in grado di fornire un calendario certo per la ripresa dei flussi, poiché le temperature scese fino a -20 °C e la necessità di una valutazione tecnica complessa rallentano ogni operazione.

LA SFIDA DIPLOMATICA DI BUDAPEST E BRATISLAVA

Ma un fronte ancora più acceso è quello che regna tra le capitali europee. Ungheria e Slovacchia, le uniche nazioni dell’Unione che ancora dipendono fortemente dal greggio russo via terra, accusano apertamente Kiev di aver interrotto le forniture per motivi puramente politici, negando l’entità dei danni tecnici. Orbán ha dichiarato esplicitamente che bloccherà qualsiasi aiuto finanziario futuro e i nuovi pacchetti di sanzioni contro Mosca fino a quando il petrolio non tornerà a scorrere. Bratislava, dal canto suo, ha già posticipato più volte la presunta data di ripartenza del gasdotto, fissandola ora non prima del 3 marzo.

Entrambe le nazioni hanno proposto l’istituzione di un comitato congiunto di verifica per ispezionare i danni sul campo, un’idea che lo stesso Orbán ha caldeggiato in una lettera al Consiglio Europeo per tentare di sbloccare l’impasse sui fondi.

IL SEGRETO DI DRUZHBA: NON SOLO GREGGIO RUSSO MA ANCHE UCRAINO

Una rivelazione esclusiva diffusa da Reuters aggiunge un ulteriore tassello alla vicenda: prima dell’attacco, l’oleodotto Druzhba non trasportava solo greggio di Mosca, ma serviva anche per esportare petrolio ucraino verso le raffinerie della multinazionale ungherese MOL. È la fotografia di una strategia di sopravvivenza economica di Kiev che era rimasta finora segreta. Dopo la distruzione dell’ultima capacità di raffinazione ucraina a metà del 2025 da parte delle forze russe, il Paese era stato costretto a iniettare circa 40.000 tonnellate di petrolio al mese nel sistema Druzhba per ottenere entrate vitali e contenere il deficit di bilancio. La sospensione forzata dei flussi priva quindi l’Ucraina di una fonte di guadagno fondamentale proprio mentre deve aumentare le importazioni di carburante dall’estero per far fronte alle esigenze belliche e civili.

IL NODO DELLE SANZIONI E IL FUTURO DELL’ENERGIA IN EUROPA

Mentre Budapest continua a rifiutare rotte alternative attraverso la Croazia, sostenendo che il petrolio russo rimanga l’opzione più economica con una spesa annuale di oltre 5 miliardi di euro, Bruxelles tenta di mantenere la coesione del blocco. La Commissione Europea, pur non schierandosi apertamente nella disputa tecnica sul Druzhba, ha esortato l’Ungheria a rispettare gli accordi di prestito e sta preparando una proposta legale, attesa per il 15 aprile, per vietare definitivamente tutte le importazioni rimanenti di petrolio russo.

Nel frattempo, il presidente Volodymyr Zelenskiy, durante la recente visita dei leader europei a Kiev, ha suggerito polemicamente a Orbán di “affrontare il tema degli attacchi alle infrastrutture direttamente con Vladimir Putin”, ribadendo che le riparazioni sono in corso ma ostacolate dalla persistente minaccia aerea russa che continua a colpire i nodi energetici di tutto il Paese.

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