Scenari

Il petrolio potrebbe tornare sopra i 100 dollari? Per JP Morgan sì

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Le compagnie dovranno spendere molto solo per mantenere la produzione di petrolio, cosa che non sta accadendo con gli investimenti globali upstream che dovrebbero scendere al minimo di 15 anni, a 383 miliardi nell’anno in corso.

Da più di una settimana, i prezzi del petrolio si sono consolidati attorno al livello psicologicamente importante di 40 dollari al barile, e il peggio sembra essere passato. Finora, i tagli alla produzione dell’Opec+ sembrano procedere bene con i produttori più titubanti come Iraq, Kazakistan, Azerbaigian, Nigeria e Angola, che sembrano essersi messi in riga, aumentando le speranze che i mercati si siano effettivamente riequilibrati. Tuttavia, alcuni operatori petroliferi credono che questo sia solo l’inizio e che i prezzi del petrolio siano destinati a salire di molto.

JPMORGAN CREDE IN UN CICLO RIALZISTA

In particolare, JPMorgan ha raddoppiato una precedente previsione di un “superciclo rialzista” che potrebbe portare i prezzi del petrolio ben oltre i 100 dollari al barile a causa del drammatico deficit di offerta. Christyan Malek, capo della ricerca di petrolio e gas di JPMorgan in Europa, Medio Oriente e Africa, ha ribadito una precedente nota rialzista in cui aveva predetto che i prezzi del petrolio sarebbero potuti salire addirittura fino a 190 dollari barile a causa dei drammatici tagli del capitale investito da parte dei produttori, tra gli altri fattori.

petrolioC’è però da dire che dal 2014 il prezzo globale del petrolio non ha più oltrepassato i 100 dollari al barile, dopo aver toccato il massimo storico dei 145 dollari. Nel 2013 lo stesso Malek si era mostrato ribassista al contrario di ora. E giustifica questo suo cambio di rotta con il “deficit di domanda e offerta” incombente che potrebbe emergere nel 2022 e colpire 6,8 milioni di barili entro il 2025 se i mercati manterranno la loro attuale traiettoria. Malgrado non abbia dato target precisi, in un’intervista a Cnn Business non ha escluso che la sua previsione di 190 dollari possa essere ancora valida.

Anzi. Malek ha affermato che le compagnie petrolifere dovranno spendere molto solo per mantenere la produzione, cosa che chiaramente non sta accadendo con gli investimenti globali upstream che dovrebbero scendere al minimo di 15 anni, a 383 miliardi nell’anno in corso.

IL DEFICIT DI PRODUZIONE E IL TAGLIO DEL CAPEX

In effetti, evidenziano un po’ tutti gli esperti, gli attuali livelli di prezzo hanno un impatto negativo sulla produzione, specialmente se rimarranno su questi livelli a lungo. Basti pensare ai produttori shale statunitensi attualmente in grossa sofferenza, che hanno dovuto tagliare il capex 2020 di circa 85 miliardi di dollari nel tentativo di proteggere i bilanci. Secondo l’Eia statunitense l’offerta di petrolio diminuirebbe di oltre 45 milioni di barili al giorno se tra il 2017-2025 non venissero effettuati investimenti di capitale in campi esistenti o nuovi. Anche se si continuassero a investire nei giacimenti esistenti, ma non ne venissero messi in produzione di nuovi si registrerebbe comunque un calo di quasi 27,5 milioni di barili giornalieri nel periodo di previsione. Ipotizzando un calo della domanda globale di petrolio di 10 milioni di b/g nell’era post-Covid-19, rimarrebbe comunque un enorme divario tra domanda e offerta di 17,5 milioni di barili giornalieri.

COMPAGNIE SHALE PIU’ AGILI DELLE ‘TRADIZIONALI’

Come ricorda Oilprice, circa due anni fa l’Harvard Business Review aveva previsto che avremmo visto l’ultimo di quegli enormi boom-and-bust del petrolio dovuti alla super-produzione shale americana. Secondo HBR, le piccole compagnie statunitensi di shale sono molto più agili delle tradizionali compagnie petrolifere nazionali, il che le lascia ben posizionate per rispondere rapidamente a qualsiasi picco o calo temporaneo della fornitura di petrolio: “….con i produttori di petrolio in Nord America che espandono la produzione, è probabile che i prezzi rimangano volatili. A differenza delle compagnie petrolifere nazionali e delle grandi compagnie petrolifere che in genere impiegano dai cinque ai dieci anni per sviluppare riserve petrolifere convenzionali, questi operatori indipendenti e ‘non convenzionali’ hanno migliorato la loro tecnologia di perforazione e di fratturazione al punto da poter rispondere in pochi mesi a picchi o cali temporanei del mercato”.

E ancora: “Le recenti oscillazioni dei prezzi evidenziano una nuova era di incertezza che attanaglia i mercati energetici mondiali. Poiché i produttori globali di petrolio lavorano a scopi incrociati, il tradizionale ciclo di boom-bust del settore viene sostituito da rotazioni dei prezzi più rapide e poco profonde, basate sui cambiamenti di produzione. Ciò rende i movimenti dei prezzi meno estremi ma anche più difficili da prevedere. Il numero costantemente fluttuante di barili di greggio disponibili da operazioni di shale è un fattore primario, ma lo sono anche gli impatti a lungo termine dell’aumento dell’efficienza dei carburanti e gli attacchi e le partenze della transizione globale dai combustibili fossili sulla domanda mondiale. Le notizie sono tutte positive per i clienti, ma rendono molto più difficile la pianificazione per gli operatori del settore”.

IL SETTORE SHALE SARA’ IN GRADO DI RIPRENDERSI?Petrolio

La vera domanda semmai è se il settore shale americano sarà in grado di riprendersi dalla crisi in corso con la stessa resistenza che ha dimostrato in passato. Dopo la crisi petrolifera del 2015-16, questi produttori sono riusciti a sopravvivere abbassando i costi di circa il 50% e facendo incetta di investitori, una mossa che ha innescato una nuova spettacolare fase di crescita. Quando l’Opec ha ricominciato a tagliare la produzione, la produzione di shale negli Stati Uniti è aumentata di quasi 4 milioni di bpd nell’arco di circa 3 anni e mezzo. “Sfortunatamente, questa volta si tratta di un’altra partita”, ha evidenziato Oilprice aggiungendo che le aziende Usa attive nello shale sono già in modalità di sopravvivenza, avendo tagliato capex di circa il 30% nell’anno in corso. A peggiorare le cose, è il fatto che settore è già pesantemente indebitato e profondamente sbilanciato. I dirigenti possono dare la colpa alla pandemia di Covid-19 e alla guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia per il loro continuo malessere, ma la verità è che Wall Street e l’universo degli investitori hanno iniziato a indispettirsi su un settore che per anni ha dato priorità alla crescita rispetto alla redditività.

CRESCITA AL GIUSTO PREZZO

“Wall Street rimarrà probabilmente immobile fino a quando il rally del prezzo del petrolio non raggiungerà un livello critico – evidenzia Oilprice -. Sia l’Arabia Saudita che la Russia seguiranno con attenzione le lotte nel settore shale, sperando di conquistare una fetta più grande del mercato. Ma questa strategia non è priva di rischi per entrambe le parti, soprattutto per Riad. Entrambi i paesi dipendono fortemente dai proventi del petrolio, con Mosca che ha bisogno di un prezzo del petrolio di circa 40 dollari al barile per bilanciare il suo budget nazionale, mentre Riad ha bisogno di oltre 80 dollari al barile per bilanciare i suoi conti secondo il Fmi”.

È improbabile che Wall Street si interessi al nascente rally del prezzo del petrolio, ma probabilmente si farà carico del settore una volta che i prezzi inizieranno ad avvicinarsi agli 80 dollari al barile di cui Riad ha bisogno per bilanciare il suo budget – prosegue Oilprice -. In altre parole, è probabile che l’argillite rimbalzi – ma solo al giusto prezzo – a quel punto si potrebbe assistere a un aumento di greggio sul mercato che probabilmente limiterà ulteriori avanzamenti dei prezzi del petrolio”.

IL RUOLO DELLE RINNOVABILI

La rapida ascesa delle energie rinnovabili probabilmente limiterà i guadagni a lungo termine del settore petrolifero perché renderà il petrolio antieconomico. Infatti, lo scorso anno, BNP Paribas ha detto alla CNBC che i prezzi del petrolio dovrebbero rimanere nei 10-20 dollari al barile per rimanere competitivi nel settore della mobilità. Anche se è da tenere presente che gli analisti hanno ripetutamente sottovalutato la crescita delle energie rinnovabili nell’ultimo decennio. Le rinnovabili stanno rapidamente sostituendo il carbone nel mix energetico globale e hanno continuato a farlo anche durante la crisi Covid-19 grazie al calo dei costi.