L’esame del disegno di legge sulla delega al Governo riaccende il dibattito tra la necessità di decarbonizzare i settori energivori e le incognite su costi, scorie e consenso pubblico.
Il percorso per il ritorno dell’atomo nel mix energetico nazionale entra nel vivo a Palazzo Montecitorio. La Camera ha ospitato una fitta serie di audizioni nell’ambito dell’esame del disegno di legge che conferisce la delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile. Il confronto ha visto alternarsi i vertici delle principali sigle sindacali, rappresentanti dell’industria e centri di ricerca, facendo emergere una profonda spaccatura tra chi vede nel nucleare una leva indispensabile per la competitività e chi, invece, denuncia criticità democratiche, tecnologiche e finanziarie.
I LIMITI COSTITUZIONALI E IL PESO DEI REFERENDUM POPOLARI
Il fronte della netta contrarietà è guidato dalla CGIL e dalle associazioni ambientaliste. Michele Azzola, coordinatore delle politiche industriali del sindacato di Corso d’Italia, ha sollevato una questione di legittimità politica, ricordando come il ritorno al nucleare si ponga “in aperto contrasto con due referendum popolari dagli esiti inequivocabili”. Secondo Azzola, il Governo starebbe derubricando a mera questione tecnica quella che è una scelta politica che incide direttamente su salute, sicurezza e territorio. Una posizione condivisa da Vittorio Bardi, presidente dell’Associazione “Sì alle rinnovabili e no al nucleare”, il quale ha definito “contestabili” le competenze italiane nel settore, suggerendo che paradossalmente la memoria delle vecchie esperienze costringerebbe il Paese a ripartire “da sotto zero”. Bardi ha inoltre avvertito che, in assenza di tecnologie realmente nuove, i pronunciamenti referendari restano validi, ipotizzando futuri interventi dei costituzionalisti.
L’INCERTEZZA TECNOLOGICA DEGLI SMR E LA SFIDA DELLA FUSIONE
Un altro punto di frizione riguarda la maturità delle tecnologie citate nel Ddl, in particolare i piccoli reattori modulari (SMR) di terza e quarta generazione. Azzola (CGIL) ha definito il provvedimento una “delega in bianco”, priva di numeri attendibili e basata su una “costruzione ideologica” che promette soluzioni non ancora disponibili su scala commerciale. Anche Bardi ha sottolineato come tali impianti di fatto non esistano ancora, mentre la fusione nucleare resta confinata in un orizzonte post-2040 o 2050, rendendo queste opzioni del tutto incompatibili con l’urgenza della crisi climatica attuale. Al contrario, Luigi Ulgiati dell’UGL ha proposto una roadmap realistica che parta dagli SMR di terza generazione più maturi, per poi evolvere verso la quarta generazione, vedendo nel nucleare non un rivale delle rinnovabili, ma un elemento di stabilità per l’intero sistema energetico.
LA VISIONE INDUSTRIALE: L’ECCELLENZA ITALIANA E GLI 8GW “GRATIS”
Dal mondo dell’industria arriva invece un forte endorsement al piano governativo. Massimiliano Tacconelli, vicepresidente della Walter Tosto S.p.A., ha accolto con convinzione il disegno di legge, offrendo piena disponibilità per i decreti attuativi. La sua analisi si sposta sul piano economico: “Potremmo fare gli 8 gigawatt previsti dal Ddl gratis se avessimo una piattaforma coordinata italiana di fornitura di componenti per tutta l’Europa e per tutto il mondo”. Secondo Tacconelli, l’Italia vanta già una filiera d’eccellenza che può fungere da volano economico, a patto di non creare nuovi apparati regolatori da zero ma sfruttando le esperienze europee e internazionali. In questa prospettiva, la creazione di un’Agenzia di sicurezza nucleare indipendente ed efficiente diventa il pilastro fondamentale per garantire la serietà del programma.
IL NODO DEI DEPOSITI NAZIONALI E L’ASSENZA DI RISORSE PUBBLICHE
La gestione delle scorie rimane l’ostacolo principale per quasi tutti gli attori coinvolti. Giovanni D’Anna della UIL ha definito la risoluzione della questione del deposito nazionale una “conditio sine qua non” per qualunque strategia futura. D’Anna ha inoltre evidenziato un “grave vulnus” nel finanziamento del piano: lo stanziamento di 20 milioni di euro in tre anni e la previsione di invarianza finanziaria sono stati definiti un controsenso, poiché l’approccio a tecnologie non mature richiede solitamente ingenti investimenti pubblici. Anche Carlo Stagnaro, dell’Istituto Bruno Leoni, ha ribadito la necessità di accelerare l’iter per il deposito unico, suggerendo che l’individuazione dei siti debba avvenire “per sottrazione”, escludendo le aree geologicamente non idonee e coinvolgendo le popolazioni locali attraverso meccanismi di compensazione territoriale.
COMPETITIVITÀ E DECARBONIZZAZIONE DEL NORD ITALIA
Il sostegno al nucleare poggia anche su analisi di costo-beneficio legate alla struttura industriale del Paese. Giorgio Graziani, segretario confederale della CISL, ha espresso un giudizio positivo, auspicando però una maggiore attenzione alle condizionalità sociali e occupazionali. Secondo Graziani, l’atomo è necessario per una diversificazione del mix energetico che garantisca sicurezza e competitività alle imprese oltre il 2050. Carlo Stagnaro (IBL) ha aggiunto che il nucleare è essenziale soprattutto per il Nord Italia, dove la richiesta di energia continuativa è alta e le risorse rinnovabili sono limitate. Un sistema bilanciato ridurrebbe i prezzi all’ingrosso e i costi delle infrastrutture, a patto di ridurre il rischio regolatorio che spesso spaventa gli investitori privati.
ACCETTABILITÀ SOCIALE E FORMAZIONE DEL CAPITALE UMANO
Il successo di un eventuale ritorno all’energia atomica dipenderà, infine, dal consenso pubblico e dalla preparazione tecnica. Raffaele Avella dell’AIDIC ha evidenziato come sia necessario un dialogo aperto con il territorio, basato su dati scientifici e trasparenza. “Senza il consenso del territorio, le realizzazioni non hanno possibilità di successo”, ha avvertito, sottolineando la necessità di formare personale specializzato per l’intera filiera. Sulla stessa linea, Carlo Di Primio dell’AIEE ha ricordato che la sostenibilità di un piano nucleare passa necessariamente per soluzioni finanziarie adeguate e per l’accettabilità sociale, guardando al valore complessivo che questa fonte apporta al sistema nazionale, specialmente in termini di stabilità della rete in presenza di una forte penetrazione delle fonti rinnovabili.

