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Bollette alte? In Italia prezzi elettricità il doppio di quelli degli energivori

La fotografia scattata dalla Bce rivela un divario record tra utenze domestiche e grandi energivori, mettendo a rischio gli obiettivi UE di elettrificazione. Intanto il Dl Energia finisce nel mirino delle associazioni e dei mercati.

L’elettrificazione rappresenta il pilastro fondamentale della strategia di decarbonizzazione dell’Unione Europea, eppure il mercato elettrico continua a mostrare segnali di profonda instabilità e disparità strutturali. Nonostante il lancio del Clean Industrial Deal nel febbraio 2025, che punta a portare la quota di elettricità nei consumi finali al 32% entro il 2030, la domanda reale è rimasta stagnante nell’ultimo decennio. In questo scenario, l’Italia emerge come uno dei casi più critici dell’area euro: nel Belpaese, i prezzi dell’elettricità pagati dalle famiglie sono superiori del 100% rispetto a quelli applicati alle industrie ad alta intensità energetica. Si tratta di una distorsione che, unita a un calo dei consumi elettrici del 6,3% registrato tra il 2015 e il 2023, rischia di compromettere seriamente il percorso verso la neutralità climatica. È quanto emerge da un’analisi dettagliata contenuta nell’ultimo bollettino economico della Banca Centrale Europea (Bce), curata dagli esperti Daniela Arlia e John Hutchinson. Lo studio fornisce una fotografia nitida dei fattori che determinano i prezzi finali nei cinque maggiori paesi dell’area euro, evidenziando come la dipendenza dai combustibili fossili importati e le diverse scelte fiscali nazionali stiano creando un’Europa dell’energia a più velocità.

IL DIVARIO TRA CONSUMI DOMESTICI E INDUSTRIALI NELL’AREA EURO

Il dato italiano non è isolato, ma riflette una tendenza marcata anche in Germania e Spagna, dove il divario tra bollette domestiche e industriali tocca ugualmente la soglia del 100%. Situazione diversa si registra invece in Francia e nei Paesi Bassi, dove il sovraccarico per le famiglie si ferma rispettivamente al 64% e al 20%. È la fotografia scattata dalla Bce per spiegare come i grandi consumatori industriali, collegati direttamente alle reti ad alta o altissima tensione, beneficino di tariffe di rete significativamente ridotte rispetto ai nuclei familiari. Nel 2024, i costi di rete hanno rappresentato il 27% della bolletta elettrica delle famiglie europee, contro appena il 12% delle industrie energivore. Ad aggravare il quadro è il fatto che, tra il 2019 e il 2024, i prezzi sono aumentati in modo più aggressivo proprio per le industrie (+53%) rispetto alle famiglie (+33%), a causa dell’impennata dei costi dei combustibili sottostanti, nonostante le misure compensative introdotte dai governi durante la crisi.

L’OMBRA DEL SISTEMA ETS E LA DIPENDENZA DAI FOSSILI

La scomposizione dei prezzi effettuata dalla Bce individua quattro componenti principali: costi dell’energia e della fornitura, costi di rete, IVA e altre imposte. La prima voce, che include il combustibile e le quote del sistema di scambio di emissioni (ETS), pesa per il 50% sulle bollette domestiche e per ben il 63% su quelle industriali. È quanto emerge dall’analisi sull’intensità di carbonio: i paesi che dipendono dal carbone o dal gas subiscono pressioni maggiori dal sistema ETS, che può arrivare a incidere fino al 9% sul prezzo finale. In questo ambito, la Francia vanta le emissioni più basse grazie al nucleare, mentre nazioni come l’Italia e la Germania pagano lo scotto di un mix energetico ancora troppo legato alle fossili. Gli esperti della Bce sottolineano che il raggiungimento degli obiettivi climatici dipende dalla riduzione strutturale dei prezzi elettrici, un traguardo che richiede non solo sussidi temporanei, ma anche l’ampliamento delle infrastrutture transfrontaliere attraverso l’iniziativa Energy Highways.

IL DL ENERGIA E LE CRITICHE SULLA CERTEZZA DEL DIRITTO

Parallelamente all’allarme lanciato dalla Bce, l’Italia si trova nel pieno di un dibattito politico e industriale sul nuovo Decreto Legge Energia, un provvedimento da circa 2,5 miliardi di euro atteso in Consiglio dei Ministri. L’obiettivo dichiarato è abbassare le bollette, ma le modalità d’intervento stanno sollevando un’ondata di malumori. L’ANEV (Associazione Nazionale Energia del Vento) ha espresso oggi una forte preoccupazione, definendo “scivolosi” e “poco efficaci” i percorsi che prevedono interventi retroattivi o la riduzione degli oneri ETS. Secondo l’Associazione, la “strada maestra” sarebbe invece un piano straordinario per sbloccare la burocrazia che tiene fermi i progetti delle Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) presso le commissioni VIA e le Regioni. Interventi strutturali sulle rinnovabili, sostiene l’ANEV, potrebbero generare risparmi enormi (oltre 450 milioni l’anno solo con le ultime aste GSE) senza minare la certezza del diritto e l’attrattività dell’Italia per gli investitori.

CONTROVERSIE POLITICHE E RISCHI DI RIGIDITÀ REGOLATORIA

Il decreto è attualmente frenato da nodi politici e tecnici complessi. Il piano del Governo di sterilizzare l’impatto degli ETS rimborsando i produttori e spostando i costi sulle bollette del gas è visto con sospetto sia dai produttori che dagli energivori, che temono un saldo finale negativo. Anche la Lega ha manifestato la propria contrarietà, poiché il provvedimento rischierebbe di far saltare accordi territoriali già siglati, come quello della Lombardia per la fornitura di energia idroelettrica a prezzi scontati. Alcuni osservatori parlano di un ritorno al “dirigismo energetico”, criticando il progressivo sconfinamento del potere legislativo nelle competenze di Arera. Le radici del problema, come evidenziato da più parti, risiedono in una gestione del mercato dove l’invasione di campo del legislatore e la debolezza delle autorità indipendenti non hanno permesso di contrastare dinamiche di prezzo che rendono oggi l’Italia il paese con i costi energetici tra i più alti d’Europa.

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