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Intesa Eni-Qatar mentre l’Italia lavora in Ue sul gas

Eni Accordo Con Qatar Energy

Descalzi celebra la nuova partnership. Il gas algerino per l’Italia è più che raddoppiato. Settimana chiave per il price-cap

Si apre una nuova settimana potenzialmente decisiva in Europa e per l’Italia sul gas. Il weekend appena trascorso ha fatto registrare numerosi aggiornamenti sulla questione energetica. Eni ha stretto una importante partnership con QatarEnergy e l’ad Descalzi ha annunciato importanti numeri sull’import di gas algerino.

Ma non solo: giovedì e venerdì si terrà un altro vertice europeo chiave sulla guerra ucraina, dove si proverà a fare dei passi avanti anche sul tetto al prezzo del gas. Un punto sul quale Draghi ha da tempo battuto forte riscontrando puntualmente le difficoltà strutturali dell’Unione nel procedere spedita sulla via delle riforme. Intanto, Mosca prosegue il razionamento delle sue forniture: anche nel fine settimana Gazprom ha confermato le riduzioni di gas sperimentate nei giorni addietro. Sugli stoccaggi, per ora, la situazione regge.

ENI-QATAR: PATTO PER ESPANDERE IL NFE

Eni, dicevamo. Il colosso energetico italiano è stato selezionato da QatarEnergy come nuovo partner internazionale per l’espansione del progetto North Field East (Nfe). L’accordo firmato dall’ad Claudio Descalzi e dal ministro-presidente-ad di QatarEnergy, Saad Sherida Al-Kaabi, prevede una spartizione di quote: 75% alla società araba e 25% al Cane a Sei Zampe. Con questa divisione, i due gruppi gestiranno il 12,5% del Nfe: 4 mega treni GNL con una capacità combinata di liquefazione pari a 32 milioni di tonnellate/anno.

Cosa cambia per Eni e quindi per l’Italia? Il progetto Nfe, spiega Eni, consentirà di aumentare la capacità di esportazione di gas naturale liquefatto del Qatar dagli attuali 77 mtpa a 110 mtpa. Si partirà tra tre anni e varrà almeno fino al 2052.

DESCALZI: GAS ALGERINO PIÙ CHE RADDOPPIATO

Ma il numero uno di Eni ha anche annunciato altro. A Repubblica delle Idee, quest’anno di scena a Bologna, l’ad ha dichiarato che “il gas algerino è più che raddoppiato, in questo momento dà 64 milioni di metri cubi, abbiamo il Tap, tutti gli Lng vanno al massimo, a 47 milioni di metri cubi al giorno”.

MA L’EMERGENZA SULLE FORNITURE RIMANE

Numeri che possono rassicurare, almeno parzialmente. Tanto che lo stesso Descalzi ha aggiunto, sul palco dell’evento del quotidiano GEDI, che “in questo momento non bisogna temere nulla. Dalla Russia mancano 30 milioni di metri cubi, ma c’è un’offerta superiore alla domanda, 200 milioni di metri cubi contro 150-160. Non dobbiamo allarmarci per cose che possono accadere tra 4-5 mesi, dobbiamo fare in modo oggi che queste cose non accadano”.

IL 23 E 24 GIUGNO VERTICE UE ANCHE SUL PRICE-CAP AL GAS. DRAGHI HA UN PIANO

I razionamenti made in Russia, intanto, continuano. Ma a non arrestarsi dev’essere anche il lavoro politico italiano ed europeo per arrivare al più presto ad una quadra sul tetto al prezzo del gas. Giovedì e venerdì se ne parlerà al vertice europeo: in Consiglio, oltre alla questione ucraina sullo status di candidato all’ingresso in Ue per Kyiv.

Perché la dipendenza dalla Russia va spezzata sia dal lato delle forniture, ricercando nuovi partner e nuove vie di alimentazione energetica. Ma anche dal lato economico, intaccando i vantaggi che Mosca ricava dall’export di gas nel Vecchio Continente. Secondo il quotidiano Domani, “il piano italiano, che sarà discusso al Consiglio europeo, per un price cap, cioè per un tetto al prezzo del gas, prevede il divieto di commerciare gas tra operatori in tutti i paesi europei a un prezzo superiore agli 80 euro per megawatt ora (MWh). Prima della guerra era intorno a 20 MWh, nei momenti più drammatici è arrivato a 350, ora è intorno ai 124”.

Ecco perché, “le imprese energetiche perderebbero ogni incentivo a comprarlo da Putin a prezzi alti: 80 euro o niente, altrimenti Putin lo deve tenere sottoterra con il rischio di doverlo vendere, a guerra finita, ai prezzi bassi di una volta”.

GIOVANNINI: PRICE-CAP AL GAS UNICA VIA

La strada che andrebbe a spezzare i vantaggi economici di Putin è condivisa dentro al governo. “I ministeri competenti stanno già valutando eventuali comportamenti speculativi sul fronte dei prezzi, ma a mio parere l’unica strada percorribile per frenare gli aumenti è quella indicata dal premier, ovvero fissare un tetto al prezzo del gas. In questo modo si eviterebbero fluttuazioni speculative e si darebbe un segnale chiaro al mercato”. A confermarlo, con nettezza, è anche il ministro delle Infrastrutture e la Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini in un’intervista al Messaggero.

ITALIA E GERMANIA LAVORANO AL PIANO D’EMERGENZA

Anche perché, come ribadito, i ricatti dal Cremlino non si arrestano. Tanto che sia Roma che Berlino, poiché maggiormente coinvolti nelle forniture moscovite, lavorano al piano d’emergenza.

In Germania, è arrivato l’annuncio del nuovo ricordo alle centrali a carbone. “Per ridurre il consumo di gas è necessario utilizzarne meno per generare elettricità. – ha spiegato il Ministero dell’Economia Robert Habeck – Invece, le centrali elettriche a carbone dovranno essere utilizzate di più”. Di più, un altro annuncio ha riguardato il settore delle rinnovabili con la triplicazione della produzione eolica.

A Roma, invece, il piano vuole contrastare le mosse definite come “politiche” da parte dello zar. Putin, infatti, vuole sia ostacolare il riempimento degli stoccaggi per il prossimo inverno e sia mantenere a livelli elevati il prezzo del gas. A livello percentuale, l’Italia è attorno al 54% ad oggi ma il problema è il rallentamento dei riempimenti quotidiani rispetto a quelli di un anno fa. E allora, “è probabile che, come anticipato da Cingolani, si acceleri anche sulle trivelle per riattivare i pozzi in Adriatico”, scrive il Mattino. Domani, “il ministro risponderà a una interrogazione del senatore Andrea De Bertoldi di Fratelli d’Italia, che un paio di mesi fa era riuscito a far approvare un ordine del giorno che impegnava il governo a sbloccare la produzione nazionale. Un passo che ora sembra diventato urgente”.

NON SOLO PRICE-CAP. LE ALTRE MISURE DI ROMA: CONSUMI DA RIDURRE E CENTRALI A CARBONE

Urgenza, dunque, è la parola del momento. Perché i costi dell’energia salgono, come salgono i prezzi del carburante. E allora oltre al lavoro nelle sedi europee, serve anche una strada da auto-didatti. Che porta direttamente a discutere di razionamenti, riduzioni di consumi.

“Se guardiamo alle forniture di energia elettrica, che per il 50-60% dipendono dalle centrali alimentate a gas, ci sono 46 soggetti tra gruppi industriali e grandi consorzi di imprese classificati come «interrompibili» da Terna, e valgono circa l’1% dei consumi elettrici”, nota Luca Monticelli su La Stampa di oggi. “Nella lista troviamo le grandi acciaierie (ex Ilva), le cartiere, i cementifici (Italcementi, Buzzi Unicem), le aziende tessili (Olcese) e chimiche (Solvay). Se la situazione dovesse precipitare, il Mite potrebbe applicare lo stato di emergenza previsto dal piano sul gas e intervenire sull’uso dei condizionatori nelle case, limitandone la temperatura e le ore di utilizzo”.

A porsi sulla linea dei tagli è Davide Tabarelli, numero uno di Nomisma Energia. “Il compito di Draghi è anche quello di tranquillizzare. Io, nel mio piccolo, dico invece che dobbiamo razionare subito”. Perché “le bollette in un anno sono più che raddoppiate” e allora “i razionamenti sono necessari”, dice a Libero in una intervista.

Ma non solo. Anche da noi, come in Germania, si parla delle centrali a carbone. Ne abbiamo sette e in teoria andrebbero dismesse al 2025. Tra tre anni, cioè domani. Ma l’emergenza prevale e allora questi impianti è probabile che torneranno a disposizione nell’immediato. Per muoversi sul filo della strategia asimmetrica, forse, c’è bisogno di tutto.

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