Il settore pesa per il 10% sull’intero sistema produttivo nazionale con oltre due milioni di addetti. La filiera del legno e l’innovazione delle startup guidano la transizione verso l’autonomia strategica.
La bioeconomia si conferma un pilastro imprescindibile dell’economia italiana ed europea, raggiungendo nel 2025 un valore della produzione pari a 3.174 miliardi di euro nell’UE27 e dando lavoro a oltre 17 milioni di persone. In questo scenario, l’Italia consolida la propria posizione di leadership: con un output di 433,3 miliardi di euro, il Paese non solo si colloca al terzo posto assoluto dopo Germania e Francia, ma dimostra una specializzazione relativa superiore alla media continentale.
È quanto emerge dal 12° Rapporto sulla Bioeconomia, presentato oggi a Roma presso la Presidenza del Consiglio e redatto dal Research Department di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster Spring, SRM (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno), l’Innovation Center di Intesa Sanpaolo e l’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Il documento evidenzia come le attività legate alle materie prime di origine biologica e rinnovabile pesino ormai per il 10% sul totale delle attività economiche nazionali e per il 7,6% sull’occupazione complessiva.
LA CRESCITA DELLA FILIERA AGRO-ALIMENTARE E LE DINAMICHE TERRITORIALI
L’incremento dell’output italiano, pari al 2,7% a prezzi correnti nel 2025, è stato sostenuto con vigore dalla competitività dei mercati internazionali, con la filiera agro-alimentare a fare da traino. Sebbene l’occupazione si sia mantenuta stabile con poco più di due milioni di addetti, la rilevanza del comparto nel panorama produttivo nazionale appare ormai strutturale.
Dal punto di vista geografico, il rapporto traccia una netta distinzione tra le aree del Paese: le regioni del Centro-Nord, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna in testa, concentrano la quota prevalente del valore aggiunto. Il Mezzogiorno, tuttavia, riveste un ruolo fondamentale grazie a una forte specializzazione nella valorizzazione delle risorse naturali e a un’incidenza occupazionale più marcata, mostrando un rafforzamento del peso della bioeconomia sull’economia locale nell’ultimo quinquennio.
STARTUP E RICERCA: IL MOTORE DELL’INNOVAZIONE BIO-BASED
L’innovazione tecnologica si conferma il vero catalizzatore del settore. Nel 2025 sono state censite 707 startup innovative operanti nella bioeconomia, cifra che rappresenta il 6,2% del totale nazionale. La maggior parte di queste realtà è concentrata nel comparto della Ricerca e Sviluppo, con traiettorie di crescita che puntano alla creazione di materiali bio-based di nuova generazione, alla valorizzazione degli scarti e allo studio di modelli alimentari inediti.
Non mancano applicazioni d’avanguardia nei settori dell’energia e dell’edilizia sostenibile. In questo contesto, Stefania Trenti, Responsabile Industry and Local Economies Research di Intesa Sanpaolo, ha osservato che “La sostituzione di materie prime di origine fossile rappresenta un obiettivo sempre più strategico, non solo per la sostenibilità ambientale, ma per la resilienza dell’intero sistema produttivo”.
LA FILIERA DEL LEGNO E IL PRIMATO ITALIANO NELL’ARREDO
Un focus specifico del rapporto è dedicato alla filiera del legno, asset rivelatosi cruciale già durante la crisi del gas del 2022. L’Unione Europea ha visto crescere la propria superficie forestale dell’11% dal 1990, raggiungendo una sostanziale autonomia negli approvvigionamenti. L’Italia ha fatto segnare una performance ancora più brillante, con un incremento boschivo del 24% e un balzo dell’occupazione nella silvicoltura del 56,9%.
Nonostante l’uso del legno come combustibile sia aumentato a causa del conflitto in Ucraina, l’Italia mantiene la leadership europea nel fatturato della produzione di mobili, specialmente per la componente bio-based di alta qualità. Il sistema dei distretti produttivi e delle piccole e medie imprese si conferma vincente: nel 2023, gli occupati della filiera del legno nei distretti rappresentavano quasi il 46% del totale, arrivando al 65% nel settore del mobile.
LE SFIDE DELLA CIRCOLARITÀ E IL NODO DELLE MATERIE PRIME SECONDE
Sul fronte della sostenibilità, l’Italia brilla per il riciclo degli imballaggi in legno, con una quota del 64,9%, posizionandosi tra i paesi più virtuosi insieme alla Spagna. Anche la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani legnosi è cresciuta del 66,8% in dieci anni, pur con differenze marcate tra i diversi territori comunali. Tuttavia, rimangono ampi margini di miglioramento nella gestione della filiera: una survey originale condotta sulle imprese del settore rivela che oltre la metà di esse non utilizza ancora materie prime seconde derivanti dal riciclo.
Solo il 6,1% delle aziende adotta oggi criteri di ecodesign orientati alla riciclabilità e al disassemblaggio dei prodotti. Catia Bastioli, Presidente del Cluster Spring, ha dichiarato in merito: “La bioeconomia circolare è una risposta sistemica che permette di generare bioprodotti che non si accumulano negli ecosistemi, senza sprecare nulla, aprendo nuove prospettive per un Made in Italy più sostenibile”.
VERSO UNA VISIONE CONDIVISA PER L’AUTONOMIA EUROPEA
Le recenti iniziative dell’Unione, dal Clean Industrial Deal alla revisione della Bioeconomy Strategy, riconoscono al settore un ruolo centrale per ridurre le dipendenze strategiche del continente. Il rapporto sottolinea la necessità di rafforzare le filiere circolari attraverso investimenti mirati, lo sviluppo di nuove competenze e una migliore integrazione tra imprese e territori.
Secondo Fabio Fava, coordinatore del Gruppo di Coordinamento Nazionale Bioeconomia della Presidenza del Consiglio, “Il metasettore continua a crescere generando valore e nuova occupazione su tutto il territorio nazionale, contribuendo concretamente alla rigenerazione dei suoli e degli ecosistemi”. La sfida per il futuro immediato resta la costruzione di una visione condivisa che supporti la domanda di prodotti bio-based e semplifichi i processi di monitoraggio statistico per le bioraffinerie.


