Gli esperti avvertono: lo shortfall di 10 milioni di barili al giorno è incolmabile con le sole riserve strategiche. Anche con una tregua tra Trump e l’Iran, la logistica globale impiegherà mesi per tornare alla normalità.
La terza guerra del Golfo è entrata nella sua quarta settimana e il mondo si trova davanti a un’emergenza energetica che supera, per portata e complessità, lo storico shock petrolifero del 1973. Con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, circa il 20% della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL) è bloccato.
Nonostante il Presidente Donald Trump abbia temporaneamente rinviato gli attacchi alle infrastrutture iraniane per favorire una risoluzione diplomatica — mossa che ha frenato parzialmente la corsa dei prezzi — gli analisti concordano su un punto: la stabilità dei mercati è compromessa per l’intero anno. Come riportato da fonti autorevoli quali The Economist, l’ISPI e l’esperto Gianclaudio Torlizzi, il deficit fisico di materia prima non può essere colmato né dalle riserve strategiche né dalle rotte alternative, rendendo il prezzo l’unica, brutale variabile di aggiustamento.
UN CONFRONTO IMPETUOSO CON LO SHOCK DEL SECOLO SCORSO
Secondo Matteo Villa dell’ISPI, la crisi attuale è “almeno due volte più grave di quella del 1973”. Sebbene il PIL mondiale dipenda oggi meno dal petrolio in termini relativi, Villa sottolinea che petrolio e gas mantengono lo stesso peso nel mix energetico globale di cinquant’anni fa. Il dato più critico riguarda i trasporti: se nel 1973 il petrolio muoveva il 96% delle merci, oggi la quota è scesa solo al 93%. L’analista di ISPI spiega che “un mese di Hormuz chiuso oggi conta come due mesi del 1973”, evidenziando come la paralisi logistica attuale sia decisamente più impattante rispetto ai cinque mesi di stagflazione vissuti negli anni Settanta.
L’ARITMETICA INESORABILE DI UN MERCATO SENZA SBOCCHI
Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity e consigliere del Ministro della Difesa, definisce la situazione come “l’aritmetica dello shock”. Secondo la sua analisi, il blocco di Hormuz ha sottratto circa 16 milioni di barili al giorno (mbd) dal mercato globale. Anche ipotizzando un parziale reindirizzamento dei flussi — con l’Arabia Saudita che sposta 3,3 mbd verso il Mar Rosso e gli Emirati che saturano il gasdotto Fujairah — lo shortfall residuo resta enorme.
Torlizzi precisa che, pur mobilitando le riserve strategiche USA-IEA (1,2 mbd di greggio e 0,9 mbd di prodotti raffinati) e attingendo alle scorte asiatiche, ad aprile rimarrà comunque un vuoto di 10 milioni di barili al giorno privo di copertura. “Nessuna combinazione di riserve strategiche o misure amministrative è in grado di colmare uno shortfall da 10 mbd”, avverte l’esperto. 
IL COLLASSO LOGISTICO E IL DANNO STRUTTURALE DEL QATAR
Anche lo scenario più ottimista appare disastroso secondo The Economist. Se anche lo stretto riaprisse domani, la normalizzazione richiederebbe mesi. Il quotidiano economico riporta che l’impianto di Ras Laffan in Qatar, fondamentale per il 20% del GNL mondiale, ha subito danni gravissimi: due unità di liquefazione sono state distrutte e le riparazioni richiederanno dai 3 ai 5 anni.
Secondo Anne-Sophie Corbeau della Columbia University, citata proprio da The Economist, anche per gli impianti meno danneggiati serviranno almeno sette settimane solo per le procedure di raffreddamento e sicurezza dei tubi, necessari a evitare rotture meccaniche.
IL FATTORE TEMPO E L’INCERTEZZA DELLE ASSICURAZIONI
La ripresa non è solo una questione di pressione nei pozzi. The Economist mette in luce anche il problema della navigazione: circa 480 navi sono attualmente bloccate nel Golfo. Molti armatori esiteranno a ripartire finché le assicurazioni contro i rischi di guerra non torneranno accessibili. Ellis Morley di Howden, citato dal quotidiano economico, spiega che i premi assicurativi sono balzati fino al 10% del valore della nave, e difficilmente scenderanno in tempi brevi. Inoltre, come analizzato da The Economist, la flotta mondiale di superpetroliere si trova ora nel “posto sbagliato”, essendosi spostata nell’Atlantico; un viaggio di ritorno verso il Golfo può richiedere fino a 90 giorni, secondo quanto riportato dal broker Andrew Wilson a The Economist.
L’UNICA VIA D’USCITA: LA DISTRUZIONE DELLA DOMANDA
In questo contesto di scarsità estrema, Torlizzi identifica nella “distruzione della domanda” l’unico meccanismo di equilibrio rimasto. Le raffinerie stanno già tagliando i run per mancanza di feedstock economico. Torlizzi sottolinea come l’aviazione stia riducendo le rotte a causa del costo del jet fuel, che ora incide per oltre il 20% sui costi operativi. Anche la petrolchimica è sotto pressione: secondo l’esperto, il 5% della capacità globale di etilene in Asia è già stato chiuso. Il razionamento del diesel sta iniziando a frenare settori vitali come l’agricoltura, le costruzioni e l’intero comparto dei trasporti pesanti.
UN INVERNO DI INCERTEZZA PER L’ECONOMIA MONDIALE
A complicare il tutto, il fatto che la produzione globale quest’anno sarà inferiore alla domanda di circa il 4%, indipendentemente dalla riapertura immediata dei flussi. Le scorte globali, già nel terzo inferiore del loro intervallo storico, continueranno a calare, innescando possibili ondate di acquisti dettati dal panico.
“I mercati energetici dovranno fare i conti con le conseguenze della guerra per tutto l’inverno boreale”, conclude l’analisi di The Economist, confermando che il sistema energetico mondiale si appresta a vivere il suo periodo più buio dal dopoguerra a oggi.


